I migranti e Brecht: a Firenze 'Storia di un bandito che conquistò il potere'
Anna Bandettini
In occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato il regista Massimo Luconi presenta al Teatro Cantiere Florida lo spettacolo tratto dall''Arturo Ui', che porta in scena attori africani di diversa provenienza: "Ho visto ragazzi uscire dal guscio"
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Si chiamano Bakary, Mamadou, Papy, Ousmane... chi viene dalla Nigeria, chi dal Mali, chi dal Senegal, dalla Costa d'Avorio... Sono profughi richiedenti asilo in Italia, dopo mesi di un viaggio sulla rotta del Mediterraneo che, ormai sappiamo, essere un calvario. In un certo senso sono anche fortunati perchè, ospiti a Firenze e in Toscana, sono in strutture dignitose, piccoli alberghi dismessi piccole case messe a disposizione dai Comuni, sistemati meglio di altri, anche se non possono lavorare, né fare niente.
A maggio quando è cominciato “il progetto”, hanno risposto in 40 circa, poi via via ne sono rimasti undici ma soddisfatti per quello che hanno fatto. Debutteranno, infatti, domenica, nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, e lunedì, a Firenze al Teatro Cantiere Florida, in Storia di un bandito che conquistò il potere, uno spettacolo tratto dall'Arturo Ui di Bertolt Brecht, sulla tenebrosa carriera di un delinquente che diventa un dittatore alla Hitler, primo di una autentica valanga di spettacoli che questa stagione vedremo sul tema delle migrazioni, del razzismo, dell'integrazione, segno che se il teatro è lo specchio del mondo come dice l'Amleto di Shakespeare, mai come in questo momento riconosciamo in quei temi un nodo centrale del nostro tempo.
E per citarne alcuni, il 24 a Torino al Gobetti il regista Beppe Rosso dirige Troppi (ormai) su questa vecchia chiatta dello scrittore e drammaturgo romeno naturalizzato francese Matéi Visniec. Lo stesso giorno debutta A Bench on the Road spettacolo in inglese di Laura Pasetti che dà voce alle storie delle donne italiane immigrate in Scozia dal 1850 al 1950, al Piccolo di Milano dove in in aprile torna la trilogia del Mediterraneo di Lina Prosa che per prima ha portato in scena le storie tragiche dei migranti. E ancora c'è Emigranti il bel progetto di Mario Perrotta (a maggio a Modena) il quale firma anche Lireta a chi vien dal mare in tournèe con Paola Roscioli, viaggio di una donna dall'Albania verso l'Italia, e poi Albania casa mia al Franco Parenti di Milano dall'8marzo di e con Aleksandros Memetaj regia Giampiero Rappa, Human di e con Marco Baliani e Lella Costa in tournèe, Afghanistan il bel progetto del Teatro dell'Elfo dalla prossima settimana a Milano e l'attesissimo Compassion di Milo Rau sulle migrazioni siriane, a Bologna in aprile.
I Migranti e Brecht: a teatro 'Storia di un bandito che conquistò il potere'
L'interesse dell'Arturo Ui fiorentino però è diverso: non è un lavoro sulle storie personali di migranti, spesso intrise di retorica, c'è invece l'incontro tra Brecht e un gruppo di africani che non avevano mai sentito nominare il drammaturgo tedesco, e poi il valore civile di uno spettacolo che di fatto diventa “il lavoro” per un gruppo di profughi, l'occasione di imparare la nostra lingua in un contesto alto e creativo ne fanno una esperienza singolare, partita da due persone: Cesare Molinari storico del teatro e il regista Massimo Luconi, interessato alla cultura africana, non nuovo a ibridazioni (la sua Antigone africana sarà al Festival di pompei in maggio). E' lui che ha lavorato da maggio con i profughi africani che oggi in scena sono Bakary Diabate, Mamadou Diaby, Alassane Diallo, Ibrahima Diassigui, Blessing Godpower, Papy Jay, Fatty Lamine, Boubacar Kanoute, Bilaly Ongoiba, Ousmane Tounkara, Aboubacar Traore e la partecipazione di Ndiawar Diagne, Maly Dialy Cissoko.
“All’inizio, non è stato facile formare un gruppo di lavoro: le provenienze erano molto diverse. Non si capivano tra loro anche perchè alcuni parlavano le lingue delle loro etnie, i Peul che sono pastori nomadi, o i Dogon del Mali”. A unirli è stato proprio il palcoscenico, prosegue Massimo Luconi. “Siamo partiti dalla diversità delle provenienze, il legame con le proprie radici, poi siamo passati alla analisi del testo e all'azione in palcoscenico: la recitazione, la musica... Ognuno è stato libero di fare o no questo percorso artistico, ma va detto che gli africani sono decisamente powerful come attori, hanno predisposizione naturale al racconto, a livello espressivo sono dinamici, energici, hanno una forza naturale: lo vedrete nell'attore protagonista che è un vero talento. E anche altri si sono rivelati davvero bravissimi”.
Lo spettacolo dunque sarà in italiano, con alcuni pezzi in inglese, francese, ma anche bambara, la lingua dei Mandingo del Mali, peul, solinkè, wolof... rispettando le storie e le radici individuali. Ma durante il percorso si sono stabiliti dialoghi tra gli attori-profughi “in un rapporto sincretico e di reciproca crescita culturale ed umana sorprendente”, prosegue Luconi. A dare una mano ci si è messo anche Bertolt Brecht, non solo per la vicenda del testo scelto (l’ascesa al potere di “un” Hitler, da gangster a dittatore sono parabole ben conosciute agli africani) ma anche anche per lo stile e la forma, “perchè il teatro didascalico, i drammi a tesi, creano una assonanza fra il teatro brechtiano e quello africano, in quanto ancora oggi in Africa il teatro ha quasi sempre valore moralistico con i cantastorie, i griot”.
Dopo le due recite fiorentine non si sa se il progetto – autofinanziato e con la partecipazione volontaria di tutti tranne che dei profughi pagati regolarmente come attori- avrà vita futura. “In 40 anni di lavoro è una delle esperienze più belle che ho fatto. E' successo il miracolo che noi teatranti conosciamo ma che sorprende sempre: attraverso il palcoscenico si è formato un gruppo coeso di persone che non si parlavano, che erano depresse e intimiditite perchè da molto tempo in Italia non succedeva niente per le loro vite, alcuni rinviati al '19 per una risposta sul loro status... Basta pensare che solo in Toscana ci sono 180mila persone e solo una piccola parte avrà lo status di rifugiato... Ecco, qui hanno trovato un impegno quotidiano, un lavoro e ho visto ragazzi cambiare, uscire dal guscio, diventare vivi”.