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TEATRO

"Pagliacci" e "Cavalleria", Michieletto e i due "western dell'anima"

Il talento più ricco dei giovani registi italiani torna a Londra (dopo lo "scandaloso" Guglielmo Tell) con Mascagni e Leoncavallo. "Sfide epiche, come nei film di Sergio Leone"

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Esagerato e sfrontato, tenero e inventivo, energico e ironico: Damiano Michieletto è considerato il più ricco talento dei registi 40 enni italiani, che vanno e vengono tra lirica e teatro di prosa. Così mentre è atteso il suo debutto nell'Opera da tre soldi di Brecht in primavera al Piccolo Teatro di Milano, ecco che adesso è atteso a ben altra prova. Michieletto torna infatti a misurarsi con il pubblico londinese d'opera dopo lo “scandaloso” Guglielmo Tell dello scorso maggio. L'ormai famosa scena di stupro nel terzo atto, quella delle danze durante la festa paesana, suscitò nella platea del Royal Opera House rimostranze, buu e fischi, ma anche molti applausi e ripensamenti come il Guardian che prima stroncò poi plaudì alla regia. Ora Michiletto torna nella “tana del lupo”: stesso grande direttore sul podio, Antonio Pappano, a dargli fiducia, ma stavolta, dal 3 dicembre, ecco il regista impegnato in un dittico tutto italiano, Cavalleria rusticana  di Pietro Mascagni (con Eva-Maria Westbroek, Aleksandrs Antonenko,  Dimitri Platanias) e Pagliacci di Leoncavallo (con  Aleksandrs Antonenko, Dimitri Platanias, Carmen Giannattasio), allestiti come due western alla Sergio Leone, due western dell'anima. Il pubblico italiano potrà vederlo il 10, trasmesso in diretta alle 20.15 in 120 cinema distribuito da Qmi.

Michieletto, non è che anche stavolta darà scandalo?
“Non mi interessa fare scalpore, anzi mi dispiace se succede perché vuol dire che qualcosa non ha funzionato nel meccanismo narrativo che ho creato o forse non è piaciuto. Mi interessa fare le cose bene e stavolta mi sento più tranquillo, conosco il teatro, i tecnici... tutto è diventato più immediato. Ho anche incontrato il pubblico e sono emerse domande interessanti anche sul Tell". 

Cosa ha lavorato sul dittico?
“Non penso ci sarà niente di scandaloso. L'idea principale è come per il Trittico di Puccini che andrà in scena a Roma di valorizzare gli aspetti comuni alle due opere, specie quelli evidenti come l'ambientazione nel sud. Entrambe poi sono concentrate sul triangolo d'amore e la gelosia, tanto che entrambe finiscono con assassinio, e poi tutte e due sono attraversate dal tema della religione come valore sociale e folkloristico. Questo, fermo restando che  Pagliacci è più elaborata, ha un valore drammaturgico più intimo mentre Cavalleria  è più epica”.
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In scena questi legami come si vedranno?
“Quando comincia Cavalleria, vedi già i personaggi di Pagliacci. E via via  si vedono dettagli e si capisce, se conosci la storia, i link tra le due trame.  Anche a livello estetico, visivo, l'immagine preponderante è quella di un sud da western, psicologie si sfidano in maniera epica come nei film di Sergio Leone, dove la violenza e la ferocia sono legate a un certo modo di essere virili”.

Un sud Italia tremendo.
”Arcaico. Ho molto pensato a quello del film Anime nere, atmosfere cupe per una umanità contemporanea ma ancorata a  schemi arcaici a cominciare dalla divisione dei sessi, la sottomissione della donna all'uomo, l'oppressione della figura maschile, la religione fatta di una certa ritualità pagana, madonne, processioni... Essendo poi due opere veriste, ho molto giocato sulla finzione del teatro nel teatro, specie in Pagliacci, ma anche sull'intreccio tra realtà e incubi della mente, fantasmi interiori”.

Dal punto di vista femminile,certo, sono due opere tremende.
“Orrende. La donna è un oggetto di conquista e di possesso con il quale accompagnarsi e farsi belli, una donna poi che deve  rispondere e stare dentro un modello precostituito crudele.E qusto verrà sottolineato”

Lei accennava prima al Trittico pucciniano con cui verrà all'Opera di Roma dal 17 aprile. E' considerata una delle sue regie più belle.
“Effettivamente ne sono molto soddisfatto. Anche lì ho giocato sulla continuità tra le tre trame e il tema centrale mi è parso quello della paternità e maternità. Ho immaginato dei container che  diventano celle del manicomio-ospedale femminile di Suor Angelica, i beni di Buoso Donati di cui Gianni Schicchi si è impossessato, e il luogo del Tabarro in cui i due protagonisti hanno perso un figlio, e anche qui ci saranno dettagli comuni, la carrozzina in scena del figlio morto nel Tabarro o l'apparizione del figlio in Suor Angelica, anziché della Vergine,  e il tema dell'eredità del Gianni Schicchi . Ma chi vorrà potrà vederci anche un altro aspetto:  perchè essendo quasi comico il primo atto, lirico e drammatico nel secondo, una farsa il terzo, il Trittico è anche un vertiginoso viaggio nel teatro” .