Hans van Manen, il Grande Vecchio della danza tra poesia e gesti di vita quotidiana
Leonetta Bentivoglio
Il Festival di Spoleto rende omaggio al coreografo, 86 anni, con 'Ode to the Master' in scena dal 5 al 7 luglio con il Balletto Nazionale Olandese. "I miei balletti parlano di relazioni, il che comporta un carico di emotività"
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Lo chiamano il Grande Vecchio della danza e il suo anno di nascita, 1932, giustifica la definizione. Però sappiamo come circolino ormai con insistenza creatori anziani produttivi e magnetici, capaci di miscelare a una freschezza persistente di idee un patrimonio speciale di sapere. Gli ultimi libri di Andrea Camilleri insegnano. Il coreografo olandese Hans van Manen, a dispetto del suo carico d'età, continua a montare un balletto dopo l'altro (ha superato quota 120). Incredibile come il suo genio, prima ammirato dagli aficionados, sia divenuto nel tempo popolare e diffuso. Da nome per intenditori, van Manen, in vecchiaia, si è trasformato in una star grazie a ondate di riconoscimento. Più di settanta compagnie nel mondo hanno acquisito in repertorio i suoi balletti, incisivi e sorprendenti. Le sue opere sono potenti e liriche, cesellatissime; ma anche ironiche, rabbiose e ricche di esplosioni emotive. Niente di algido irrigidisce la sua danza iper-tecnica, che malgrado gli acrobatismi è colma di umanissima poesia.
Con la serata Ode to the Master (didascalia pertinente), il Festival dei Due Mondi di Spoleto gli rende onore accogliendo al Teatro Romano (dal 5 al 7 luglio) il Balletto Nazionale Olandese, ottima troupe che conosce bene il suo stile, cui è affidato uno spettacolo formato da tre coreografie. Adagio Hammerklavier, su musica di Beethoven, lancia in scena coppie disarmonicamente organizzate (non è una contraddizione in termini) che proiettano, nei passi a due, desideri non realizzati, attrazioni e repulsioni, contrasti e frustrazioni. In Kleines Requiem, su musiche del polacco Henryk Mikolaj Gorecki, alcuni duetti di danza soffici e malinconici riflettono implicitamente i temi della separazione e del timore della solitudine. Chiude il tributo a "The Master" lo strepitoso show dei 5 Tango's, il pezzo più illustre ed eseguito di Hans van Manen.
Master, ha scelto lei il trittico che sarà a Spoleto?
"Fu un programma che due anni fa celebrò ad Amsterdam il mio 85esimo compleanno. Mi sembra una buona miscela di titoli".
Nello spettacolo spoletino è un incluso il famosissimo '5 Tango's'.
"Fu creato negli anni Settanta su musica di Astor Piazzolla. Scoprii questo compositore ascoltando i suoi brani durante una cena a Berlino, molto tempo fa, quando lui non era ancora conosciuto, e persi la testa per quanto lo sentivo stimolante. Quello che gli ho dedicato è stato il primo balletto teatrale costruito sui suoi tanghi. Piazzolla lo vide e gli piacque davvero. È strana la miscela tra la passionalità del tango e le forme del balletto accademico. Le quali, pur nell'apparente freddezza, segnalano un modo innovativo di utilizzare i ritmi del ballo argentino".
Il mix tra fuoco e ghiaccio appena evocato porta a osservare la convivenza straordinaria, all'interno della sua danza, fra emozioni intense e una forte struttura razionale. Pare un controsenso, eppure funziona.
"Anche se non narrano storie, i miei balletti parlano di relazioni, il che comporta un carico di emotività. I danzatori non devono guardare il pubblico mentre ballano, né fare di tutto per mostrarsi 'carini': piuttosto puntano gli occhi l'uno sull'altro con estrema concentrazione, determinando rapporti. Non stiamo cucinando torte al cioccolato. Noi facciamo danza. Quanto alla struttura, il coreografo è un architetto. Deve edificare una casa. Ciò che fa deve avere una logica, reggersi in piedi".
Può indicare i punti di riferimento che hanno condizionato il suo percorso?
"Premesso che considero scemo un artista che dichiari di non essere stato ispirato da nessuno, e che io adoro aver subìto influssi, confesso che Balanchine mi ha segnato più di chiunque. Nei suoi balletti stupiscono la chiarezza e la musicalità delle combinazioni. È l'unico coreografo che riesca a usare passi noti in maniera mai vista. Per me è stata decisiva anche l'influenza di Martha Graham, e in generale trovo meravigliosa l'estetica coreografica sviluppatasi negli Usa durante gli anni Sessanta e Settanta".
Hans van Manen è classico o contemporaneo?
"Uso il linguaggio classico ma ho imparato molto dalla danza contemporanea e dai movimenti della vita quotidiana, che possono entrare nelle mie composizioni. Credo che un aspetto centrale del mio lavoro sia l'assoluta parità fra uomini e donne. L'immagine femminile nei miei pezzi non è mai leziosa o assoggettata al partner, ma very strong".
Oggi in Europa sono spesso messe in scena coreografie sconnesse da ogni tecnica. Alessandro Sciarroni, attivo nella performing art e nella ricerca teatrale ma privo di un background di danza, è stato premiato col Leone d'Oro conferito dalla Biennale di Venezia ai maggiori coreografi internazionali. Come reputa questa tendenza?
"L'equivoco è nato con Pina Bausch, che ha iniziato a inserire nella danza la gestualità. Si è pensato che i non-danzatori potessero danzare. Non è così, o almeno in Pina non lo è: i suoi interpreti sono super-professionisti. Il trend di evasione dalla tecnica si è affermato, ma di per sé ciò non vuol dire nulla. Ci vogliono almeno cinque anni per valutare un fenomeno. Tocca avere pazienza. Si possono scoprire campi d'azione significativi anche al di là della tecnica. Il problema non è la tecnica in sé, ma la sostanza espressiva che emerge da un autore".