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TEATRO

Hip hop e madrigali, l'invenzione visionaria di "Lo specchio magico"

Debutta il 7 all'Opera di Firenze l'opera di Fabio Vacchi, il più ammirato e internazionale compositore italiano, su libretto di Aldo Nove. Un'impresa rivoluzionaria che fonde musica, teatro, danza, pittura. Un viaggio attraverso i secoli, guidati dal rap

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FIRENZE - Un affresco dinamico e poetico scandito dalla musica, dal teatro, dalla danza e dalla pittura. Uno spettacolo pluridimensionale, sviluppato al tempo stesso in un teatro al chiuso e sotto il cielo aperto di Firenze. Un’invenzione visionaria e colma di speranze nell’avvenire, di pensieri sul passato, di suggestioni spirituali, d’interrogativi morali, politici e sociali. Il quadro di una temerarietà estranea a pregiudizi nella voglia di guardare in faccia i peccati della Storia e di ripensare “in positivo” il destino dell’umanità. Senza retorica né intenti didascalici, ma con la gioia di comprendere i diversi bisogni generazionali e di produrre arte tramite il contatto fra epoche e linguaggi solo apparentemente distanti. Per esempio instaurando un dialogo fra la cultura a noi contemporanea dell’hip hop e il patrimonio secolare dei madrigali e della lirica. Si presenta così il progetto – semplice e complesso - di Lo specchio magico, nuova opera firmata dal compositore Fabio Vacchi su libretto dello scrittore Aldo Nove. L’accoglierà in prima assoluta il 7 maggio l’Opera di Firenze, dov’è attesa come l’evento più dirompente (sul piano della “sorpresa” linguistica e dell’originalità dei contenuti) dell’edizione 2016 del Maggio Musicale Fiorentino.
Il rapper Millelemmi 

Dal punto di vista della strategia performativa, Lo specchio magico è forse l’impresa più rivoluzionaria di Vacchi, il più ammirato e internazionale compositore italiano odierno. Autore capace di “racconti” musicali espressivamente coinvolgenti che hanno superato la consuetudine delle strutture compositive astratte e fini a se stesse dominante nelle avanguardie radicali del Novecento, Vacchi propone una sintassi affettiva e profondamente comunicativa, pur nel rigore della scrittura. Ed è sempre pronto a rivendicare l’esigenza del piacere (anche fisico, diretto) dell’ascolto.
Fabio Vacchi e Aldo Nove 

Adesso, con il suo Specchio erogatore di magie, Vacchi definisce ex novo il genere teatral-musicale della “Urban Art Dance Opera”, un territorio sul quale convergeranno, oltre al testo di Nove, i contributi del rapper Millelemmi e del writer Marco Tarascio, alias Moby Dick (che di balene riempie la sua arte e ha optato per una balena come proprio logo). Percorrendo il flusso dei secoli in un alternarsi e sovrapporsi di realtà e immaginazione, il libretto toccherà tre tappe-chiave: la caduta dell’Impero Romano (primo atto), lo sterminio degli Indiani nel Nordamerica (secondo atto) e il lancio della bomba atomica su Hiroshima (terzo). L’evocazione di figure più o meno eroiche contempla quattro tiranni greci, la politica birmana Aung San Suu Kyi, icona di libertà (il suo canto finale è un inno alla pace), il pilota Paul Tibbet, che sganciò la bomba distruttiva sul Giappone, e mitici nativi americani quali Alzata con Pugno e il lupo Due Calzini, personaggi tratti dal film Balla coi lupi. Indagando fuori da paletti “buonistici” ed enfasi retoriche temi immensi quali il pacifismo e la sensibilità ambientalista, Vacchi convoglia in quest’opera “la mia fascinazione per l’hip hop, metabolizzato attraverso il filtro del mio stile che è da sempre innervato di musica etnica, linfa della mia ispirazione, delle mie scoperte e delle mie ricerche”, spiega, segnalando la sua stima per il fiorentino Millelemmi, “che sa ricondurre il rap italiano a una matrice fiorentina tanto popolare quanto raffinata, visto che proprio a Firenze nacque il recitar cantando”.

Al rapper spetta il ruolo del Cantastorie, il quale ci guida nello Specchio magico insieme a Piccola Nuvola, l’altra voce “naturale” presente nella partitura. Vacchi lo descrive come “uno spirito atemporale, un fanciullo che mostra il futuro nel suo specchio e si esprime anche attraverso la danza, mentre nell’emissione vocale alterna il parlato ritmico, il recitar cantando e il canto vero e proprio. Lo interpreta il giovanissimo danzatore e cantante Filippo Coffano Andreoli, dal talento effervescente e tenace”. Altri cantanti (impostati) sono Roberto Abbondanza, Paolo Antognetti, Marcello Nardis, Italo Proferisce, Alda Caiello, Luca Casalin, Pietro Picone, Matteo Ferrara, Pablo Galvez Hernandez. Come nella tragedia greca, il coro commenta e riflette l’azione e le varie apparizioni, fungendo da “anima” di quest’universo fiabesco ed effettivo, sognato e reale, mentre l’orchestra del Maggio verrà diretta dal maestro John Axelrod, che ha già collaborato a più riprese con Vacchi. Al writer Tarascio, nel frattempo, “si affida la realizzazione live di una regia virtuale resa performante”, avverte ancora il compositore. “L’impatto con il respiro internazionale del suo lavoro, con le sue scelte e i suoi soggetti, a partire da un tema a me così caro e profondamente insito nel messaggio dello Specchio magico come l’animalismo, hanno fatto scattare la scintilla del nostro incontro”. La connessione fra i diversi livelli di creazione artistica avverrà in simultanea, davanti agli spettatori: “Mentre in sala sarà eseguita l’opera”, anticipa Vacchi, “Moby Dick lavorerà a un murale ispirato all’opera stessa, collocato nello spazio della cavea che sta sopra il teatro. Il pubblico al chiuso potrà seguire in diretta – creativamente missato e proiettato dal caparbio e già lanciatissimo giovane regista e video-maker Edoardo Zucchetti - il suo work in progress, accessibile all’aperto per il pubblico della cavea”.
Un momento di "Lo specchio magico" 

Estemporaneità, dislocazione spaziale e un vertiginoso senso del rischio vibrano nell’impatto “caldo” di una performance la quale intende narrarci, come una dichiarazione d’amore, l’incrollabile vitalità della lirica e il suo possibile legame con l’oggi. La forza della musica, intesa come voce della gente e per la gente, può unire la cultura “alta” a quella cosiddetta “bassa” e i teatri d’opera istituzionali alla tradizione popolare. Il tutto corre nel segno di un obiettivo: “Mostrare che la lirica, per rimanere attuale, non deve dimenticare il suo legame con la vita. Nato 416 anni fa, il melodramma ha cambiato pelle tante volte. Giusto e sano che continui a farlo”.