Roberto Andò al Maschio Angioino di Napoli: "La giustizia, una promessa non mantenuta"
Anna Bandettini
Il regista porta al Napoli Teatro Festival 'In attesa di giudizio' di Thomas Bernhard, storia di un uomo che dopo aver scontato la sua pena non crede di aver veramente espiato
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Innanzitutto c'è il luogo, il Maschio Angioino, uno dei monumenti più belli di Napoli e in uno dei punti più emozionanti della città. C’è il coinvolgimento di una trentina almeno di napoletani, non professionisti che, insieme a un folto gruppo di giovani attori, danno volto e voce a illustri figure della storia e a personaggi qualunque. C'è, poi, l'impronta installativa di uno spettacolo che è fortemente legato alla parola. E, infine, c'è un regista-autore con un interesse vivo e costruttivo per i temi della Giustizia, e soprattutto da un punto di vista teorico ma non privo di influenza sulla realtà.
Il Napoli Teatro Festival (NTF) presenta oggi, domani e lunedì In attesa di giudizio, un progetto speciale che unisce due spettacoli entrambi diretti da Roberto Andò, regista e autore siciliano, suoi film di successo come Le confessioni, Viva la libertà, e spettacoli come Il dio della carneficina, Proprio come se nulla fosse avvenuto, presentato proprio al NTF, Locandiera B&B con Laura Morante. Qui dirige un gruppo di una cinquantina tra attori e comparse, protagonisti Fausto Russo Alesi e Giovanni Esposito, accompagnati dalla vocalist Simona Severini, con le musiche Marco Betta, da Margherita Romeo e Giuseppe Russo, con Gianni Carluccio autore dell’installazione scenica… tutti in una duplice storia. "Si parte da un testo di Thomas Bernhard, il grande scrittore austriaco che ha per titolo È una commedia? È una tragedia?. Mai rappresentato in Italia. È un racconto che lui amava molto perché pone delle domande fondamentali sua dal punto di vista teatrale sia sul tema della giustizia – spiega Andò- A questa storia io ho accostato, come fossero due variazioni dello stesso nucleo, una seconda parte con il saggio di Salvatore Satta, giurista raffinatissimo, autore nel 1948 del Manuale di Diritto Processuale Civile. Qui, mi sono rifatto a un librettino che fu trovato nelle sue carte dopo la morte, Il mistero del processo in cui Satta interroga il processo, in modo libero, da giurista e da scrittore. E anche da filosofo".
Un tema complesso per uno spettacolo: perché lo ha scelto?
"Siamo in un paese, è vero, dove la giustizia ha tenuto in ostaggio tutti. È una promessa non mantenuta: basta ricordare Mani Pulite che ha a lungo surrogato la politica creando anche, unico paese, l’equivoco per cui la Sinistra, l’area progressista, da noi è stata giustizialista, e la Destra garantista… Comunque lo spettacolo lascia sullo sfondo queste questioni, perché non parte certo dalla cronaca".
Ma parte da Bernhard.
"Sì. Lo scrittore austriaco introduce il tema della Giustizia attraverso un personaggio dei suoi: un intellettuale che sta scrivendo un trattato, odia il teatro, e a un certo punto incontra un tizio con cui inizia a parlare, salvo accorgersi che è un uomo vestito da donna. La scoperta rivela una serie di fatti: anni prima quest’uomo ha commesso un delitto, ha ucciso una donna. Arrestato, ha pagato la sua colpa in galera. Per la legge, dunque, è a posto. Ma per la sua coscienza si sente ancora in attesa di giudizio, in attesa di un'espiazione che non arriverà. Da qui prende avvio la seconda parte, più speculativa, dove con le parole di Satta, si sviluppa una riflessione sul processo, anche dal punto di vista storico. Dunque entrano in scena figure come Ponzio Pilato, Gesù Cristo, Socrate, Voltaire... e rivediamo, nel momento prima che succeda il fattaccio, celebri scene di vittima e carnefice: un uomo che sta per amamzzare lamoglie, una infermiera che sta per fa re una flebo assassina a una anziana, dei giovani che stanno per bruciare un barbone…. Con oltre trenta attori che entrano via via in scena".
Sono momenti legati a delitti che la cronaca ci ha fatto conoscere ?
“Sì, ma sono flash che servono per riflettere sul perché l’umanità ha affidato al Giudizio il compito di derimere il bene dal male, la pena dal delitto, la vittima e il carnefice… Dunque le relazioni tra gli uomini. Lo spettacolo è soprattutto una interrogazione che si spinge fino a un gioco paradossale, perchè seguendo Satta, arriviamo a considerare il processo un forma illusoria, arbitraria ma che, pure, garantisce la legge. Un paradosso interessante quello che ci pone, che porta anche teatralmente a una dimensione forte, perché come diceva Durrenmatt ‘voglio verificare per l'ultima volta se c'è una possibilità per la giustizià".
E secondo lei c’è?
"Kafkaniamente, mi chiedo anch’io perchè l'uomo pensa che un giorno verrà giudicato da qualcuno che valuterà la sua condotta. Lo spettacolo fa soprattutto domande, forti, sul senso del vivere, ma è anche una dichiarazione laica sull'essere cittadino. Se poi mi chiede se il nodo sulla Giustizia può essere sciolto le rispondo con un altro paradosso, seguendo la riflessione di Satta: il diritto è inumano perché cerca di normare qualcosa come è la vita che è fluido e non può fermare in una norma".