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Shechter: "La nostra vita è una giungla senza bellezza"

Parla il ballerino punta di diamante della scena contemporanea. Porterà il suo "Sun" martedì e il primo ottobre al Teatro Argentina per Romauropa Festival

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BERLINO. SONO in tredici contro la storia. Protagonisti per qualche istante, vittime per l'eternità: pedine dei potenti, rivoluzionari di strada, miserabili tremebondi ridotti a un gregge di pecore, aguzzini spietati in cerca di un'impossibile riscossa. Il giovane pubblico del Berliner Festspiele è in delirio alla fine della rappresentazione di Sun, il balletto di Hofesh Shechter  -  con Akram Khan, Wim Vandekeybus (col quale ha collaborato) e Sidi Larbi Cherkaoui punta di diamante della scena contemporanea  -  che vedremo martedì e il primo ottobre al Teatro Argentina per Romaeuropa Festival in collaborazione col Teatro di Roma. C'è un'ovazione quando alla fine il coreografo israeliano appare sul palco in perfetta tenuta da combat rocker, rivelando il suo amore per la musica che compone personalmente e spesso esegue dal vivo negli spettacoli.

Trentanove anni, alto, taciturno, tormentato, Shechter vive ormai da anni a Brighton, in fuga dal passato e da un paese in cui si sentiva stritolato. Madre assente, padre sentimentalmente irrequieto, il ragazzo trovò rifugio nelle musiche di Bach e Brahms, dei Pink Floyd e Peter Gabriel prima di scoprire le meraviglie della danza di Pina Bausch e perdersi negli sconfinati paesaggi sonori dei Sigur Rós. "Il mio vero idolo è il tennista Rafael Nadal", confessa, "ammiro la sua tenacia, combatte fino alla fine anche quando la vittoria non è dalla sua. Quella stessa tenacia con cui ho metabolizzato l'assenza di mia madre, un dolore che ha acuito la mia sensibilità ed è diventato un rifugio creativo nel momento stesso in cui mi sono affacciato sul mondo e ho intravisto un dolore ancora più grande".

Cosa ha messo in moto il progetto Sun?
"Volevo creare un balletto dove ogni cosa sembrasse perfetta, bella, illuminata. Un progetto che sulla carta trasudava serenità. Poi man mano che ci siamo immersi nel lavoro ho cominciato a percepire che qualcosa non funzionava, come un cibo che stava andando a male, così ho cominciato a sentirmi a disagio con la realtà splendente che mi ero proposto di rappresentare. Alla fine Sun esprime la tensione che scaturisce dalla naïveté e dalla bellezza delle nostre vite alle prese con le regole della giungla, dove imperano competizione, egoismi, sopraffazioni".

Quando e come è iniziata la sua carriera di ballerino?
"Fin da piccolo ero interessato alle musiche e ai balli folcloristici del mio paese, che in Israele sono nel programma didattico delle elementari. All'inizio ballare mi metteva in imbarazzo, anche se la mia insegnate diceva che avevo talento. Tutto è iniziato quando mi sono iscritto all'Accademia di musica e danza di Gerusalemme, a 15 anni. A 18 entrai a far parte della compagnia dei giovani della Batsheva, e da lì è iniziato tutto".

Crescere in Israele è stato uno stimolo o un gap?
"Decisamente uno stimolo. Non si sarebbero messi in moto certi meccanismi se fossi cresciuto a contatto con una realtà più comoda e non avessi respirato quotidianamente aria di guerra. L'arte era la bolla che mi consentiva di evadere dal mondo  -  la possibilità del cambiamento e una via d'uscita. L'intensità di certe emozioni che si provano vivendo in Israele, l'energia che scaturisce da infiniti conflitti e contraddizioni, l'impotenza del popolo di reagire alla politica sono un buon viatico per un artista".

Riuscì a coltivare le sue aspirazioni anche durante il servizio militare obbligatorio?
"Fui abbastanza fortunato, mi ridussero l'impegno da tre a due anni e mi lasciarono una certa libertà per fare audizioni e continuare a ballare. Lavoravo in un ufficio di Tel Aviv tre ore al giorno. Ovviamente ero terrorizzato dalla prospettiva di imbracciare armi, totalmente in disaccordo con la politica militare del mio paese, allora come oggi".

Trasferirsi nel Regno Unito è stato doloroso o un passo inevitabile per continuare a esistere come artista?
"Non mi sentivo più a mio agio in Israele, ero attratto dall'Europa, la mia ragazza  -  francese  -  sentiva come me questa esigenza di cambiamento. Israele stava diventando una gabbia, avevo bisogno di prendere le distanze da tutte quelle tensioni politiche e sociali. A Londra sono stato immediatamente in grado di concentrarmi sulle mie aspirazioni. È stata una fuga necessaria".

Lei insiste nel dire che i suoi non sono lavori politici, ma di certo esprimono prepotentemente gli effetti che la politica ha sulle persone; in Sun in maniera persino più devastante.
"Mi piace scrutare nella storia per capire che ne è stato attraverso i secoli delle speranze, delle ansie e delle paure del genere umano. In your rooms (2007) e Political mother (2010) erano pièce sui perdenti, sul popolo schiacciato dai sistemi; Sun invece parla di noi, dei vittoriosi, protagonisti e vittime del destino che ci siamo scelti. Un concetto difficile da digerire".

C'è in tutta l'opera un senso di impotenza che deriva dall'amara constatazione che gli errori vengono ripetuti con spaventosa incoscienza secolo dopo secolo dopo secolo.
"Credo che l'uomo sia intrappolato nel corpo di un animale, che dunque sia fondamentalmente primitivo. Ci culliamo nell'illusione del progresso, ma alla fine dobbiamo alimentarci, non rinunciamo ai comfort, vogliamo i nostri spazi. Non c'è via d'uscita a tutto questo, l'ho capito meglio osservando la mia bambina di un anno e mezzo. Fingo di attaccarla, lei reagisce e si nasconde, proprio come le belve nella giungla che giocando imparano le regole fondamentali della sopravvivenza. È nel nostro istinto, combattere, uccidere, vincere, perdere. Vorremmo essere migliori, ma alla fine non ci riusciamo. Oggi abbiamo solo una maggiore autocoscienza rispetto a duemila anni fa. Ci vorranno ancora secoli per sovvertire la nostra natura primitiva, e chissà se ce la faremo prima che appaia la scritta game over".