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TEATRO

Lorenzo Lavia e i giovani "guitti" tra maschere, equivoci e travestimenti

In scena al Teatro India di Roma Il gioco dell'amore e del caso di Marivaux. Il regista: "Non è un testo sull'amore ma il ritratto di una borghesia orrenda dove puoi anche cambiare vestito e apparenza ma nella sostanza non c'è nessuna rivoluzione"

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Non succede di frequente che dei giovani artisti abbiano un'occasione così: una vera produzione, quaranta giorni di prove, un regista appassionato, e la prospettiva di poter magari andare anche in tournée. Il gioco dell'amore e del caso, l'acida commedia di Marivaux che venerdì debutta al Teatro India di Roma, è finalmente un modo nuovo di mettere alla prova nuovi talenti. Lo spettacolo nasce, infatti, dalla collaborazione tra il Teatro di Roma e la sua scuola di Alta Formazione per attori, l'Accademia di Costume e Moda e il Conservatorio di Musica Santa Cecilia che hanno messo in campo le proprie giovani eccellenze, freschi professionisti o debuttanti, per un allestimento in piega regola guidato da Lorenzo Lavia, regista dello spettacolo.
Quarantacinque anni, radici teatrali solidissime con il padre Gabriele, alla sua terza regia, Lorenzo Lavia si è gettato con foga e passione in questa avventura, contagiato dalla freschezza, dall'autenticità e dalla novità di poter lavorare con una compagnia la cui media di età non supera i 25 anni (gli attori sono: Antonio Bannò, Federico Benvenuto, Simone Borrelli, Edoardo Coen, Sylvia Milton, Alessandro Minati, Francesca Ziggiotti. Per i costumi Sara Addi, Chiara Cecchini, Flavia degl’Innocenti, Flavia Mandalà, Viola Mastini, Cristiana Mece, Giada Pellegrino, Isabella Raimondi, guidati da Andrea Viotti, mentre Antonio Di Pofi ha composto le musiche di scena).
 

Lorenzo Lavia e i giovani "debuttanti" sul palco con Marivaux

“Io sono uno stakanovista, vengo dalla scuola di mio padre. Ho tartassato questi ragazzi. Ma loro sono peggio di me. Finita la giornata di prova sono capaci di restare in teatro per altre ore a provare per conto proprio. Ho creato dei mostri”, scherza Lorenzo che spiega: “Non ho certo insegnato loro a recitare. Credo piuttosto di aver trasmesso il rigore, il valore di un teatro che sta scomparendo. In Italia la tradizione sembra una brutta parola, ma solo se si è legati alla tradizione ci può essere il tradimento e dunque l'innovazione”.

Lo spettacolo - racconta il giovane Lavia - è nato davvero per amore e per caso, come dice il titolo. “Grazie a una serie di combinazioni fortunate si è creata una strana magia per cui non potevo che scegliere il testo di Marivaux”. Il regista ha ridotto e tradotto l'originale il cui intreccio si centra sullo scambio di ruoli tra Silvia e l'amato Dorante che per mettere alla prova il loro amore, l'uno all'insaputa dell'altro, prendono i panni dei loro servitori, Lisetta e Arlecchino, dando a questi ultimi i loro, spiandosi tutti quanti. Lo scambio di persone non modificherà però le dinamiche amorose delle due coppie.

La scena è vuota, solo due casse che vengono spostate a seconda dei momenti, i costumi, che solo richiamano un lontano Settecento,sono stati  realizzati con il materiale dei paracaduti che si gonfia e vola quando i personaggi camminano creando un effetto evanescenza, e una sensazione di immaterialità. “Per me sono come marionette - spiega Lorenzo Lavia - In tutta la commedia il centro intorno cui ruota la storia è la maschera, l'identità e il suo doppio. Qui gli equivoci abbondano. I personaggi non fanno che travestirsi, e si svelano solo attraverso la maschera, che in fondo è un tema quasi metateatrale, tanto che ho immaginato l'inizio come l'arrivo di una compagnia di guitti che poi si mette a recitare Marivaux. Dunque il gioco della finzione è scoperto da subito. Anche perché quella dello scrittore francese non è una commedia sull'amore ma una commedia sociale, il ritratto di una aristocrazia o se si vuole una borghesia orrenda, fatta di gentaglia e in generale di un mondo dove puoi anche cambiare vestito e apparenza ma nella sostanza non c'è nessuna rivoluzione, i ricchi restano ricchi e i poveri poveri: che è qualcosa di molto più perturbante. Anche se si ride”.