"CON i suoi supplizi interni e le sue pene sentimentali, Werther riflette in pieno il binomio amore e morte", osserva il tenore Francesco Meli, protagonista del Werther di Jules Massenet che debutta all'Opera di Roma domenica 18 (repliche il 21, il 23, il 27, il 25 e il 29, col direttore spagnolo Jesus Lopez-Cobos sul podio e la regia del tedesco Willy Decker). Musicalmente intenso e poco eseguito, il melodramma tardo-ottocentesco s'ispira al romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther, emblema di un romanticismo "che in Massenet diviene decadente", sostiene Meli, il quale adora il proprio ruolo "magnifico e vibrante. Ma ha un'impervia tessitura acuta ed è faticoso, perché il personaggio resta sempre in scena".
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Nato a Genova nel 1980, Meli è uno dei tenori più affascinanti e richiesti del mondo. La voce "antica", da tradizionale tenore all'italiana, è un prodigio di lucentezza. Questa dote, accanto a una forte presenza teatrale e a un'impostazione interpretativa di limpida coerenza, lo rende uno dei più grandi artisti della lirica internazionale, applaudito alla Scala e a Salisburgo, a New York come a Londra. Quella che definisce "l'enorme tavolozza di colori di Massenet, geniale nei frequenti cambi dinamici", suscita la sua profonda ammirazione, portandolo a dire che Werther "è un capolavoro straordinario e in continuo movimento".
In quest'opera campeggia un individuo che si macera fino all'autodistruzione.
"Werther è un outsider, un asociale. Mi fa pensare a certi giovani problematici e incapaci d'interagire coi coetanei. Gli sfugge la felicità, che per lui significa amore e famiglia, idealizzata fino a un'immagine da Mulino Bianco. Immerso nella sua poesia trascendentale, non si misura col vivere concreto. Può solo dimostrare amore col sacrificio di sé, e si dona all'amata Charlotte suicidandosi, poiché per Werther la morte è compimento e realizzazione. È un campione gotico, un Dracula, un mostro innamorato che casca dentro il proprio abisso emotivo".
Ci sono aspetti che Meli condivide con Werther?
"No! Io amo davvero e con vitalità la mia famiglia. Sono sposato con Serena Gamberoni, soprano, e abbiamo tre figli piccoli. Mia moglie ha appena debuttato in Un ballo in maschera a Londra e sta facendo una bella carriera. Tra noi c'è uno splendido equilibrio, ma sa che vuol dire fare entrambi questo lavoro avendo tre bambini? Altro che sogni romantici: dobbiamo impegnarci parecchio...".
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Lei è un supremo interprete verdiano. Eppure conquistò il successo con Rossini.
"La voce è maturata e non si adatta più a Rossini. Le mie opere, oggi, sono Un ballo in maschera, Il Trovatore, Simon Boccanegra... Qui a Roma, negli anni scorsi, ho fatto tanto Verdi con Muti, maestro di riferimento rispetto a questo compositore per la rigorosa fedeltà alla partitura. Esaltando le verità di quello scienziato della drammaturgia che è Verdi, Muti ne valorizza tutta la potenza".
C'è un tenore che ha assunto come suo modello?
"Forse il preferito è Nicolai Gedda, incredibile sia stilisticamente che tecnicamente. È stato uno dei migliori cantanti del Novecento, con un'ampiezza immensa di repertorio e una formidabile estensione vocale. Ammiro anche Carlo Bergonzi, che ha il fraseggio giusto per la parola verdiana. Ma la mia passione di melomane è Luciano Pavarotti, di una magia vocale che non si vorrebbe mai smettere di ascoltarlo. Dà dipendenza come una droga!".
Se dovesse tracciare un profilo artistico di sé, cosa direbbe?
"Più delle mie qualità, conosco i miei difetti... Posso solo riferire ciò che dicono gli altri, che lodano la bellezza della mia voce. Ho lavorato molto sulle dinamiche e sono un interprete in grado, anche per natura, di cantare piano. Non che io non abbia acuti, ma non mi piace pensarli come staffilate. Mi premono la cura del fraseggio, le mezze voci, la grande musicalità...".
Infatti viene considerato un eccellente musicista.
"Oltre a cantare, io suono il pianoforte. Ma quando mi dicono: 'Tu sei anche un musicista', mi sorprendo moltissimo. Tutti i cantanti dovrebbero esserlo".
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Nato a Genova nel 1980, Meli è uno dei tenori più affascinanti e richiesti del mondo. La voce "antica", da tradizionale tenore all'italiana, è un prodigio di lucentezza. Questa dote, accanto a una forte presenza teatrale e a un'impostazione interpretativa di limpida coerenza, lo rende uno dei più grandi artisti della lirica internazionale, applaudito alla Scala e a Salisburgo, a New York come a Londra. Quella che definisce "l'enorme tavolozza di colori di Massenet, geniale nei frequenti cambi dinamici", suscita la sua profonda ammirazione, portandolo a dire che Werther "è un capolavoro straordinario e in continuo movimento".
In quest'opera campeggia un individuo che si macera fino all'autodistruzione.
"Werther è un outsider, un asociale. Mi fa pensare a certi giovani problematici e incapaci d'interagire coi coetanei. Gli sfugge la felicità, che per lui significa amore e famiglia, idealizzata fino a un'immagine da Mulino Bianco. Immerso nella sua poesia trascendentale, non si misura col vivere concreto. Può solo dimostrare amore col sacrificio di sé, e si dona all'amata Charlotte suicidandosi, poiché per Werther la morte è compimento e realizzazione. È un campione gotico, un Dracula, un mostro innamorato che casca dentro il proprio abisso emotivo".
Ci sono aspetti che Meli condivide con Werther?
"No! Io amo davvero e con vitalità la mia famiglia. Sono sposato con Serena Gamberoni, soprano, e abbiamo tre figli piccoli. Mia moglie ha appena debuttato in Un ballo in maschera a Londra e sta facendo una bella carriera. Tra noi c'è uno splendido equilibrio, ma sa che vuol dire fare entrambi questo lavoro avendo tre bambini? Altro che sogni romantici: dobbiamo impegnarci parecchio...".
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Lei è un supremo interprete verdiano. Eppure conquistò il successo con Rossini.
"La voce è maturata e non si adatta più a Rossini. Le mie opere, oggi, sono Un ballo in maschera, Il Trovatore, Simon Boccanegra... Qui a Roma, negli anni scorsi, ho fatto tanto Verdi con Muti, maestro di riferimento rispetto a questo compositore per la rigorosa fedeltà alla partitura. Esaltando le verità di quello scienziato della drammaturgia che è Verdi, Muti ne valorizza tutta la potenza".
C'è un tenore che ha assunto come suo modello?
"Forse il preferito è Nicolai Gedda, incredibile sia stilisticamente che tecnicamente. È stato uno dei migliori cantanti del Novecento, con un'ampiezza immensa di repertorio e una formidabile estensione vocale. Ammiro anche Carlo Bergonzi, che ha il fraseggio giusto per la parola verdiana. Ma la mia passione di melomane è Luciano Pavarotti, di una magia vocale che non si vorrebbe mai smettere di ascoltarlo. Dà dipendenza come una droga!".
Se dovesse tracciare un profilo artistico di sé, cosa direbbe?
"Più delle mie qualità, conosco i miei difetti... Posso solo riferire ciò che dicono gli altri, che lodano la bellezza della mia voce. Ho lavorato molto sulle dinamiche e sono un interprete in grado, anche per natura, di cantare piano. Non che io non abbia acuti, ma non mi piace pensarli come staffilate. Mi premono la cura del fraseggio, le mezze voci, la grande musicalità...".
Infatti viene considerato un eccellente musicista.
"Oltre a cantare, io suono il pianoforte. Ma quando mi dicono: 'Tu sei anche un musicista', mi sorprendo moltissimo. Tutti i cantanti dovrebbero esserlo".