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TEATRO

Daniele Pecci fra Amleto e Medea: "I classici, così moderni da rispecchiare le nostre vite"

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PER Daniele Pecci tutto ha inizio a teatro. Recita e dirige alcuni spettacoli fin da giovanissimo prima del salto sul piccolo schermo, che ne consacra il successo. Con la fiction, da Il bello delle donne a Orgoglio a L'ultimo padrino conquista il pubblico che lo seguirà anche al cinema, dove recita con Ennio Fantastichini e Carlo Verdone. Ma il richiamo del palcoscenico, la necessità di condivisione autentica con il pubblico, lo portano a sfidare il tempo nell'incontro con gli scritti di Euripide, Sofocle, con i drammi shakespeariani. Amleto è la sua prova più recente, con la regia di Filippo Gili. "Nessun barocchismo, siamo andati essenziale e profondo di una storia che è ancora viva e attuale - spiega Pecci - che è quella della responsabilità umana di fronte al cambiamento, quella dell'impossibilità che c'è tra ciò che ci siamo prefissati di fare e l'azione autentica. Il concetto dell'essere e il non essere è vivo, vale per ogni uomo che viva sulla terra oggi  e la nostra messa in scena è contemporanea". Un Amleto che ha stupito per la sua semplicità, per il linguaggio parlato, la riconoscibilità: E questa è la cosa più importante, il pubblico deve riconoscere gli stati d'animo, le battute, i luoghi e la profondità del testo. Lo spettacolo riprenderà a novembre e dicembre mentre per l'anno prossimo dovremmo riuscire a portarlo a Roma".

Pecci, oltre all'impegno con Amleto il 19 giugno ha esordito a Teatro Romano di Fiesole con Medea diretta da Gabriele Lavia.
"Anche qui una scelta - tra virgolette - di contemporaneità. Rispondendo a una provocazione di Paul Valéry, per il quale bisognava mettere l'orologio da polso agli antichi greci e cioè rendere contemporanea l'azione tragica sulla scena, noi non lo abbiamo trasportato ai giorni d'oggi perché domani sarebbe già vecchio ma lo abbiamo reso contemporaneo nel senso che viaggia col nostro tempo. Questo non vuol dire che lo abbiamo attualizzato ma abbiamo fatto sì che quei dialoghi, quella prosa, che spesso è poesia alta, somigli il più possibile a un parlato, non dico quotidiano ma che lo ricordi il più possibile. Euripide, poi, si presta perché è un autore molto 'moderno'. Raccontiamo di una coppia, di tradimenti, abbandoni... E poi c'è il tema dell'uccisione dei figli. Il tutto come se accadesse oggi, non nell'antichità. Il mio personaggio è difficile, ha due aspetti, è vile e mediocre e mi piace questa direzione interpretativa, dall'altro lato soffre il più grave dei mali quando i figli muoiono. Ha su di sé tutta la responsabilità e forse è questa la parte più commovente del testo. È un ruolo enorme, con una regia come quella di Lavia non potevo certo tirarmi indietro".

Qual è il suo primo ricordo legato alla recitazione?
"Ho fatto un corso quando ero alle scuole superiori , fui un po' spinto da una mia professoressa di latino e lì, insomma, non dico che capii che la cosa poteva esser buona per me ma mi piacque molto fin da subito".

Su cosa si concentra di più quando ha un personaggio,un testo che deve interpretare?
"Sul rapporto che c'è fra gli attori e il movimento sulla scena. Leggo il testo a fondo, sembrerà stupido da dire ma la mia attenzione è tutta sul testo, pur mantenendo allo stesso tempo uno sguardo vicino e lontano sull'intera opera, come se ci fosse una lente per osservare bene da vicino le pieghe della battuta, tutto ciò che c'è intorno a quell'opera, a partire dalla contestualizzazione col periodo storico. Poi cerco di raccogliere il tutto attraverso uno sguardo che sia anche più esterno e che possa fornirmi una visione totalizzante dell'opera".

Il testo dei sogni, da attore e da regista?
"Diciamo che sono arrivato a un'età in cui sto cominciando a togliermi degli sfizi, i ruoli che mi piacciono li sto facendo tutti: Amleto, che rappresenta per me una sorta di tormento, quest'anno sono riuscito a farlo e ed è stato l'ultimo grande traguardo. Ho fatto l'Edipo Re a Siracusa, ed era uno dei miei sogni, poi ce ne sono tanti, il repertorio shakespeariano mi piace tutto, mi dedicherei sempre a quello. Devo essere onesto, i miei sogni si tanno realizzando e per farlo ho lavorato molto. Quanto alla regia, mi piacerebbe Sei personaggi in cerca d'autoreo, è un testo che ho recitato da giovane con la regia di Giuseppe Patroni Griffi e mi è rimasto nel cuore".

Una passione che il pubblico mostra di apprezzare.
"Fra il lavoro in tv o quel poco che ho fatto al cinema, il grande pubblico si è affezionato a me, è numeroso e sono contento perché mi segue anche a teatro. Non soltanto la gente che regolarmente lo frequentava ma anche tante persone che non c'erano mai andate e non avevano intenzione di andarci. Avere in un certo senso il piccolo merito di aver portato qualcuno, fossero anche pochissime persone, a teatro è una cosa di cui vado fiero".

Il teatro in Italia è sempre in sofferenza.
"E' vero, ma sa resistere. Ha il suo zoccolo duro di pubblico che lo segue da sempre perché ne capisce l'importanza. Il teatro non naviga in buone acque come, d'altronde, tutto il mondo dello spettacolo e come il nostro paese in generale. Ma credo che tanto più lo spettacolo teatrale, di prosa, torna a essere off, il che non significa doverlo abbassare qualitativamente ma sapere di dover raccogliere tutti gli spettatori che sono seduti in platea, tanto più il teatro sarà in voga. Lo spettacolo dal vivo ha un'altra valenza rispetto a qualsiasi altra arte figurativa".
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Nel suo futuro c'è ancora la tv?
"Ho in cantiere la fiction I misteri di Laura, la regia è di Alberto Ferrari, interpreto un agente che viene dalla squadra antifurti di Palermo, con dei modi quasi da macchietta, e si ritrova a Torino in un ambiente a lui estraneo, sofisticato. Mi ha divertito, parla in romanesco, ha i capelli lunghi, un aspetto trasandato. Dovrebbe andare in onda su Canale 5 all'inizio del 2016. La tv in questo momento sta ancora affrontando il passaggio tra il concetto generalista e la serialità di genere, abbiamo cominciato con i canali privati, credo che abbia un potenziale sconfinato, negli Stati Uniti l'hanno capito e ora l'abbiamo capito anche noi, dobbiamo solo toglierci un po' l'impaccio di questa produzione generalista che deve per forza incontrare il gusto di tutti per fare i numeri. Credo che il pubblico vada selezionato, e che sia messo in condizione di scegliere il genere preferito. I margini per farlo ci sono, fra poco tutto cambierà".