Giulietta torna in scena con tutti gli spiriti di Fellini
Anna Bandettini
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di ANNA BANDETTINI
Al Teatro Franco Parenti di Milano il sogno di una donna che si confronta con i propri fantasmi. Da una delle rare opere narrative del maestro, di cui si celebrano quest'anno i cent'anni dalla nascita
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C’è questa strana creatura di donna, come incastonata dalla vita in giù in una gonna-scultura che è come un tendone di circo da cui senza mai muoversi parla parla parla, e incarna tutti gli aspetti dell’universo felliniano, il circo, appunto, il gioco, l’amore, la magia. E’ un bellissimo omaggio a Federico Fellini questo Giulietta, lo spettacolo che la Fondazione Piemonte Teatro Europa sta portando in giro e dal 13 al 15 approda al Teatro Franco Parenti di Milano, dopo il debutto nella ricca stagione estiva del Teatro Carignano di Torino con lo Stabile.
Stiamo parlando di una delle rarissime opere narrative del grande regista riminese di cui quest’anno si celebrano i cento anni della nascita: un “trattamento”, come nel linguaggio cinematografico viene chiamata la stesura iniziale di una sceneggiatura, di quello che nel ‘65 diventerà la base per il film Giulietta degli spiriti. E in soliloquio, un sogno, un de…
C’è questa strana creatura di donna, come incastonata dalla vita in giù in una gonna-scultura che è come un tendone di circo da cui senza mai muoversi parla parla parla, e incarna tutti gli aspetti dell’universo felliniano, il circo, appunto, il gioco, l’amore, la magia. E’ un bellissimo omaggio a Federico Fellini questo Giulietta, lo spettacolo che la Fondazione Piemonte Teatro Europa sta portando in giro e dal 13 al 15 approda al Teatro Franco Parenti di Milano, dopo il debutto nella ricca stagione estiva del Teatro Carignano di Torino con lo Stabile.
Stiamo parlando di una delle rarissime opere narrative del grande regista riminese di cui quest’anno si celebrano i cento anni della nascita: un “trattamento”, come nel linguaggio cinematografico viene chiamata la stesura iniziale di una sceneggiatura, di quello che nel ‘65 diventerà la base per il film Giulietta degli spiriti. E in soliloquio, un sogno, un delirio o l’autocoscienza di una donna che si mette a tu per tu con i propri fantasmi, le proprie pulsioni, le proprie paure, quasi come fosse in una seduta psicanalitica pubblica. Ora, di questo testo, che Fellini stesso decise di pubblicare solo in una edizione in lingua tedesca, da un editore svizzero (e chissà perché: ma ora è edita da Melangolo) si sapeva poco e niente, ma a riportarlo alla luce è stato il regista Valter Malosti che già anni fa ne fece un versione teatrale con l’adattamento di Vitaliano Trevisan e una sempre eccelsa Michela Cescon protagonista.
Quello stesso lavoro curioso, straziante , avvincente torna in vita ora con la bravissima Roberta Caronia, “incastonata” in quella gonna/tendone (la bella invenzione è per la scena di Paolo Baroni, per il costume di Patrizia Tirino), come fosse la Winnie di Beckett nella sua montagnetta di rifiuti. E da lì, visibile solo dal busto in su, con la cuffietta bianca che nasconde i capelli e sulle guance i pomelli rossi degli artisti del circo, questa donna si agita con intorno le corde del tendone, le marionette e l’eco di voci che, come spiriti lontani dall’al di là, tornano a farsi vivi.
Un po’ Giulietta Masina, un po’ le irrequiete donne felliniane di tanti film, Caronia è buffa, ingenua, ridicola e drammatica: racconta il tradimento del marito e in successione di quadri, incrocia visioni, personaggi, investigatori, l’amica che le insegna a diventare una donna seducente... Volutamente e fellinianamente in un intreccio continuo di realtà e allucinazione, verità e sogno dove a emergere sempre di più è, al di là di ogni cosa il mistero e la carnalità femminina che tanto attraeva Fellini.
Bravissima la Caronia che dà a questo delirio nell’inconscio ritmo frenetico, umori, slanci. E lucida la regia di Malosti che fa propri i caposaldi felliniani, sogno, circo, marionette in una dimensione poetica, che non diventa mai parodia come s’è visto in altri contesti, ma semmai creazione autonoma facendoci scoprire che da Fellini a Beckett non c’è poi tanta distanza.