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Muti: "Io, alla Scala 12 anni dopo"

Il direttore sarà di nuovo nel tempio della lirica a seguito del difficile divorzio. Il 20 e il 21 gennaio guiderà la Chicago Symphony Orchestra per il tour europeo

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MILANO - SONO PASSATI dodici anni dall'addio, così tanti che pare perfino difficile comprendere i perché di quella che allora fu definita "una rottura". Ma quel che conta è che la presenza di Riccardo Muti alla Scala è rimasta, è sentita, e lo si capisce dall'aura di attesa che circonda il "ritorno del maestro". Il 20 e il 21 gennaio, Muti salirà infatti di nuovo sul podio del teatro milanese, per due concerti sold out con la Chicago Symphony Orchestra che dirige dal 2010, nell'ambito della tournée europea della prestigiosa formazione americana, partita ieri trionfalmente da Parigi, oggi e domani ad Amburgo dove inaugura l'Elbphilharmonie, poi in Danimarca, Vienna, Baden-Baden per chiudere a Francoforte il 27.

Per la Chicago si tratta della terza volta alla Scala dopo i concerti diretti da Sir Georg Solti nel 1971 e nel 1981. "E alcuni elementi dell'orchestra di allora ci sono anche oggi", dice il direttore, sereno, dopo una mattinata di studio, come fa ogni giorno. "Quanto a me, curioso che l'ultimo concerto fu con i Wiener pochi mesi dopo che me ne ero andato da direttore musicale e ora ritorno con un'altra orchestra non italiana".

Emozionato?
"Già lo scorso giugno, quando la Scala aveva inaugurato la mostra per i miei 75 anni e c'era stato l'incontro col pubblico nel teatro gremito, per me era stato come tornare a casa. Dopo vent'anni da direttore musicale, ma molti di più con le esecuzioni precedenti, dal Premio Cantelli del '67 a Le Nozze di Figaro dell'81... essere lì mi sembra normale. Non voglio dire senza emozioni, ma come non l'avessi mai lasciata ".

Più di 50 opere, quasi 400 concerti, la riscoperta filologica di Verdi, storici titoli mozartiani, Gluck, Cherubini, Salieri, Spontini autori che non si sentono più alla Scala: come ricorda quei suoi anni da direttore musicale?
"Anni fondamentali nella mia vita. Ma poi le cose finiscono".

Male, scrissero allora i giornali. Specie il rapporto con l'orchestra. Fu così anche per lei?
"Pochi mesi prima avevamo fatto una bellissima tournée in Giappone e Corea. L'orchestra era a livelli straordinari. Non avevo percezione di una crisi, per cui non riesco a dare un giudizio. Tutto si aggrovigliò velocemente e in modo complicato".

I professori d'orchestra della Scala le hanno scritto di tornare in questi anni.
"Sì, con alcuni di loro è rimasto un bel rapporto".

Cosa immagina che proverà quando risalirà su quel podio?
"Non lo so. Sono sempre emozionato quando sto per salire su un podio perché sento l'impegno del fatto musicale. Certo lì è diverso, perché credo di aver fatto cose importanti Traviata, Rigoletto e Trovatore dopo oltre 20 anni, per esempio, e rispettando la volontà dell'autore, fedele agli originali. Un rispetto che è anche per il pubblico e il teatro".

A proposito di rispetto: lei che dice dei festeggiamenti per Maradona al San Carlo di Napoli?
"Maradona di Pompei, lo chiamò in una vignetta il mio amico Forattini... Vede, la prima volta che entrai al San Carlo nel '68 o '69 mi sentivo a disagio pensando alla storia che ci era passata: Farinelli, Caffarelli, Cimarosa, Rossini, Donizetti... Non dico che lì, Maradona, sia giusto o sbagliato. Dico che è strano".

Non è un tifoso di calcio.
"Non amo quelli che hanno l'intelligenza alla punta del piede".

Le manca un teatro in Italia dove dirigere opere?
"Ho fatto dodici anni al Maggio, poi Londra, Filadelfia, la Scala per quasi vent'anni, ora Chicago, più i 46 anni continui con la Filarmonica di Vienna dove tornerò per la quinta volta a dirigere il concerto di Capodanno. Basta. Ora mi piace insegnare ai ragazzi nella mia Accademia che si mantiene con soldi dei privati e seguire i giovani della Cherubini".

Con loro e Ravenna Festival andrete a Teheran a luglio per il Concerto dell'amicizia: è vero?
"C'è il progetto. E alla Cherubini potrebbero unirsi i musicisti delle principali orchestre italiane".

Subito dopo ci sarà l'"Aida" a Salisburgo con Anna Netrebko.
"E dire che avevo deciso di non fare più opere...".

E perché?
"Ho lavorato con grandi come Strehler, Vitez, De Simone, Vick, Herzog, Ronconi, ma ho avuto anche molte delusioni dai registi. Non è questione di antico contro moderno, perché con Ronconi già ai tempi del Maggio abbiamo fatto cose rivoluzionarie. È questione di regie idiote o intelligenti, di allestire o di fare casino. Ma con Shirin Neshat, la regista di Aida, condividiamo l'idea che si tratti di un'opera intima sulle diversità di razza e cultura, concentrata su due donne: Aida e Amneris".

Torniamo alla Chicago: dirigerà due programmi diversi e variegati. Alfredo Catalani, Richard Strauss e Cajkovskij per il primo concerto, Hindemith con Elgar e Musorgskij per il secondo.
"Dal punto di vista tecnico e virtuosistico richiedono la duttilità e versatilità che la Chicago ha. Tengo molto a Contemplazione di Catalani, che ho scelto come omaggio proprio alla Scala e a Toscanini di cui è il 150esimo della nascita e che amava e ammirava Catalani, un autore morto precocemente, altrimenti avrebbe cambiato l'evoluzione del verismo italiano. E se la Chicago è una potente macchina di suono, alla Scala vogliamo entrare in punta di piedi, tra l'altro proprio nel giorno, il 20 gennaio, in cui nel 1892 debuttò alla Scala la Wally, il capolavoro di Catalani che un giorno farò".

Con l'orchestra della Scala?
"Mai dire mai".