La sua fortuna, specie nel teatro d'opera, è stata quella di assecondare le aspettative degli spettatori cancellando la distanza che il tempo produce nei confronti di una storia o di un autore e legando testi o libretti in modo esplicito alle nostre mode culturali e di costume. E, almeno nella prosa, il migliore risultato resta Il Ventaglio di Goldoni del 2012. Ora Damiano Michieletto, 40 anni, il più in vista nella nuova leva di registi del teatro "di parola", rinuncia a quel cliché di modernizzazioni e per la sua prima produzione al Piccolo (dove l'anno scorso presentò un mediocre Ispettore generale ) ha scelto un testo enigmatico come Divine parole di Ramón María del Valle-Inclán, galiziano morto nel 1936, scrittore fuori dai ranghi specie nel teatro dove è stato uno sperimentatore per le invenzioni linguistiche e le suggestioni fantastiche che dominano i suoi mondi oscuri e violenti (definì "esperpento" questo suo stile).
Rappresentato in Italia solo una volta da Franco Enriquez con Valeria Moriconi negli anni Settanta, Divine parole è una storia affascinante perché "sporca e dannata": divisa in tre giornate mostra una comunità di uomini e donne sopraffatti dalla miseria materiale e spirituale, agitati intorno a un bambino idrocefalo (vediamo solo la carrozzina) che, esibito come un freak, è fonte di guadagno. Così quando la madre muore il "mostro" viene conteso da una zia e dallo zio, Pedro Gailo, sagrestano bigotto, sposato con l'irrequieta Mari Gaila che si fa sedurre da Séptimo Miau, delinquente e violentatore. Lussuria, povertà, violenza si susseguono a un ritmo allucinatorio e giustamente Michieletto le legge nella chiave di un'umanità privata di speranza, dignità, immersa in una devastazione che, con bella intuizione, qui diventa buio e fango. Il fango - copre un grande spazio, quasi cinematografico, fatto di primi piani e campi lunghi, nella scena a pianta centrale del Teatro Studio - è il vero fondo nero dove quei personaggi avidi e arroganti arrancano, fanno l'amore, si ubriacano, si impantanano sporcando anche l'altare della chiesa che Gailo si illude di tenere bianco e candido ma dove lui stesso tenterà di violentare la figlia.
L'idea di Michieletto, però, si esaurisce lì. Poi impone un registro melò a tutto, attori compresi da Marco Foschi e Fausto Russo Alesi a Lucia Marinsalta, Sara Zoia, Bruna Rossi, Gabriele Falsetta, Federica Di Martino, Cinzia Spanò, Federica Gelosa, Francesca Puglisi, Nicola Stravalaci, Petra Valentini: vestiti come poveri di oggi, urlano o hanno gesti di maniera (gli ubriachi mimano il membro maschile con la bottiglia, le donne "perdute" siedono a gambe larghe) spogliando di risonanze e muscoli tesi la storia. Nelle due ore e passa, dopo l'inizio bisogna aspettare la fine per un'altra emozione: il testo si chiude con una sospensione, Pedro che dice: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", poche "parole divine" nella speranza di ridare umanità alla barbarie. Michieletto, con più moderno pessimismo, la pietra la fa scagliare da quegli uomini orrendi che si accordano pure per scagionarsi a vicenda, prima di allontanarsi come morti viventi.
Rappresentato in Italia solo una volta da Franco Enriquez con Valeria Moriconi negli anni Settanta, Divine parole è una storia affascinante perché "sporca e dannata": divisa in tre giornate mostra una comunità di uomini e donne sopraffatti dalla miseria materiale e spirituale, agitati intorno a un bambino idrocefalo (vediamo solo la carrozzina) che, esibito come un freak, è fonte di guadagno. Così quando la madre muore il "mostro" viene conteso da una zia e dallo zio, Pedro Gailo, sagrestano bigotto, sposato con l'irrequieta Mari Gaila che si fa sedurre da Séptimo Miau, delinquente e violentatore. Lussuria, povertà, violenza si susseguono a un ritmo allucinatorio e giustamente Michieletto le legge nella chiave di un'umanità privata di speranza, dignità, immersa in una devastazione che, con bella intuizione, qui diventa buio e fango. Il fango - copre un grande spazio, quasi cinematografico, fatto di primi piani e campi lunghi, nella scena a pianta centrale del Teatro Studio - è il vero fondo nero dove quei personaggi avidi e arroganti arrancano, fanno l'amore, si ubriacano, si impantanano sporcando anche l'altare della chiesa che Gailo si illude di tenere bianco e candido ma dove lui stesso tenterà di violentare la figlia.
L'idea di Michieletto, però, si esaurisce lì. Poi impone un registro melò a tutto, attori compresi da Marco Foschi e Fausto Russo Alesi a Lucia Marinsalta, Sara Zoia, Bruna Rossi, Gabriele Falsetta, Federica Di Martino, Cinzia Spanò, Federica Gelosa, Francesca Puglisi, Nicola Stravalaci, Petra Valentini: vestiti come poveri di oggi, urlano o hanno gesti di maniera (gli ubriachi mimano il membro maschile con la bottiglia, le donne "perdute" siedono a gambe larghe) spogliando di risonanze e muscoli tesi la storia. Nelle due ore e passa, dopo l'inizio bisogna aspettare la fine per un'altra emozione: il testo si chiude con una sospensione, Pedro che dice: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", poche "parole divine" nella speranza di ridare umanità alla barbarie. Michieletto, con più moderno pessimismo, la pietra la fa scagliare da quegli uomini orrendi che si accordano pure per scagionarsi a vicenda, prima di allontanarsi come morti viventi.