Spettacoli

TEATRO

Teatro Monticchiello, quando un paese mette in scena la vita

Da 50 anni la comunità del borgo toscano (200 abitanti in tutto) in provinca di Siena diventa compagnia per raccontare l'Italia. 'Notte di attesa' è il nuovo lavoro che dal 23 luglio al 14 agosto, festeggia il mezzo secolo

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Può darsi che importi a pochi di un piccolo borgo toscano dove ogni anno gli abitanti si mettono in scena, che faccia sorridere immaginare nonni e nipoti in palcoscenico o che risulti ostico capire come mai tanto successo senza nemmeno una celebrità o un volto popolare. Eppure una volta arrivati a Monticchiello, percorse le strade silenziose della Val d'Orcia, patrimonio dell'Unesco, in lontananza la bella Pienza e davanti la torre robusta e piccola alla sommità del colle, c'è tutto quello che vorremmo trovare in un luogo: belle persone, un senso di comunità, una bella tensione emotiva. La stessa che, si dice, abbia affascinato Fellini e la Masina, venuti tante volte, da spettatori. 

Monticchiello, e il paese toscano ritorna in scna

Sì, perchè da tempo Monticchiello ha una sua celebrità per via del teatro: ogni estate, gli abitanti fanno uno spettacolo, si aggrappano a storie  e commedie per raccontare gioie e paure, gli scandali nazionali e le nuove trasformazioni e sono così bravi da aver appassionato Fellini ma anche Sordi, Strehler, Ronconi, applauditi da 4mila spettatori ogni estate, italiani e stranieri. Un teatro, il loro, studiato da antropologici  e sociologi, vissuto come una forma d'arte innovativa,  unico per longevità e qualità, nobile e romantica perchè è ancora vissuto come il luogo dove ci si guarda tutti assieme come nella Atene di Pericle e  perfino struggente perchè è uno strumento per resistere.

In questi giorni, piazza della Commenda, la piccola bomboniera tra gli antichi palazzi in cima al borgo dove dagli anni Ottanta c'è il palcoscenico, è in pieno fermento perchè si prepara lo spettacolo dei 50 anni. Gabriella, l'ex postina di 66 anni, Gigino, Daniele, Maria Rosa, Marco, chi bambino, chi oltre gli 80,  chi studente, chi casalinga, lavorano, si spazientiscono, provano, studiano, organizzano i ristori per il pubblico, con Gibba e altri due ragazzi del Gambia, "accolti" da nove mesi, che danno una mano alla Taverna di Bronzone, lo storico ristorante gestito dagli abitanti per gli spettatori, traducono in inglese i testi, montano le scene... Sono cento, anche di più, in un paese di poco più di 200 abitanti,  indaffarati, infaticabili. Si sono chiamati “Teatro Povero” e  Notte di attesa è  il nuovo lavoro che dal 23 luglio al 14 agosto, festeggia il mezzo secolo.
“Tutto nacque con la crisi della mezzadria degli anni '60-'70-  racconta Andrea Cresti, 77 anni, ex- insegnante di tecnica industriale, pittore amatoriale, leader e regista del Teatro Povero, esperto in luci-  Le famiglie se ne andavano dai poderi. Giorno dopo giorno sparivano i fabbri, i maniscalchi, il barbiere.  La struttura socioeconomica del paese si andava dissolvendo, chi andava in Venezuela a tagliare la legna, in Svizzera, Inghilterra. Molti di qui si trasferirono a Calais a cavare il carbone. Accadeva in tutta Italia ma noi ci rendemmo conto che non si poteva star lì con le mani in mano. Facemmo teatro per reagire, per parlare più forte agli altri”. Era il luglio 1967, Andrea, che aveva 27 anni, e gli altri misero in scena L'Eroina di Monticchiello. Seguirono Quel 6 aprile del '44  l'anno dopo, Noi di Monticchiello nel '70, via via fino ai recenti Palla Avvelenata o Il Paese che manca dell'anno scorso, storie di partigiani, o di figli e genitori,o di crisi, o disgregazione sociale e speranza. Di solito a gennaio, iniziano le assemblee pubbliche per stabilire un tema da cui nascerà il testo per lo spettacolo, una vera drammaturgia partecipata.

E sono discussioni lunghe. “Siamo un popolo litigioso per natura- ironizza Creti-, ma in senso buono, per amore del confronto. Nei primi anni, quando erano di moda le provocazioni al pubblico, c'erano anche i carabinieri per vedere che non ci si prendesse a pugni con qualche spettatore, perchè parlavamo di aborto quando la legge non c'era, di obiezione di coscienza e a quel tempo era un reato penale, di condizione femminile... Il confronto è stato l'aspetto fondamentale della nostra esperienza”. Per lo spettacolo numero 50, "l'autodramma" come viene chiamato, Notte di attesa, per il compleanno - accompagnato da una mostra fotografica e in ottobre da un convegno curato con un comitato scientifico con Alberto Asor Rosa, il ministro Franceschini, gli antropologi Pietro Clemente e Fabio Mugnaini - il tema è l'assedio "che è anche quello interiore. È il senso di ansia, instabilità per le difficoltà di ogni giorno – prosegue Cresti-  È la storia di una comunità che decide di rinchiudersi tra quattro mura per difendersi, per poi capire che la soluzione è aprirsi, sfidare il mondo come fecero i nostri contadini negli anni '60 e come in fondo 50 anni fa facemmo noi con questa idea bislacca degli spettacoli”.  Il teatro ha dunque salvato Monticchiello? “Umanamente sì”, è convinta Gabriella Della Lena, attrice della prima ora. “Un ragazzino che vede il nonno fare e dire cose che non gli ha mai visto fare,  trasforma  le relazioni. E spesso sono vere scoperte”.  “Noi possiamo solo essere grati”, dice  Gibba Ebrima il ragazzo del Gambia.  E Cresti: “Non so dire come sarebbe Monticchiello senza questa esperienza. Il teatro ha sicuramente legato la comunità. Il vecchio Granaio del '700, che è la nostra sede, è lo spazio per la comunità, dove raccogliamo i medicinali per chi ha bisogno, è il punto internet del paese, fa da centro per la posta ora che ci hanno chiuso l'ufficio postale, da edicola, biblioteca, centro  d'accoglienza...Il teatro e la comunità sono cresciuti in un intreccio vitalissimo. Ma forse anche mortale. I giovani non hanno interesse per queste cose, stanno sempre attaccati a quegli aggeggi elettronici. Dentro di noi siamo consapevoli dell'unicità di ciò che abbiamo fatto, ma cosa ci aspetta in futuro non lo sa nessuno”.