"Salve! C'è qualcuno? Signora! Posso iscrivermi? Per favore! Perché no? Sono solo dieci minuti di ritardo! Mi si è rotto il tacco! Per favore! Aspetti! Fottiti maledetta stronza! Sei una maledetta puttana!!!". urla una ragazza che si presenta vestita come Madonna nei panni di Like a Vergin per iscriversi a un concorso di aspiranti sosia di personaggi famosi. È la scena parlata d'apertura di Crollasse il mondo, terzo testo teatrale di Alessandra Mortelliti, 33 anni, romana, autrice-attrice che stavolta, dopo un debutto avvenuto ad Enna e a Catania, propone da martedì 17 il suo spettacolo lavorando in scena accanto a David Coco, con la regia di Massimiliano Farau. Non c'è mai calma, normalità e sensatezza, nella drammaturgia di Alessandra Mortelliti, e ovviamente neanche adesso. "Nel mio primo testo Famosa m'interessava affrontare il tema dell'omosessualità per bocca di un ragazzino di provincia, e poi ne La vertigine del drago ho messo a confronto due realtà agli antipodi come un naziskin e una rom, e ora con Crollasse il mondo volevo portare alle estreme conseguenze il tema del doppio, caratterizzante sia tutta la storia sia la vita stessa dei personaggi".
Vale a dire?
"Reginaldo e Luisa stanno separatamente tentando di uscire dal degrado della loro esistenza attraverso la strada di uno squallido e illusorio successo prestando una sgangherata immagine all'imitazione dei loro idoli, Madonna per lei e Elton John per lui. Il doppio sussiste pure, per Reginaldo, nel rivelarsi del suo passato dove s'annida un fatto famigliare gravissimo, e, per Luisa, nell'interpretare continuamente una figura che non le somiglia, non ha nulla a che fare con lei".
[[ge:rep-locali:repubblica:107162909]]
Ceto popolare, linguaggio menomato (quello di lei ha una forte e artificiosa inflessione americana piena di cliché, le parole e i silenzi di lui rivelano una personalità dissociata e a tratti psicotica), il motel in cui i due s'incontrano è kitsch e sporco, e all'interno della stanza di lui c'è al muro un enorme crocifisso psichedelico (che s'illumina con la musica, e pare dialoghi con Reginaldo), e tutte le canzoni che sentiamo sono di Elton John. "La mia Luisa irrompe nella camera dell'altro nel punto esatto in cui Reginaldo sta tentando goffamente di ammazzarsi, e pur essendo lei in cerca di protezione, non riesce a fare a meno di far venire fuori la sua personalità straboccante, e il suo ottimismo su ogni cosa. Attraverso il suo carattere riuscirà ad instaurare un singolare rapporto col 'giovanotto' cinquantenne, e a fare un'inconsapevole trasfusione di vita a un uomo che non ha più motivi per vivere".
Due randagi che si trovano, due teste borderline che si scoprono, e anche due corpi che s'intendono?
"Oltre al dialogo verbale, tra i due c'è un dialogo tra fisicità ferite sia nell'anima che nella carne. La fisicità esuberante, drogata e alcolizzata di Luisa, e quella quasi atrofizzata e paranoica di Reginaldo".
Senza intimità?
"Senza intimità di natura sessuale, ma con il raggiungimento di una profonda intimità degli animi, come avviene nelle situazioni impotenti e morbose di certo teatro americano del dopoguerra".
La storia finisce male per tutti e due?
"Non per tutti e due. C'è una nota di fiducia che incombe, e che esaudisce almeno un sogno espresso da uno di loro".
La regia di Massimilano Farau ha impresso altri segni alla sua scrittura?
"Il regista ha ancora di più calcato la mano su un'atmosfera da me solo accennata, decadente e americana tipo anni '70".
Ma lei, Alessandra Mortelliti, nipote di Andrea Camilleri (un nonno che viene regolarmente ad assistere ai suoi spettacoli), di ceppo borghese-intellettuale, come mai è attratta da ambienti sociali a rischio, da personalità da paura, e da un lessico sempre radicale e brusco?
"È così da quando sono nata. Fin da quando ero piccola sono stata sempre attratta da tutto ciò che viene considerato diverso. Credo d'aver capito che al di là del mio aspetto e della mia formazione, io ho all'interno di me stessa tutte le caratteristiche dei miei personaggi, anche le più estreme e autolesionistiche. Ce le ho, ma ho avuto la fortuna di tenerle a bada e di far sì che prendessero vita nel mio teatro".
Vale a dire?
"Reginaldo e Luisa stanno separatamente tentando di uscire dal degrado della loro esistenza attraverso la strada di uno squallido e illusorio successo prestando una sgangherata immagine all'imitazione dei loro idoli, Madonna per lei e Elton John per lui. Il doppio sussiste pure, per Reginaldo, nel rivelarsi del suo passato dove s'annida un fatto famigliare gravissimo, e, per Luisa, nell'interpretare continuamente una figura che non le somiglia, non ha nulla a che fare con lei".
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Ceto popolare, linguaggio menomato (quello di lei ha una forte e artificiosa inflessione americana piena di cliché, le parole e i silenzi di lui rivelano una personalità dissociata e a tratti psicotica), il motel in cui i due s'incontrano è kitsch e sporco, e all'interno della stanza di lui c'è al muro un enorme crocifisso psichedelico (che s'illumina con la musica, e pare dialoghi con Reginaldo), e tutte le canzoni che sentiamo sono di Elton John. "La mia Luisa irrompe nella camera dell'altro nel punto esatto in cui Reginaldo sta tentando goffamente di ammazzarsi, e pur essendo lei in cerca di protezione, non riesce a fare a meno di far venire fuori la sua personalità straboccante, e il suo ottimismo su ogni cosa. Attraverso il suo carattere riuscirà ad instaurare un singolare rapporto col 'giovanotto' cinquantenne, e a fare un'inconsapevole trasfusione di vita a un uomo che non ha più motivi per vivere".
Due randagi che si trovano, due teste borderline che si scoprono, e anche due corpi che s'intendono?
"Oltre al dialogo verbale, tra i due c'è un dialogo tra fisicità ferite sia nell'anima che nella carne. La fisicità esuberante, drogata e alcolizzata di Luisa, e quella quasi atrofizzata e paranoica di Reginaldo".
Senza intimità?
"Senza intimità di natura sessuale, ma con il raggiungimento di una profonda intimità degli animi, come avviene nelle situazioni impotenti e morbose di certo teatro americano del dopoguerra".
La storia finisce male per tutti e due?
"Non per tutti e due. C'è una nota di fiducia che incombe, e che esaudisce almeno un sogno espresso da uno di loro".
La regia di Massimilano Farau ha impresso altri segni alla sua scrittura?
"Il regista ha ancora di più calcato la mano su un'atmosfera da me solo accennata, decadente e americana tipo anni '70".
Ma lei, Alessandra Mortelliti, nipote di Andrea Camilleri (un nonno che viene regolarmente ad assistere ai suoi spettacoli), di ceppo borghese-intellettuale, come mai è attratta da ambienti sociali a rischio, da personalità da paura, e da un lessico sempre radicale e brusco?
"È così da quando sono nata. Fin da quando ero piccola sono stata sempre attratta da tutto ciò che viene considerato diverso. Credo d'aver capito che al di là del mio aspetto e della mia formazione, io ho all'interno di me stessa tutte le caratteristiche dei miei personaggi, anche le più estreme e autolesionistiche. Ce le ho, ma ho avuto la fortuna di tenerle a bada e di far sì che prendessero vita nel mio teatro".