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Il giardino dei ciliegi di Cechov rivive al Piccolo con Ksenia Rappoport

Il regista russo Lev Dodin ha firmato uno spettacolo perfetto che ha segnato il tutto esaurito, una rilettura del testo che afferma che quel “nuovo” annunciato nel finale sia molto peggio del vecchio
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Oltre cinque minuti di applausi e ovazioni l’altra sera al Piccolo Teatro Strehler di Milano, tutto esaurito (e lo è fino all’ultima replica di questa sera), per il debutto italiano di Il giardino dei ciliegi del Maly Teatr di San Pietroburgo, strepitoso spettacolo per come ci permette di vedere un classico di Cechov come fosse la prima volta. D’altra parte l’avventura del regista Lev Dodin, 73enne maestro della scena russa e internazionale, con Cechov e con il suo capolavoro è cominciata molti anni fa e oggi è maturata in uno spettacolo perfetto in tutti i sensi, dallo splendido lavoro collettivo degli attori all’analisi del testo. Cechov lo scrisse durante una malattia terminale – morì a 44 anni nel 1904, solo sei mesi dopo la “prima” a Mosca – profetizzando il crepuscolo di un mondo, quello della nobiltà terriera russa, sfiatata e superflua, e l'emergere di una nuova classe, viva, dinamica.…
Oltre cinque minuti di applausi e ovazioni l’altra sera al Piccolo Teatro Strehler di Milano, tutto esaurito (e lo è fino all’ultima replica di questa sera), per il debutto italiano di Il giardino dei ciliegi del Maly Teatr di San Pietroburgo, strepitoso spettacolo per come ci permette di vedere un classico di Cechov come fosse la prima volta. D’altra parte l’avventura del regista Lev Dodin, 73enne maestro della scena russa e internazionale, con Cechov e con il suo capolavoro è cominciata molti anni fa e oggi è maturata in uno spettacolo perfetto in tutti i sensi, dallo splendido lavoro collettivo degli attori all’analisi del testo. Cechov lo scrisse durante una malattia terminale – morì a 44 anni nel 1904, solo sei mesi dopo la “prima” a Mosca – profetizzando il crepuscolo di un mondo, quello della nobiltà terriera russa, sfiatata e superflua, e l'emergere di una nuova classe, viva, dinamica. Una visione utopica, una fede nel cambiamento.
Dodin rovescia il punto di vista e dà al testo un’altra verità e un senso che rappresenta profondamente la nostra cultura. La sua tesi, brutalmente, è che quel “nuovo” annunciato nel finale sia molto peggio del vecchio, il domani più inquietante del passato e il “giardino dei ciliegi” più che un memento nostalgico, rappresenta il senso della storia, dell’umanità e dei suoi valori che forse non torneranno mai più davanti ai nuovi ex poveri aggressivi e freddi, aridi e determinati come i nuovi oligarchi del capitalismo russo. La differenza è importante e l’impatto notevole. Intanto quello che Dodin rappresenta è noi stessi e la nostra vita. Lo spettacolo si apre dalla fine. Dal vecchio servo Firs che ha difeso la servitù della gleba e ripete la battuta finale : “La vita è passata e io è come se non l’avessi vissuta” e lo dice sul palcoscenico desolatamente, simbolicamente vuoto, dove non accadrà nulla, spazio simbolico ormai inerte di un passato come ce lo ricordiamo. Perchè adesso tutto accade altrove, nel nostro presente, nello spazio del pubblico, sotto il palco, davanti alle prime fila, in mezzo a noi spettatori, anche noi seduti sulle poltrone coperte dal telo bianco delle case che stanno per essere dismesse, come l’armadio dei giochi, il letto, il tavolo sparsi lì davanti a noi, oggetti della casa dei Ranevskaja con Ljuba appena arrivata, anche lei entrando dalla platea, da Parigi e senza un soldo con la figlia Anja e la governata Charlotte. Tutti si agitano, inani, davanti a noi Gaev, l’eterno studente Piotr Trofimov,  il cinico contabile Epichòdov e Lopachin che ipotizza la salvezza della tenuta nella vendita del giardino per lottizzarlo e farci villette. Come si sa, Ljuba e Gaev non lo faranno. La proprietà la comprerà Lopachin.
 

Dodin ha fatto audaci tagli al testo, riarrangiando delle scene, ma dove lascia il segno è nei particolari: soprattutto nel bellissimo secondo tempo. Il giardino che s’è visto in un filmino in bianco e nero di quelli fatti in casa, è venduto, ma la sola eccitazione è per il treno che parte, tutti indifferenti o impotenti davanti al cambiamento e alla nuova realtà. Ed è su Lopachin che Dodin ha lavorato molto e ha lasciato il segno: non è un vecchio buzzurro ma un bel giovanotto virile e carismatico, nemmeno odioso, che in doppiopetto nero, con i gemelli d’oro ai polsini bacia appassionato Varja, e, con un colpo di genio, canta My way di Frank Sinatra in inglese, per esprimere l’ubriacatura felice di essere il “nuovo ricco” mentre consegna insofferente le pizze con i filmini del giardino a Ljuba e Gaev che chiedono di vederlo per l’ultima volta. Dettagli di grande valore, come la sirena il cui suono chiudendo la vicenda presagisce un richiamo sinistro  ai campi di concentramento con l’immagine dei personaggi in fila vestiti come internati proiettata sul telone che chiude la vita del palcoscenico. Un Cechov durissimo, ardito, cupo e pessimista ma che riconcilia col teatro (ed è bello ascoltarlo in lingua originale con i sottotitoli in italiani), anche grazie agli attori magnifici: l’isterica Charlotte di Tatiana Chestakova,  l’evescente Gaev di Igor Chernevich, le giovani Elizaveta Bojarskaja e Ekaterina Tarasova ma soprattutto il bavissimo Danila Kozlovskij che è Lopachin e Ksenia Rappoport (la si vedrà anche in Il ragazzo invisibile 2 di Salvatores), trepidante e bella. Quello che colpisce di questi attori è quella che Peter Brook chiamava la rappresentazione nascosta, la rete invisibile di gesti che lega l’attore al personaggio: lo schiocco delle dita di Lopachin, le mani tra i capelli di Ljuba, il bastone del biliardo di Gaev, il tocco del mazzo di chiavi di Varja... Segnali potenti che lì c’è vita vera.