ROMA - Se n’è andato, è morto a quasi 84 anni uno degli autori protagonisti del teatro inglese della seconda metà del Novecento, Arnold Wesker, un drammaturgo outsider, fuori dal mucchio, dalle mode, un operaio della scrittura, uno capace di creare 44 testi per la scena in 50 anni, dal 1957 al 2007, esplorando in preferenza temi sociali e poi laboriosamente interpersonali, coniando opere sul lavoro, sulla vecchiaia, sulla morte, sui conflitti domestici, sulla violenza, sul fallimento di un rapporto, sul fanatismo religioso, sui sogni perduti, sulla sete di conoscenza, sulle debolezze, riservando particolare spazio all’identità femminile in sei monologhi, ma sconfinando anche in “community plays” per centoventi persone (raccogliendo la storia di una città, di un paese, di una zona, e coinvolgendo la relativa popolazione).
Il londinese Wesker è stato proprio uno che s’è fatto da sé. Basti pensare che, figlio di emigranti ebrei, fu in gioventù apprendista mobiliere, assistente falegname e poi idraulico, bracciante, aiutante libraio, e che quando militò nelle file della Royal Air Force sviluppò la vocazione di cuoco pasticcere. Proprio un’attività del genere trovò presto riscontro in alcuni suoi lavori drammatici, La cucina del 1957 e Brodo di pollo con orzo dell’anno dopo. La cucina, con trenta personaggi, rimane la più rappresentata delle sue commedie (mega-partitura allestita nel 1967 da Ariane Mnouchkine, e copione da cui è stato anche tratto un film), e la coincidenza vuole che nella prossima stagione teatrale, come informa l’agenzia italiana Arcadia, siano due le relative edizioni in programma in Italia, una prevista in apertura di calendario 2016/2017 dallo Stabile di Genova con regia di Valerio Binasco che si sposta dall’Australia (dove ora è domiciliato) per lo spettacolo, e un’altra “Cucina” prenotata dallo Stabile di Bolzano.
L’attenzione che lo scabro, severo, quasi rudimentale Wesker ebbe per il mondo femminile ha prodotto da noi in decenni passati una ben connotata risposta di artiste: Elisabetta Pozzi si calò a ripetizione nell’a solo (tridimensionale) di Annie Wobbler, flusso verbale di tre donne che si inseguono e si citano, figura cui l’autore giunse prendendo spunto da una vecchia che puliva i pavimenti della sua casa in gioventù; e Ornella Vanoni ha aderito come cantante-attrice al soliloquio Lettera a una figlia dove una madre-esecutrice riflette su di sé e sulla sua erede, un play che prevede cinque brani canori.
E di questo autore mai riconosciutosi “arrabbiato”, di questo ideatore di trame che inseguono il declino delle famiglie, il destino di nuclei ebrei, il contraddittorio distacco fra dimensione pubblica e privata, c’è da percepire spesso una dialettica che è una risposta all’incomunicabilità attraverso una lingua inglese che è a volte poetica e raffinata e altre volte colloquiale, quando non quotidiana, non infarcita di espressioni yiddish o dialettali. Parla per conto di Wesker, molto probabilmente, il personaggio di Adam in Quattro stagioni: «Vuoi che protesti per le guerre in corso sulle montagne? Io protesto. Ma il cuore ha i suoi dolori privati (…) e nessuna buona causa del mondo può impedirmi di piangere per un amore finito». E d’altronde la posizione socio-politica dell’autore è suggerita anche da Sara in “Radici”: «La politica è vita, Bessie. Tutto quello che accade nel mondo ha a che fare con la politica (…) A che serve essere socialisti se non hai calore umano?».
I riconoscimenti toccati ad Arnold Wesker, ovviamente, non sono stati mai mondani, mai stilizzati. Ha ricevuto tre Lauree ad Honorem. Una giuria internazionale gli ha conferito il Premio Marzotto per “La loro città tutta d’oro”. E l’Università del Texas ha recentemente raccolto il suo vasto archivio. Lui resta, per noi, un grande costruttore di testi la cui memoria è legata all’Inghilterra delle case popolari.
Il londinese Wesker è stato proprio uno che s’è fatto da sé. Basti pensare che, figlio di emigranti ebrei, fu in gioventù apprendista mobiliere, assistente falegname e poi idraulico, bracciante, aiutante libraio, e che quando militò nelle file della Royal Air Force sviluppò la vocazione di cuoco pasticcere. Proprio un’attività del genere trovò presto riscontro in alcuni suoi lavori drammatici, La cucina del 1957 e Brodo di pollo con orzo dell’anno dopo. La cucina, con trenta personaggi, rimane la più rappresentata delle sue commedie (mega-partitura allestita nel 1967 da Ariane Mnouchkine, e copione da cui è stato anche tratto un film), e la coincidenza vuole che nella prossima stagione teatrale, come informa l’agenzia italiana Arcadia, siano due le relative edizioni in programma in Italia, una prevista in apertura di calendario 2016/2017 dallo Stabile di Genova con regia di Valerio Binasco che si sposta dall’Australia (dove ora è domiciliato) per lo spettacolo, e un’altra “Cucina” prenotata dallo Stabile di Bolzano.
L’attenzione che lo scabro, severo, quasi rudimentale Wesker ebbe per il mondo femminile ha prodotto da noi in decenni passati una ben connotata risposta di artiste: Elisabetta Pozzi si calò a ripetizione nell’a solo (tridimensionale) di Annie Wobbler, flusso verbale di tre donne che si inseguono e si citano, figura cui l’autore giunse prendendo spunto da una vecchia che puliva i pavimenti della sua casa in gioventù; e Ornella Vanoni ha aderito come cantante-attrice al soliloquio Lettera a una figlia dove una madre-esecutrice riflette su di sé e sulla sua erede, un play che prevede cinque brani canori.
E di questo autore mai riconosciutosi “arrabbiato”, di questo ideatore di trame che inseguono il declino delle famiglie, il destino di nuclei ebrei, il contraddittorio distacco fra dimensione pubblica e privata, c’è da percepire spesso una dialettica che è una risposta all’incomunicabilità attraverso una lingua inglese che è a volte poetica e raffinata e altre volte colloquiale, quando non quotidiana, non infarcita di espressioni yiddish o dialettali. Parla per conto di Wesker, molto probabilmente, il personaggio di Adam in Quattro stagioni: «Vuoi che protesti per le guerre in corso sulle montagne? Io protesto. Ma il cuore ha i suoi dolori privati (…) e nessuna buona causa del mondo può impedirmi di piangere per un amore finito». E d’altronde la posizione socio-politica dell’autore è suggerita anche da Sara in “Radici”: «La politica è vita, Bessie. Tutto quello che accade nel mondo ha a che fare con la politica (…) A che serve essere socialisti se non hai calore umano?».
I riconoscimenti toccati ad Arnold Wesker, ovviamente, non sono stati mai mondani, mai stilizzati. Ha ricevuto tre Lauree ad Honorem. Una giuria internazionale gli ha conferito il Premio Marzotto per “La loro città tutta d’oro”. E l’Università del Texas ha recentemente raccolto il suo vasto archivio. Lui resta, per noi, un grande costruttore di testi la cui memoria è legata all’Inghilterra delle case popolari.