Antonio Latella, la sperimentazione passa dai giovani: "Scardiniamo i meccanismi consueti"
Anna Bandettini
Il regista campano, lodato per il suo "Edipo", diventa docente del Corso di Alta Formazione dell'Ert-Emilia Romagna Teatro e firma un progetto didattico con un gruppo di allievi: "Santa Estasi-Atridi: otto ritratti di famiglia", dal 19 aprile al 12 giugno a Modena
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Quando si parla di pedagogia e sperimentazione quasi sempre c'è di mezzo Antonio Latella, 49enne regista campano di fama europea (lodatissimo il suo recente Edipo a Basilea dove dovrebbe ritornare per una allestimento di lirica, Cenerentola), artista caparbio e sognatore, venerato da una fitta schiera di fan e estimatori, attento alla trasmissione e innovazione dei saperi della scena, un metteur en scène che nel suo percorso artistico ha sempre lavorato con la voglia di cercare, cambiare, sperimentare. Adesso, per esempio, dice di sé che si sente in una nuova fase del suo lavoro, di averne chiusa e di volerne aprire un'altra. Bello che lo faccia a partire dai giovani. In qualità di “docente” del Corso di Alta Formazione dell'Ert-Emilia Romagna Teatro diretto da Pietro Valenti, uno dei teatro nazionali più a vocazione sperimentale (qui Latella ha realizzato nel 2013 Il servitore di due padroni e nel 2015 Ti regalo la mia morte, Veronika) il regista ha firmato un interessante progetto didattico e produttivo: Santa Estasi-Atridi: otto ritratti di famiglia al Teatro delle Passioni di Modena dal 19 aprile al 12 giugno, uno spettacolo composto di otto capitoli-spettacoli, quasi venti ore di teatro (e ci saranno anche due giorni in cui si vedono consecutivamente), con un gruppo di allievi specializzandi.
“Quando ci siamo sentiti con Valenti, subito ho detto: 'Bene che sia davvero una scuola di specializzazione per me e per gli studenti. Proviamo tutti insieme a scardinare i meccanismi consueti del modo di fare teatro: nel tempo con una durata di spettacolo fuori dal normale, nello spazio realizzando gli otto spettacoli nello stesso luogo, nell'economia perchè tutta la scena per esempio è realizzata con materiali di repertorio, nel linguaggio espressivo obbligando gli attori a rompere i cliché e provare altre strade, a interrogarsi sul valore del cambiamento. Una sfida per tutti”, spiega Latella.
Un lavoro pedagogico unico. Una sorta di “Scuola Normale” per attori: sono sedici e sette drammaturghi, scelti tra ben 500 candidati – sono Alessandro Bay Rossi, Barbara Chichiarelli, Marta Cortellazzo Wiel, Ludovico Fededegni, Mariasilvia Greco, Christian La Rosa, Leonardo Lidi, Alexis Aliosha Massine, Barbara Mattavelli, Gianpaolo Pasqualino, Federica Rosellini, Andrea Sorrentino, Emanuele Turetta, Isacco Venturini, Ilaria Matilde Vigna, Giuliana Vigogna e i drammaturghi, Riccardo Baudino, Martina Folena, Matteo Luoni, Camilla Mattiuzzo, Francesca Merli, Silvia Rigon, Pablo Solari: a uno degli attori è stata assegnata la borsa di studio “Matteo Latino”). Hanno lavorato per cinque mesi insieme a Latella, ai suoi drammaturghi Federico Bellini e Linda Dalisi, su un progetto sulla stirpe degli Atridi, “ la più ricca narrazione del pianeta”, per esplorare i confini della tragedia.
Un progetto che è una sfida anche per lo spettatore il quale potrà seguire ciascun capitolo (riscritto o adattato dai drammaturghi) di due ore a partire dal 19 con cadenza settimanale, a partire da “Ifigenia in Aulide” dal Tieste di Seneca e Ifigenia in Aulide di Euripide, poi dal 26 “Elena” da Le Troiane e Elena di Euripide, Agamennone da Eschilo dal 3 maggio, Elettra di Euripide dal 10 maggio, Oreste dal 17, le Eumenidi di Eschilo dal 24 maggio, dal 31 maggio Ifigenia in Tauride, e infine Crisotemi in una scrittura nuova di Linda Dalisi dal 7. L’11 e il 12 giugno è prevista la maratona di 20 ore con tutti e otto i capitoli.
Sarà una vera estasi?
"Certo, come quella dei tragici antichi e dei loro spettatori che arrivavano perchè i loro spettacoli partivano col sole e arrivavano alla notte in uno stato in cui l'attore è baciato dagli dei, in cui agisci senza pensare e formalizzare, sei lì e basta”.
Una sfida anche per lei impegnato ad allestire di fatto otto spettacoli consecutivamente.
“E infatti siamo tutti sfiniti ma galvanizzati. Io poi vengo anche dalle selezioni, 500 candidati a cui abbiamo dedicato almeno un'ora ciascuno per una scelta consapevole”.
Perchè ha voluto lavorare sulle figure archetipiche della tragedia greca?
“Perchè sono eroi della propria vita e dal punto di vista pedagogico mi permettono di affrontare domande come ‘Che vuol dire tragedia?’ ‘Come essere tragedia attraverso l’uso della parola?’. È stato interessante per esempio che i drammaturghi abbiano scelto o di riscrivere o solo di adattare l'originale mettendolo in un incontro-scontro con la loro cultura,oltre a dover scrivere testi in cui è necessario essere precisi, rigorosi porre richieste necessarie agli attori. I quali a loro volta sono stati messi di fronte agli ostacoli del recitare la tragedia. Non date nulla per scontato, ho detto loro, scegliete la strada più difficile, sconosciuta, fate tutto quello che non si deve fare e vediamo cosa. Questo scardina le paure, le convenzioni e i ragazzi scoprono un nuovo processo creativo di cui ne fanno parte e non di cui sono semplici pedine”.
Lei è un regista a cui piace scardinare le certezze.
“Proprio lavorando sulla tragedia, su Medea, molti anni fa segnai una sorta di spartiacque nel mio lavoro che mi fece capire le possibilità di un teatro meno convenzionale. In Germania succede nei teatri istituzionali, da noi no, ma ritengo fondamentale fare operazioni spiazzanti perchè sorprendono un pubblico abituato ad apprezzare solo quello che riconosce e già sa. Bisogna scardinare perchè il nuovo linguaggio diventi 'normale' per il pubblico”.
Lei prima parlava di una nuova svolta nel suo percorso artistico, in che senso?
“La scelta è di andare verso una minor spettacolarizzazione. Qui per esempio saranno venti ore di parola, parola, parola, testo puro sempre, senza concessioni alla musica, per esempio o qualche suggestione visiva. Con l'Edipo di Basilea dello scorso febbraio, e dopo Veronika ho capito che era la fine di un percorso per me, fino ad allora concentrato sulla drammaturgia dello spazio ma che rischiava di diventare 'metodo'. Ora mi interessa tornare alla tradizione, con il coraggio della consapevolezza di poter lavorare con l'attore nello spazio a 360 gradi e su un tempo realistico, della vita, dove lo spettatore si può specchiare. Senza bluff”.
Si sente un artista più di casa nelle istituzioni?
“Penso di aver messo da parte alcune cose, alcune inquietudini che mi portavano spesso in situazioni estreme, radicali. Sono talmente innamorato della regia che per me è la sola cosa che importa”.
La prossima stagione approderà al Piccolo Teatro di Milano con Pinocchio.
“Sì. Ecco, la cosa bella rispetto al passato è che ora posso scegliere e dire no se una cosa non mi piace, e viceversa. Ormai è molto chiaro, e non solo a me, cosa sto facendo”.