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Stéphane Lissner: "La Scala?
Punita dalla politica"

Il sovrintendente dell'Opéra di Parigi, alla guida del teatro milanese fino allo scorso anno, riflette sulla situazione delle nostre fondazioni liriche

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PARIGI - STÉPHANE Lissner è tornato dall'Italia con una giovane moglie, qualche idea nuova e un po' di amarezza. Ieri mattina ha presentato le idee nel ruolo di direttore dell'Opéra National de Paris; quanto alle amarezze legate agli anni da sovrintendente alla Scala (2005-2014) ha preferito parlarne in privato. Seduto tra Philippe Jordan, direttore musicale della maison, e Benjamin Millepied, direttore della danza, Lissner ha presentato la sua prima vera stagione, concepita già insieme alle prossime sei  -  il suo mandato termina nel 2021. Una stagione solida e coraggiosa con diciannove nuove produzioni e sedici spettacoli in repertorio (per un totale di 428 rappresentazioni). Si inaugurerà il 20 ottobre con Mosè e Aronne di Schoenberg messo in scena da Romeo Castellucci e diretto da Jordan.

Castellucci che inaugura; molto Verdi; tanti direttori italiani. L'esperienza alla Scala è stata importante...
"Castellucci è oggi uno dei più grandi registi di opera e teatro nel mondo. L'inaugurazione della mia prima stagione all'Opéra avrebbe dovuto farla Chéreau. Dopo la sua morte ho chiesto disponibilità a Castellucci, ed eccoci qui".

I teatri d'opera sono in crisi in quasi tutto il mondo. Vogliamo parlare di quello che accade in Italia?
"Non è la crisi economica a punire i teatri in Italia: è la non volontà politica di sostenere la cultura. In meno di nove anni a Milano ho cambiato sette ministri della Cultura. E, sempre in meno di nove anni, alla Scala sono riusciti a fare tre-quattro statuti diversi. Qui ne abbiamo uno dal 1948 e non è mai cambiato. Ogni volta che a Milano c'è un problema che si fa? Si cambia lo statuto, pensando che così il problema si risolverà".

Forse adesso con Franceschini...
"Uno che ha nominato Francesco Micheli (finanziere, presidente di MiTo, polemico con gli anni Lissner, ndr ) nel nuovo consiglio di amministrazione della Scala? Mi permetta di avere dubbi".

Lei ha annunciato un progetto lirico sulla letteratura francese che inizierà nella stagione '16/'17. Ha provato a fare qualcosa di simile in Italia?
"Ci ho provato, ma a Milano è molto più complicato. I budget non sono mai chiari. Qui invece, per la prossima stagione, abbiamo 205 milioni (un centinaio dallo Stato, il resto da mecenati e biglietteria, ndr ) e quelli restano. Non è questione di avere o no denaro, ma di sapere su quale cifra si potrà contare. In Italia tagliano i budget a metà stagione. Finché il vostro paese non troverà una stabilità, la Scala non sarà mai il teatro d'opera che merita di essere. Parlo di una stabilità esterna, non interna, quella esiste. Senza stabilità non è possibile una visione, un progetto solido".

Però da Milano ha portato l'idea dell'Accademia; e Parigi avrà un atelier lirico, uno musicale, uno di teatro e uno di arte coreografica. Ha portato l'idea dei biglietti per i giovani alle prove generali, le "primine", a 10 euro. E anche otto direttori di orchestra nella prossima stagione.
"Ho lasciato l'Accademia della Scala con 1200 studenti, bellissima esperienza. Ma, anche in questo caso, se si parla di educazione nazionale c'è in Italia una pesantezza burocratica che qui non esiste ".

Come mai in cartellone non ci sono star: Muti? Dudamel?
"Muti è un direttore immenso, ma forse non abbiamo la stessa idea sulla concezione teatrale dell'opera. Dudamel arriverà nella mia terza stagione".

Che cosa le ha lasciato di bello l'esperienza alla Scala? E cosa di meno bello?
"Di Milano mi resta il magnifico ricordo dei rapporti con la gente del teatro, con gli impiegati. Mi piaceva arrivare in ufficio la mattina, mi piaceva lavorare con loro. Ho molto apprezzato la creatività, l'immaginazione e l'orgoglio di appartenere alla Scala. Trovo invece che le politiche attorno al Teatro non siano alla sua altezza. Non vedo molta serietà nel cda e nelle decisioni politiche. Alla Scala sono stato felice, ma non ho potuto darle stabilità. Mi sono battuto per l'autonomia del teatro e, una volta partito da Milano, è arrivata. Se la stabilità esterna del cda e dei responsabili politici fosse allo stesso livello della stabilità della quale sono capaci i suoi impiegati, la Scala andrebbe molto meglio. Il problema del teatro è fuori, non dentro".