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TEATRO

Il primo Eduardo di Mario Martone: "Racconto una Napoli in cui sono tutti colpevoli"

Il regista partenepeo debutta il 6 marzo con 'Il sindaco del rione Sanità', riambientato in un quartiere difficile come San Giovanni a Teduccio: "È la realtà di una città dilaniata"

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Nasce come un gesto politico, come prova della vocazione civile del teatro, ma anche come segno di rispetto e continuità con la tradizione culturale napoletana e poi dalla passione, dal desiderio di capire e interpretare il nostro tempo.  Il primo Eduardo di Mario Martone, Il sindaco del rione Sanità, è un lavoro ricco di echi e reverberi. Napoli, innanzitutto, che è la città dell'autore ma anche del regista, dove ha esordito a teatro, dove è tornato più volte con i suoi film (l'ultimo, Il giovane favoloso), dove è stato chiamato da un gruppo di artisti napoletani che lavorano da tre anni in uno dei quartieri più a rischio - camorra della città, San Giovanni a Teduccio: lì, hanno aperto un teatro, il Nest, fanno animazioni per bambini, provano a tenere i ragazzi lontano dalla strada con laboratori, li formano ad un mestiere, li coinvolgono con il teatro.

E  proprio in quel “rione” così violentemente connotato, il Sindaco di Martone debutterà il 6 marzo nello spazio e con gli attori del Nest, a cominciare da Francesco Di Leva che avrà il ruolo del protagonista Don Antonio Barracano, Adriano Pantaleo, Salvatore Presutto accanto ad attori popolari come Giovanni Ludeno e Massimiliano Gallo e a giovani esordienti di San Giovanni a Teduccio e altre periferie napoletane, compreso un giovane rapper, Ralph P, che ora firma le musiche. Il progetto si è realizzato perchè, ancora sulla carta entusiasmò Luca De Filippo prima della sua morte, e oltre al Nest è stato sostenuto con calore da Carolina Rosi che gestisce l'eredità  di Eduardo con la sua compagnia Elledieffe e dal Teatro Stabile di Torino di cui Martone è direttore artistico.

Martone, il testo ruota intorno a Antonio Barracano, boss di quartiere che amministra il potere con un gruppo di sgherri dalla pistola in mano ma che alla fine fa un gesto "morale". A lei perchè è piaciuto?
“Per tante ragioni. E' interessante, per esempio, come il testo parla della complessità di Napoli, delle sue tante facce in modo molto lucido. Accanto al protagonista, emergono altri due personaggi importanti: da un lato, il medico di Barracano, Fabio Della Ragione, figlio di un professore, della Napoli borghese che ha scelto però di entrare in una contesto di criminalità, E dall'altro Arturo Santaniello che al contrario ha una origine umile, ma prova a farsi strada nella Napoli legalitaria, del commercio, con i suoi panifici. Ognuno di loro esprime un'anima che è ancora nella Napoli di oggi”.
 
La compagnia durante le prove al Nest (Foto Mario Spada) 
Quanto ha contato per lo spettacolo la realtà di San Giovanni a Teduccio, le storie criminali, i capi camorra  che qui si vedono davvero? E quanto il suo essere napoletano?
“Molto. Il mio rapporto con Napoli è costante. E lo è su due piani. Uno è teatrale: il teatro napoletano è il paradigma del teatro italiano, sia dal punto di vista drammaturgico con artisti come Scarpetta, Eduardo, Viviani via via fino a Ruccello e Moscato, sia dal punto di vista degli attori che costituiscono una autentica scuola, per via del dialetto, perchè a Napoli si parla ancora il dialetto, c'è una aderenza lingua, corpo, teatro che altrove non c'è in Italia. Poi c'è per me l'altro piano, quello della realtà di una città dilaniata, che ha molte contraddizioni e problemi, umori e contrasti: basta vedere qui a San Giovanni dove trovi anche molta umanità. Il Sindaco di Eduardo questi umori li coglie tutti e, io credo, coglie anche la necessità di assumersi la responsabilità individuale se si vuole cambiare qualcosa”.  

E come ha  lavorato con giovani che sulle spalle hanno già piccole storie criminali?
“Nelle mie tante vite intrecciate, anni fa feci un Falstaff al San Ferdinando con Renato Carpentieri e i ragazzi di Nisida, il carcere minorile. Fu un lavoro profondo, a cominciare dalla traduzione  in napoletano fatta dai ragazzi stessi. Ho lavorato come faccio io di solito, sul testo. Gli attori devono sapere quello che dicono e io sono abituato a fare lunghe prove 'a tavolino', studiando cioè riga per riga dell'autore. Così è stato anche per il Sindaco che definirei un lavoro collettivo, l'apporto dei giovani e gli umori del quartiere ne fanno parte”.

E Eduardo?Come è stato questo suo primo approccio?
“E' un grande drammaturgo. Direi che ci sono due Eduardo, diversi in epoche successive, perchè dagli anni Sessanta, quando Il Sindaco fu composto, le sue storie diventano più “sociali” e meno famigliari. Poi è interessante per me, perchè di Eduardo abbiamo le sue regie che spesso erano diverse dai testi. Perche da regista , anche egli interpretava il testo. Cosa che ho fatto anch'io. Il finale per esempio, è cambiato”.

Cioè?
“Ho tagliato il monologo finale del dottore. Lì Eduardo, apriva la storia a un esito possibile: il dottore invoca, in un certo senso, la carneficina, si tira fuori dal mondo criminale ed è come se dicesse a tutti gli altri 'ammazzatevi tra di voi se volete continuare così'. Io ho un po' complicato le cose: facendo emergere anche il personaggio di Arturo Santaniello, importante come Antonio Barracano e il dottore, emergono appunto le tante Napoli. Mi è sembrato più importante, dunque, fermare il finale alle prime frasi del monologo del medico, quando rivolge la domanda  a Santaniello, quando gli chiede di rispondere, se deciderà di dire la verità sulla morte di don Antonio  e andare in prigione e scatenare la faida tra i figli o lasciar credere che Barracano sia morto 'di cuore'. Mi sono fermato lì perchè in questa storia sono tutti colpevoli. Scavando il testo viene fuori l'ambiguità che c'è in ognuno, che è la stessa di Napoli, degradata e viva, bellissima e criminale....e dove l'unica cosa a cui ti puoi appigliare è la responsabilità individuale. Qui tutti si pongono il problema di che fare della propria vita, di avere la possibilità di un'altra scelta. La responsabilità sociale è aprire strade alternative, ma quali strade, poi, percorrere, ci dice Eduardo, è questione di responsabilità individuale ”.