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Fuortes: "L'Opera cerca accordi"

Il sovrintendente del teatro: "Siamo sulla buona strada. Entro il Cda del 23 novembre si potrebbe fare il nuovo accordo e concludere positivamente la vicenda"

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ROMA. LA notizia dei 182 licenziamenti, l'intero coro e orchestra del Teatro dell'Opera, aveva fatto il giro del mondo e non solo per i modi in cui era avvenuta, ma per il significato culturale di quel gesto, per la cancellazione di qualcosa che pareva intoccabile come il "posto di lavoro". Ora dopo un mese di trattative, lacrime e rabbia dei lavoratori, si intravede un accordo che scongiurerà quei licenziamenti. "Sì, sono state fatte delle aperture mai prospettate finora. Siamo su una strada positiva". Lo dice con parole prudentissime e massima cautela Carlo Fuortes, dal dicembre 2013 sovrintendente dell'Opera, il "licenziatore" che il 2 ottobre scorso aveva deciso senza batter ciglio di "esternalizzare" orchestra e coro per risparmiare.

Allora ritirerà o no i 182 licenziamenti?
"Se i sindacati mi aiutano ritirerò i licenziamenti"

"Sì, se tutte le sigle sindacali arriveranno a fare una proposta. A quel punto mi impegno a portare il 23 novembre in cda l'annullamento della procedura di licenziamento".

Secondo i lavoratori lei non avrebbe nemmeno potuto avviarla perché l'Opera aveva accettato il piano di rientro della legge Bray che non contempla licenziamenti.
"Quando quella decisione è stata presa la procedura della legge Bray era completata. E i licenziamenti erano la risposta all'obbligo della legge del pareggio di bilancio".

Cosa è cambiato?
"I sindacati ora sono al tavolo della trattativa. Il disavanzo del teatro nel 2015 è di circa 4 milioni. Con l'esternalizzazione il risparmio era dell'ordine di 3-4 milioni di euro. Se la loro proposta alternativa ha uguale risparmio è fatta".

Intanto hanno già detto che faranno una moratoria sugli scioperi. Si parla di preavviso di due settimane per l'astensione dal lavoro, di obbligo che sia sottoscritto dalla maggioranza delle sigle sindacali... Una rivoluzione nelle relazioni aziendali.
"Lo considero un punto qualificante, ma va formalizzato".

Altro punto: rimettere mano ai contratti?
"Il contratto nazionale non sarà toccato. Andranno discusse invece le indennità di quello aziendale".

Le tanto discusse indennità. Gli orchestrali dicono che sono poca roba.
"Ma pesano. Il costo del personale dipendente incide rispetto al valore della produzione per il 76%. Alla Scala siamo sul 57%, alla Fenice al 56%. Vanno ridiscusse le indennità di Caracalla che spetta a tutto il teatro, amministrativi compresi che ovviamente a Caracalla non suonano; l'indennità sinfonica per cui se orchestra e coro si esibiscono in un repertorio che non è operistico hanno il cento per cento di paga in più. Fino al premio di risultato"

Cos'è?
"Un premio che nel 2008 il sovrintendente di allora slegò dall'equilibrio di bilancio, tanto che lo scorso marzo la fondazione con 11 milioni di perdite ha dovuto dare un milione e 900 mila euro ai lavoratori. E poi c'è la questione produttività. Indispensabile, per aumentare l'autofinanzamento. Oggi l'Opera di Roma si autofinanzia per il 17%. La Scala per il 56%. Ma i teatri virtuosi superano ampiamente il 30%".

La produttività però non dipende dai lavoratori. È una decisione gestionale.
"E infatti nel 2015 abbiamo previsto 25 recite in più con aumento rispetto all'anno precedente di quasi il 30 per cento passando da 89 recite a 114 al Costanzi. Il 40% in più rispetto al 2013".

Fin qui sembra che il risanamento lo paghino solo i lavoratori.
"Il costo del lavoro negli ultimi anni ha acquistato un peso eccessivo. In un teatro sano deve essere tra il 50 e 60% del valore produttivo, per aumentare risorse per le produzioni. Una gestione sana è l'unica strada per consentire un futuro ai lavoratori stessi".

Cos'è il suo "job act"?
"È un parallelo del tutto estraneo, fatto per la contemporaneità del momento forse. Potrei risponderle che la moratoria sugli scioperi l'hanno fatta i sindacati, ma invece le dico che nel settore culturale c'è stata molta ipocrisia nelle scelte negli anni passati. Prendere decisioni gestionali indispensabili in questo settore è sempre stato complicato".

Lei parla di conti, poco di qualità. Qual è il suo obiettivo rispetto al Teatro dell'Opera?
"Arrivare il 27 all'apertura di stagione e al debutto di Rusalka con un esito positivo: il ritiro dei licenziamenti. L'obiettivo finale è fare dell'Opera un teatro normale come qualsiasi grande teatro di città europea: concentrato sulle produzioni, non su come rientrare dal rosso di bilancio. Un teatro dove un cittadino venga la sera per assistere a spettacoli di altissimo livello culturale. E mi auguro un teatro dove si possa sperare nel ritorno del maestro Muti".