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TEATRO

Le "storie pazzesche" di Heiner Goebbels. "Niente virtuosismi: il teatro è un'esperienza, non una rappresentazione"

Il musicista tedesco apre a Roma il Fast Forward Festival con "Schwarz auf Weiss". Lo interpreta lo stesso gruppo da vent'anni. Palle da tennis che rimbalzano su una grancassa, suoni di kodo giapponesi, il sibilo di un bollitore tradotto in melodia per flauto: "Mi interessano più il ritmo e la melodia che il significato delle parole"

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Storie pazzesche. Ovvero storie che non sono storie, o meglio che fondono insieme tante storie generando una non-storia che è una galassia di narrazioni possibili. Storie che giocano con i sensi dello spettatore, ne spingono la percezione in sfere “altre”, ricamano tessuti pluridimensionali di significati. “Ognuno, nel pubblico, può prendere la strada di racconto che più gli piace e gli si confà: io mostro semplicemente delle direzioni”, sostiene serafico e maestoso Heiner Goebbels, compositore, regista e “autore totale” del pezzo Schwarz auf Weiss (Nero su bianco) concepito per l’Ensemble Modern di Francoforte. E’ lo stesso straordinario gruppo di musicisti a interpretarlo, “muovendosi, cantando, recitando, suonando e danzando come diciotto scatenati performer pronti a tutto”, segnala Goebbels. Venerdì 27 maggio la pièce apre a Roma il Fast Forward Festival, votato al teatro musicale contemporaneo e ideato dal compositore Giorgio Battistelli per il Teatro dell’Opera, di cui è il co-direttore artistico. Fino al 9 giugno il programma del festival sarà scandito da dieci spettacoli serratissimi collocati in spazi diversi della città, e alla scena del Teatro Argentina è destinata l’inaugurazione con Schwarz auf Weiss.

Musicista tedesco di fortissima fisionomia internazionale, Goebbels, nato nel ‘52, ed oggi eseguito fra l’altro dai Berliner Philharmoniker, si è definito negli anni soprattutto come uno sperimentatore fertilissimo e un creatore di eventi sonori e visivi (è artefice anche d’installazioni tecno-performative) fondati sull’urgenza di plasmare un’arte che spezzi le distanze fra i linguaggi, attraversati in progetti capaci di esaltare al massimo le ambivalenze del nuovo teatro. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Franco Quadri, dato ogni anno agli artisti più profetici e avveniristici.
Un momento dello spettacolo. In alto, l'Ensemble Modern di Francoforte 

Heiner Goebbels, la prima di quest’opera in Germania risale a ben vent’anni fa. E’ sempre attuale?
“Non ha perso il suo smalto e continua a esserci richiesto. Ha girato il mondo con rappresentazioni a New York, in Australia e a Mosca. Bellissimo che il collettivo protagonista non sia mai cambiato negli anni, grazie al fatto che, nel debutto del ’96, il cast era formato da giovanissimi. Anche i musicisti che nel frattempo si sono spostati in altri complessi sono ogni volta così felici di riprendere questo play da tornare in campo per l’occasione. D’altra parte nessuno può sostituirli e non c’è un’altra orchestra che potrebbe eseguirlo, essendo un lavoro ricco di motivazioni e responsabilità individuali. Giunse alla forma definitiva dopo una serie d’incontri d’improvvisazione fra me il gruppo che all’epoca furono spalmati lungo un anno intero”.

Che cosa vede e sente chi assiste allo spettacolo?
“Palle da tennis rimbalzanti su una grancassa, dolci suoni di kodo giapponesi, il sibilo di un bollitore tradotto in melodia per flauto, fiati uniti in una specie di banda all’italiana e avvenimenti fluttuanti in un potente disegno drammaturgico delle luci firmato da Jean Kalman. All’insieme s’intrecciano testi in varie lingue, in particolare Shadow - A Parable di Edgar Allan Poe, letto dalla voce registrata di Heiner Müller, al quale Schwarz auf Weiss è dedicato. In passato ho collaborato a più riprese con Müller, e quest’omaggio costituisce un addio allo scrittore e una riflessione sulla sua assenza. Una sorta di Requiem, ma realizzato con vitalità, humour e passione”. 

Come spiegherebbe la sua estetica?
“Tanto per cominciare il mio teatro nasce sempre dalla musica. E non mostra mai quel che la gente si aspetta, ma gli aspetti più fragili e segreti della performance, come per esempio la timidezza di un musicista che si trova a dover suonare uno strumento che non conosce bene, o che cerca di suonare senza riuscirci. Avviene in Schwarz auf Weiss. Io voglio evitare a tutti i costi i virtuosismi, i luoghi comuni e la routine del teatro tradizionale. Quanto ai testi che uso, m’interessano più il ritmo e la melodia che il significato delle parole. Le convenzioni sceniche impongono l’identificazione dello spettatore col solista, il quale diventa uno specchio. Rifiuto questa prospettiva e la sovranità dei musicisti e degli attori rispetto al pubblico. Il teatro dev’essere una esperienza, non una rappresentazione”.

Un’esperienza dove tutti i linguaggi hanno la stessa valenza? Fuori da gerarchie linguistiche?
“Certo. Il pubblico può vagare in ciò che vede e che sente senza subire imposizioni. Bisogna disattendere le aspettative e dare fiducia allo spettatore, che è abbastanza intelligente per decidere da solo cosa fare: affidarsi alla qualità musicale o comprendere il testo o concentrarsi sul contenuto o sulla forma, sul suono oppure sull’immagine… E’ in questa “no borderline between arts”, in quest’indeterminatezza fra confini e generi, che vive il mio lavoro".