Le più belle arie di Madama Butterfly (esclusa "Addio fiorito asil") alla prima del 7 dicembre si ascolteranno in un contesto un po' diverso: l'opera, diretta da Riccardo Chailly, andrà in scena nella prima edizione del 1904, che fu aspramente contestata al suo debutto proprio alla Scala e poi rimaneggiata più volte dallo stesso autore.
Maestro, perché ha scelto la prima edizione?
"Sono convinto che l'opera sia nata già con una struttura compiuta ed efficace dal punto di vista drammaturgico, musicale e teatrale, anche se poi Puccini ha continuato a lavorarci. Come sostiene uno dei maggiori studiosi pucciniani, Dieter Schickling, la storia delle opere del compositore è anche un caso unico di work in progress. Ma, reinserendo le parti tagliate, tutto torna: le arie che tutti amiamo acquistano un valore più denso di significati. Non pretendo di imporre questa versione come definitiva. Voglio solo offrire al pubblico un'alternativa di ascolto".
Quali sono i punti di forza della prima della "Butterfly"?
"Unificando il secondo e il terzo atto Puccini risponde a un'esigenza di concentrazione drammatica cui la Scala era forse allora poco abituata, ma che invece cresceva come tendenza in Europa. La continuità tra i due atti, col coro a bocca chiusa e l'intermezzo eseguiti senza interruzioni, crea nel pubblico una grande tensione emotiva prima che si consumi la tragedia. Avevo già studiato la partitura originale, ma solo quando l'ho vista in scena a Zurigo mi sono reso conto della sua forza".
Quali altri cambiamenti ci saranno?
"La figura di Kate, la moglie americana di Pinkerton, acquista un peso maggiore. Alcune frasi che nella versione in tre atti sono cantate da Sharpless, qui le pronuncia lei. Ad esempio confessa di fronte a Butterfly di essere lei la "causa innocente di ogni vostra sciagura". Cio-Cio-San vuole sapere tutto: "Quanto tempo è che l'ha sposato?", le dice direttamente "Non mi toccate". Tra le due donne c'è uno scontro aspro per ottenere l'affidamento del piccolo, Kate lo vuole a tutti i costi, insiste: "E non mi lascerete far nulla per il bambino?". Ecco: è lei che si prende ogni responsabilità, e in questo modo emergono più chiaramente la codardia e la superficialità di Pinkerton".
Un Pinkerton con la barba, vero?
"Il musicologo Arthur Groos ci ha segnalato una foto che attesta che Pinkerton, personaggio realmente esistito da cui trasse ispirazione il racconto di John Luther Long, poi ripreso da Belasco, aveva la barba. Del resto il nostro tenore (Bryan Hymel, ndr) è già arrivato a Milano con la barba".
Nel primo atto ci sarà un'altra aggiunta.
"Sì, la scena del parente Yakusidé ubriaco al matrimonio: un momento quasi comico che contrasta con l'entrata dello zio Bonzo che grida la sua terribile maledizione contro Cio-Cio-San. Si passa dal sorriso al pugno nello stomaco: uno scontro estremo tra due situazioni opposte tipico di tutto il teatro di Puccini. La descrizione minuziosa dell'ambiente e dei personaggi collaterali ha l'effetto di sottolineare ancor di più il contrasto tra due culture, quella tradizionale giapponese e quella del Nuovo Mondo, e la loro inconciliabilità".
Come si suicida Butterfly? Il regista Alvis Hermanis ha optato per il harakiri tradizionale col coltello puntato nel ventre o per il jigai, la forma praticata dalle donne disonorate, che consiste nel recidersi la giugulare?
"In partitura Puccini fa riferimento al jigai al momento del primo tentativo, quando l'irrompere del figlio la ferma. Un accenno ci sarà, anche se poi Butterfly morirà diversamente". (E si farà legare i piedi, come facevano le donne giapponesi per non assumere posizioni sconvenienti nel momento del trapasso, ndr).
Lei spesso ha parlato della grande abilità di orchestratore di Puccini, che lo colloca a pieno titolo nello spirito europeo del tempo, e del suo sguardo proiettato nel futuro. Ci può dire invece qualcosa sul canto?
"La vocalità pucciniana è molto complessa, per nulla facile, anche se a volte può sembrare facile all'orecchio. Quando il compositore crede in un personaggio lo porta all'esasperazione vocale, con passaggi impegnativi dal registro grave a quello acuto. Tutte le sue eroine hanno bisogno di una vocalità drammatica, e più la tragedia diventa imminente, più entrano in gioco la tecnica e la fibra vocale ed emotiva del cantante. Ma accanto alla irrinunciabile melodia, Puccini crea in modo molto sofisticato, direi novecentesco, l'armonia, che a volte contrasta col canto creando effetti di profondo turbamento. Con l'orchestra della Scala sto lavorando molto anche su questo aspetto".
Puccini è uno dei suoi compositori del cuore. Cosa le dà dal punto di vista personale?
"Entrare nel suo mondo è un viaggio epocale che assorbe tutto l'universo musicale di un interprete. Così accade anche quando dirigo Gustav Mahler, Richard Strauss e altri autori. Puccini racconta l'uomo e la sua complessità ed è impossibile non rimanerne coinvolti. Da ascoltatore, la commozione si rinnova ogni volta".
Maestro, perché ha scelto la prima edizione?
"Sono convinto che l'opera sia nata già con una struttura compiuta ed efficace dal punto di vista drammaturgico, musicale e teatrale, anche se poi Puccini ha continuato a lavorarci. Come sostiene uno dei maggiori studiosi pucciniani, Dieter Schickling, la storia delle opere del compositore è anche un caso unico di work in progress. Ma, reinserendo le parti tagliate, tutto torna: le arie che tutti amiamo acquistano un valore più denso di significati. Non pretendo di imporre questa versione come definitiva. Voglio solo offrire al pubblico un'alternativa di ascolto".
Quali sono i punti di forza della prima della "Butterfly"?
"Unificando il secondo e il terzo atto Puccini risponde a un'esigenza di concentrazione drammatica cui la Scala era forse allora poco abituata, ma che invece cresceva come tendenza in Europa. La continuità tra i due atti, col coro a bocca chiusa e l'intermezzo eseguiti senza interruzioni, crea nel pubblico una grande tensione emotiva prima che si consumi la tragedia. Avevo già studiato la partitura originale, ma solo quando l'ho vista in scena a Zurigo mi sono reso conto della sua forza".
Quali altri cambiamenti ci saranno?
"La figura di Kate, la moglie americana di Pinkerton, acquista un peso maggiore. Alcune frasi che nella versione in tre atti sono cantate da Sharpless, qui le pronuncia lei. Ad esempio confessa di fronte a Butterfly di essere lei la "causa innocente di ogni vostra sciagura". Cio-Cio-San vuole sapere tutto: "Quanto tempo è che l'ha sposato?", le dice direttamente "Non mi toccate". Tra le due donne c'è uno scontro aspro per ottenere l'affidamento del piccolo, Kate lo vuole a tutti i costi, insiste: "E non mi lascerete far nulla per il bambino?". Ecco: è lei che si prende ogni responsabilità, e in questo modo emergono più chiaramente la codardia e la superficialità di Pinkerton".
Un Pinkerton con la barba, vero?
"Il musicologo Arthur Groos ci ha segnalato una foto che attesta che Pinkerton, personaggio realmente esistito da cui trasse ispirazione il racconto di John Luther Long, poi ripreso da Belasco, aveva la barba. Del resto il nostro tenore (Bryan Hymel, ndr) è già arrivato a Milano con la barba".
Nel primo atto ci sarà un'altra aggiunta.
"Sì, la scena del parente Yakusidé ubriaco al matrimonio: un momento quasi comico che contrasta con l'entrata dello zio Bonzo che grida la sua terribile maledizione contro Cio-Cio-San. Si passa dal sorriso al pugno nello stomaco: uno scontro estremo tra due situazioni opposte tipico di tutto il teatro di Puccini. La descrizione minuziosa dell'ambiente e dei personaggi collaterali ha l'effetto di sottolineare ancor di più il contrasto tra due culture, quella tradizionale giapponese e quella del Nuovo Mondo, e la loro inconciliabilità".
Come si suicida Butterfly? Il regista Alvis Hermanis ha optato per il harakiri tradizionale col coltello puntato nel ventre o per il jigai, la forma praticata dalle donne disonorate, che consiste nel recidersi la giugulare?
"In partitura Puccini fa riferimento al jigai al momento del primo tentativo, quando l'irrompere del figlio la ferma. Un accenno ci sarà, anche se poi Butterfly morirà diversamente". (E si farà legare i piedi, come facevano le donne giapponesi per non assumere posizioni sconvenienti nel momento del trapasso, ndr).
Lei spesso ha parlato della grande abilità di orchestratore di Puccini, che lo colloca a pieno titolo nello spirito europeo del tempo, e del suo sguardo proiettato nel futuro. Ci può dire invece qualcosa sul canto?
"La vocalità pucciniana è molto complessa, per nulla facile, anche se a volte può sembrare facile all'orecchio. Quando il compositore crede in un personaggio lo porta all'esasperazione vocale, con passaggi impegnativi dal registro grave a quello acuto. Tutte le sue eroine hanno bisogno di una vocalità drammatica, e più la tragedia diventa imminente, più entrano in gioco la tecnica e la fibra vocale ed emotiva del cantante. Ma accanto alla irrinunciabile melodia, Puccini crea in modo molto sofisticato, direi novecentesco, l'armonia, che a volte contrasta col canto creando effetti di profondo turbamento. Con l'orchestra della Scala sto lavorando molto anche su questo aspetto".
Puccini è uno dei suoi compositori del cuore. Cosa le dà dal punto di vista personale?
"Entrare nel suo mondo è un viaggio epocale che assorbe tutto l'universo musicale di un interprete. Così accade anche quando dirigo Gustav Mahler, Richard Strauss e altri autori. Puccini racconta l'uomo e la sua complessità ed è impossibile non rimanerne coinvolti. Da ascoltatore, la commozione si rinnova ogni volta".