Rezzamastrella, il teatro inclassificabile sbarca a New York: "Sorprendiamo anche all'estero"
Rodolfo di Giammarco
Alla vigilia del trentennale del loro sodalizio, Antonio Rezza e Flavia Mastrella presentano al Fringe Festival di Roma il loro spettacolo 'Io' prima di approdare negli Stati Uniti con 'Pitecus'
3 minuti di lettura
Fabbricano linguaggi strani, e sempre più stranieri, con un’imminente puntata a New York, Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Il loro sodalizio, che l’editoria artistica ha titolato, in due volumi, La noia incarnita nel 2012 (Barbès), e Clamori al vento (il Saggiatore) nel 2014, che la scena italiana giovane e intellettuale ha apprezzato dal 1987 (il prossimo anno festeggeranno 30 anni di lavoro assieme), e che il pubblico romano può seguire da vicino domenica 4 al Roma Fringe Festival a Villa Ada in una replica di Io, ha in serbo una strepitosa e meritata novità: dal 10 al 16 ottobre i due sono stati chiamati a mettere in scena il loro storico spettacolo Pitecus (unione di tre lavori dal 1988 al 1995) al La MaMa Experimental Theatre Club di New York, un’operazione curata dal teatro Vascello di Roma.
"A dire la verità, nel tempo, siamo stati già ad Avignone Off nel 1991 e a Parigi nel 1998 sempre con Pitecus, in Spagna nel 2010 ancora con Pitecus tutto in spagnolo facendo tappa a Madrid e a Palencia (a 200 chilometri a nord di Madrid, da non confondersi con Valencia), tornando a Parigi nel 2011 con 7-14-21-28 che poi abbiamo portato in Russia, a Mosca, nel 2013 (esistono telegiornali russi dove ci intervistano, e noi parliamo in italiano con traduzioni simultanee russe sincronizzate col labiale)".
Con che reazioni, all’estero?
"In Spagna sulla parte visuale ridevano e si stupivano anche più che in Italia. Quello che facciamo sorprende anche i non italiani. Lo stesso è accaduto a Mosca con la traduzione. Gli stranieri percepiscono sempre di trovarsi di fronte a un teatro inclassificabile. E gli incontri che abbiamo con gli spettatori sono un riscontro di questa sensazione. Noi, da parte nostra, cerchiamo di farci capire: a New York parlerò per il 30% in inglese e per il 70% in italiano coi sopratitoli. La struttura è sempre la stessa, e il più delle volte poggia su un attore, il sottoscritto, che s’affaccia".
E su che s’è basata finora la vostra intesa (Rezza autore del linguaggio, Mastrella artefice della forma) durata quasi 30 anni?
Rezza: «Allora, all’inizio, tra noi c’era maggiore inconsapevolezza e passionalità, adesso c’è una tecnica e una capacità di sintesi sicuramente di migliore livello. Siamo più rapidi, ma diffidiamo dell’esperienza che è sempre corruttrice».
Mastrella: «Io mi divertivo più prima, perché c’era naturalmente un clima d’avventura, adesso le avventure le cerchiamo, vediamo che aria tira dappertutto, ma l’intesa artistica è sempre ottima, gli anni hanno significato un buttarsi via (quello che manca è il vivere per passare il tempo)».
E cos’è cambiato tra voi e gli altri, il sistema teatrale, il pubblico?
"Con Pitecus (1995) s’affronta la massa attraverso una forma di comunicazione di massa, attraverso l’ispirazione di un’estetica di massa che è una comunicazione particolare. Fotofinish (2003) ci ha portato il corpo completamente allo scoperto, e la parola si è arricchita, l’immagine si è evoluta nel discorso estetico dei mass media. L’ultimo spettacolo, Anelante, ha raggiunto il linguaggio, e risolvendo il linguaggio, ci spinge, ci obbliga a ricominciare da zero".
Che rapporto c’è tra i vostri spettacoli e l’habitat, i luoghi, gli spazi?
"Se i luoghi non ci accolgono, questo può diventare un nostro motivo di vanto (la Biennale di Teatro di Venezia, Santarcangelo, ad esempio non ci invitano, e questo è distintivo). Abbiamo iniziato nelle gallerie d’arte, nei centri sociali, nella Centrale del latte di Roma, nel Cassero a Bologna, all’Arcigay, e ora andiamo nei teatri, quasi soltanto nei teatri, ogni tanto nei musei. Il Vascello è il nostro porto (dove stiamo almeno un mese all’anno), e collaboriamo con la fondazione Tpe di Torino".
E come ha funzionato il vostro rapporto, tra aspetti umani e artistici, in questi quasi trent’anni?
"Noi siamo stati fidanzati per nove anni, poi abbiamo scelto la strada artistica più che quella amorosa, perché ad amarsi sono capaci tutti, ma a fare quello che facciamo noi no".
E al di fuori del teatro come vi manifestate, che annunciate?
«Ripresentiamo il film Escoriandoli, che è del 1996, per il ventennale, al Gasometro di Roma, a Core d’acciaio, il 10 e 11 settembre. A novembre-dicembre uscirà l’ultimo film che abbiamo fatto, Milano via Padova, che fa riferimento alla via milanese con più alta commistione di extracomunitari e indigeni di varie regioni italiane del sud, con intolleranza più o meno apparente, e noi, come per Troppolitani, abbiamo intervistato a corpo libero gente che parla di razzismo cantando con la lingua delle proprie radici, un progetto condiviso con la Fondazione Bertini, lungo 70 minuti, che presenteremo a Roma tra dicembre e gennaio quando saremo al Vascello. Ah, poi esce l’audiolibro di Anelante, con Sossella Editore, sempre a fine anno".