“Un profilo da Napoleone e un’anima da Mefistofele”. Alexandr Puškin dipinge così il ritratto di Hermann, il protagonista de La dama di picche. Quando nel 1890 Pëtr Il’ic Ciajkovskij trasforma il racconto in dramma aggiunge a questo dittico un terzo mito letterario al quale è intimamente legato: quello di Amleto. Hermann, infatti, nell’opera, non è solo un giocatore divorato dalla sua ossessione, disposto a compiere qualsiasi atto “diabolico”, bensì un uomo roso da dubbi lancinanti, indeciso tra la passione per Liza e la feroce mania per le carte, perseguitato dai fantasmi della sua follia.
Ed è proprio una sorta di Amleto russo, sprofondato nel gorgo della sua malattia, quello che domina la nuova mise en scène de La dama di picche con la quale si è inaugurata, mercoledì sera, la nuova stagione del S. Carlo di Napoli. Nella visione del regista Willy Decker Hermann è l’archetipo, senza luogo e senza tempo, del giocatore “estremo”, dell’uomo che applica le regole del gioco alla vita e che dunque utilizza i personaggi del dramma come se fossero semplici carte da gioco. Alzando continuamente la posta fino al rischio fatale della morte. Per realizzare questa gelida astrazione Decker disegna uno spazio totalmente vuoto che è, esso stesso, “giocatore”: la scena, chiusa da un plumbeo pannello nero che si apre solo per rivelare la presenza del coro, lascia emergere, dall’oscurità, un gigantesco tavolo “da gioco” che si trasforma in bisca, letto, sepolcro.
Juraj Valchua, sul podio dei complessi di casa, cerca di aderire con la massima tensione possibile alla poetica dell’astrazione: trattiene, sia pure a fatica, gli eccessi “sentimentali” della partitura e lavora, con precisione, sui dettagli strumentali. La compagnia di canto ha i suoi punti di forza nella Liza di Anna Nechaeva, nel Tomskij di Tómas Tómasson e nella Contessa di Julia Gertseva. Un gradino sotto Misha Didyk che deve però affrontare l’impervia scrittura da “tenore eroico” del ruolo di Hermann.
Ed è proprio una sorta di Amleto russo, sprofondato nel gorgo della sua malattia, quello che domina la nuova mise en scène de La dama di picche con la quale si è inaugurata, mercoledì sera, la nuova stagione del S. Carlo di Napoli. Nella visione del regista Willy Decker Hermann è l’archetipo, senza luogo e senza tempo, del giocatore “estremo”, dell’uomo che applica le regole del gioco alla vita e che dunque utilizza i personaggi del dramma come se fossero semplici carte da gioco. Alzando continuamente la posta fino al rischio fatale della morte. Per realizzare questa gelida astrazione Decker disegna uno spazio totalmente vuoto che è, esso stesso, “giocatore”: la scena, chiusa da un plumbeo pannello nero che si apre solo per rivelare la presenza del coro, lascia emergere, dall’oscurità, un gigantesco tavolo “da gioco” che si trasforma in bisca, letto, sepolcro.
Juraj Valchua, sul podio dei complessi di casa, cerca di aderire con la massima tensione possibile alla poetica dell’astrazione: trattiene, sia pure a fatica, gli eccessi “sentimentali” della partitura e lavora, con precisione, sui dettagli strumentali. La compagnia di canto ha i suoi punti di forza nella Liza di Anna Nechaeva, nel Tomskij di Tómas Tómasson e nella Contessa di Julia Gertseva. Un gradino sotto Misha Didyk che deve però affrontare l’impervia scrittura da “tenore eroico” del ruolo di Hermann.