Kai Leclerc, 'l'uomo che cammina sul soffitto' incoronato da David Letterman: "È un genio"
Maurizio Di Fazio
Il clown, funambolo, illusionista, ventriloquo, domatore di pesci o più semplicemente performer che ha incantato 70 Paesi ha realizzato una magia: vedere (e far vedere) il mondo sottosopra. Con tanto di brevetto: "Sogno a occhi aperti, sarà che la notte dormo poco", scherza
2 minuti di lettura
È uno dei più grandi e imprevedibili performer in circolazione. Si è esibito in più di settanta Paesi del mondo. Ha fatto strage di meraviglie e incanti a Montecarlo, Broadway, Las Vegas, al Barnum finché è esistito, tante volte al Got Talent americano e al David Letterman Show con il padrone di casa che diceva di lui "È un genio". Tra circo classico e contemporaneo, pensando sempre in verticale, lui si chiama Kai Leclerc, ha origini canadesi ed è soprannominato “l’uomo che cammina sul soffitto”. Tutto vero, non c’è inganno, e in fondo nemmeno il trucco: da vent’anni e rotti, senza rete di protezione, Kai sovverte le leggi di gravità dello spettacolo frastornando piacevolmente generazioni concomitanti di spettatori.
Un’evoluzione della tecnica dell’uomo-mosca, con tanto di brevetto. E nel suo ultimo show si spinge persino più in là: deambula sì a testa in giù, ma con i piedi 'poggiati' su una bolla d’aria rinfrescante, letteralmente tra le nuvole. Leclerc è un clown, un funambolo, un visionario, un cartone animato umano, un ventriloquo, un tenore volante, un domatore di pesci, uno sputafuoco, un illusionista dell’acrobatica, un artista romantico e intrepido. "Sogno a occhi aperti, sarà che la notte dormo poco". Il suo ultimo spettacolo, un mix di teatro, cinema alla Tim Burton e linguaggio circense, si intitola Upside Down ed è stato presentato nei giorni scorsi a Pescara nel quadro di una delle più originali rassegne di Nuovo Circo in Europa, Funambolika, ideata e diretta da Raffaele De Ritis, un’autorità internazionale nel settore. "Il circo che amo, e che porto ogni estate nella città di Flaiano e d’Annunzio, va al di là delle etichette, guarda all’oggi", sostiene De Ritis.
Upside Down (una prima mondiale, che sarà replicata a stretto giro a Dubai e Hong Kong) va in scena all’interno di una struttura avanguardistica ideata da Kai medesimo. Kaidome il suo nome, ed è un unicum al globo: una tenda autoportante, gonfiabile in appena tre minuti e climatizzata, che indica la via al circo che verrà. "Ho lavorato a questo progetto per cinque anni. Il design, molto moderno, l’ho concepito io", spiega Leclerc, "è il progresso, perché non impatta sulle piazze e sull’ambiente circostante e non lascia scorie. Il teatro del futuro sarà gonfiabile". Leclerc continua a inseguire la sua idea di circo totale, sospeso nel tempo oltre che nell’aria. "Adesso vesto i panni di un personaggio fumettistico del circo del passato, un vecchio domatore di animali che guarda al futuro: infatti lavoro con due giovani e bravissimi acrobati del Vertigo di Torino. Utilizzo anche un elefantino finto, un richiamo alla tradizione in chiave contemporanea. Sarà che ho vissuto entrambe le dimensioni".
Per Kai, viandante delle stelle, il ruolo del buon circo resta sempre e soltanto uno: sorprendere, meravigliare, stupire. Dispensare magia analogica e su misura nell’era massificata degli smartphone. "La gente pensa di avere visto oramai tutto, complici quei telefonini che adoperano senza posa anche quando vanno ad assistere a qualcosa di bello dal vivo. Ma non è così, e io faccio in modo di schiodarli, per un’ora e dieci almeno, dall’ossessione del display. Gli smartphone sono pura stregoneria coeva. C’è questo messaggio, questo sottotesto costante nei miei spettacoli: 'Sognate, continuate a sognare, non dimenticate i sogni'. Le emozioni vanno godute sul momento, non in differita su un cellulare".
Kei Leclerc piace ai bambini, agli adulti, agli anziani. "La mia chiave di volta iniziale è di far ridere i più piccoli. Subito dopo mi adopero per innescare le risate dei genitori. E poi dei nonni. Lavoro su tre livelli di buonumore". I nuovi razzismi, le nuove intolleranze, i venti fetidi dell’odio che soffiano violentemente sulle strade e online: uno sberleffo li fermerà? "Per me, che attraverso il mondo in lungo e in largo, la parola 'barriera' non esiste, non può esistere. Bisogna aprirsi all’altro. Reimparare a sorridere. Riscoprire lo sguardo del bambino che ogni uomo nasconde dentro di sé". Camminando, se necessario, a testa in giù sul soffitto della storia presente.