Per il sovrintendente che nel 2021 prenderà il posto di Stéphan Lissner all'Opéra di Parigi (duemila dipendenti e un budget di 220 milioni), si sono candidati in undici, di cui cinque stranieri: spagnoli, belgi, canadesi, nessun italiano. Perfino alla Scala, in questi giorni di polemiche sull'ingresso degli arabi nel cda, in cui si parla di futuro avvicendamento alla sovrintendenza, a parte Carlo Fuortes e Filippo Fonsatti, i nomi più forti che circolano sono stranieri. D'altra parte al Teatro di Roma ci sono voluti cinque mesi per trovare un direttore, salvo poi scegliere un "artista", Giorgio Barberio Corsetti.
Il manager culturale in Italia è una mosca bianca, una figura considerata sussidiaria all'artista, specie nel territorio dello spettacolo dal vivo, dove l'attività è spesso regolata in termini pochissimo culturali e molto politici. L'amara constatazione è tanto più eclatante visto che proprio l'Italia vanta una delle figure preminenti a livello europeo nell'organizzazione e promozione culturale: Paolo Grassi, il fondatore con Giorgio Strehler nel '47 del Piccolo Teatro, che guidò anche la Scala e la Rai, considerato il progenitore del manager culturale, che univa nelle proprie funzioni l'essere dotto e sapiente come un uomo di cultura, ma anche scaltro e affarista come un businessman.
Nei prossimi giorni, il 19 marzo, sarà un convegno alla Statale di Milano a ricordarlo nel centenario della nascita e ad affrontare il tema del ruolo decisivo del manager, con interventi da Carlo Fontana, presidente Agis, cresciuto accanto a Grassi, Carlo Furotes, Sergio Escobar, Cristiano Chiarot, Onofrio Cutaia direttore generale del Mibact e soprattuto gli studenti della Statale che, coordinati da Alberto Bentoglio e Mariagabriella Cambiaghi, presenteranno i loro studi critici, dimostrando quanto l'industria della creatività necessiti di essere regolata, coordinata, costruita, organizzata nel miglior uso delle risorse, progettata guardando al futuro se vuole stare al passo dell'innovazione. Tutto questo all'estero è noto da tempo. Da noi, purtroppo, molto spesso fare cultura e spettacoli è qualcosa di ancora connesso a un impegno sporadico, a una certa improvvisazione o, nel peggiore dei casi, all'idea che si tratti di uno spreco di quattrini.
Il manager culturale in Italia è una mosca bianca, una figura considerata sussidiaria all'artista, specie nel territorio dello spettacolo dal vivo, dove l'attività è spesso regolata in termini pochissimo culturali e molto politici. L'amara constatazione è tanto più eclatante visto che proprio l'Italia vanta una delle figure preminenti a livello europeo nell'organizzazione e promozione culturale: Paolo Grassi, il fondatore con Giorgio Strehler nel '47 del Piccolo Teatro, che guidò anche la Scala e la Rai, considerato il progenitore del manager culturale, che univa nelle proprie funzioni l'essere dotto e sapiente come un uomo di cultura, ma anche scaltro e affarista come un businessman.
Nei prossimi giorni, il 19 marzo, sarà un convegno alla Statale di Milano a ricordarlo nel centenario della nascita e ad affrontare il tema del ruolo decisivo del manager, con interventi da Carlo Fontana, presidente Agis, cresciuto accanto a Grassi, Carlo Furotes, Sergio Escobar, Cristiano Chiarot, Onofrio Cutaia direttore generale del Mibact e soprattuto gli studenti della Statale che, coordinati da Alberto Bentoglio e Mariagabriella Cambiaghi, presenteranno i loro studi critici, dimostrando quanto l'industria della creatività necessiti di essere regolata, coordinata, costruita, organizzata nel miglior uso delle risorse, progettata guardando al futuro se vuole stare al passo dell'innovazione. Tutto questo all'estero è noto da tempo. Da noi, purtroppo, molto spesso fare cultura e spettacoli è qualcosa di ancora connesso a un impegno sporadico, a una certa improvvisazione o, nel peggiore dei casi, all'idea che si tratti di uno spreco di quattrini.