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Arena di Verona, in scena 'Il cuore italiano della musica' ed è subito festa

La serata dedicata agli operatori sanitari è stato il primo appuntamento concertistico nel nuovo assetto dell'anfiteatro con l'orchestra al centro e il coro distribuito sotto le gradinate. Venti arie, tre grandi cori popolari e finale con fuochi d'artificio

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Oltre mezzanotte, come un'opera vera. In perfetta tradizione operistica Il cuore italiano della musica, serata dedicata agli operatori sanitari e primo appuntamento concertistico del Festival d'estate 2020 dell'Arena di Verona, è finito con le stelle già alte. Quasi tre ore per "sentirsi vivi". Venti arie, tre grandi cori popolari (e il Patria oppressa è piaciuto più del Va pensiero, questa volta), un giovane e eccellente violinista (Giovanni Andrea Zanon) ma con un pezzo sbagliato per il contesto, quattro direttori d'orchestra (Andrea Battistoni, Francesco Ivan Ciampa, Marco Armiliato e Riccardo Frizza), un direttore del coro (Vito Lombardi), l'inno nazionale fatto inopinatamente "dirigere", le virgolette sono d'obbligo, da un bambino-figurante all'inizio, una sfilza di ringraziamenti ai politici ospiti che, semmai, avrebbero dovuto ringraziare, e uno sgangherato finale strapaesano con fuochi d'artificio tricolori e un (doppio) O sole mio collettivo che non vorremmo aver mai visto/ascoltato. Gli oltre duemila spettatori si sperdevano nei settori ("singoli" e "conviventi") disegnati sulle gradinate dalle entrate e dai prezzi non proprio popolari dei biglietti. Ma la festa, c'era. Seppure nelle cautele psico-sanitari della pandemia che risuonavano negli avvisi amplificati dagli altoparlanti e nei gesti dentro l'Arena ma che nella circostante piazza Bra erano interpretate con meno cura. Ad esempio, le forze dell'ordine e il personale delle troppe automobili di servizio (le stesse che escono da Verona, a notte fonda, con inutili e moleste sirene spiegate) non ha, né indossa, la mascherina.

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La festa, resa possibile dalla fiducia degli sponsor che non si sono tirati indietro bilanciando i mancati incassi, inevitabili con la capienza ridotta, dai molti donors, in parte consistente non locali né italiani che hanno acquistato il biglietto da 500 euro, e da chi non s'è fatto pregare al botteghino (ancora gli spettatori tedeschi al posto d'onore), è iniziata già all'ingresso. Salendo dal basso per entrare in gradinata, l'anfiteatro appare subito in tutto il suo splendore marmoreo. Sbucciato delle solite divisorie in legno e metallo, ambrato dall'ultima luce del giorno. Secondo colpo d'occhio l'entrata dell'orchestra, ordinata e "registicamente" ritmata nel passo, dall'arco di fondo, a occupare il grande quadrato rosso per l'orchestra (quasi metà del palcoscenico del Rigoletto al Circo Massimo); più o meno due campi da tennis, inclusi gli spazi di gioco. Ancor più solenne la cadenzata occupazione delle sedute-piedistalli del coro, quarantadue per parte (e manca soltanto un soprano a fare 84), disposti ellitticamente contro la prima gradinata, ad abbracciare a distanza, e ad altezze diverse, l'orchestra. Ogni corista ha in dotazione una cartella-leggio con una coppia di piccoli led. La sensazione è che l'acustica favorisca le voci gravi (forse perché più allineate agli ottoni?) ma non ci sono asimmetrie esecutive e musicali. Nemmeno in orchestra nonostante tra l'alto podio e le percussioni ci siano decine di metri di lontananza. Ma ancora una volta le grandi beneficiate dall'acustica areniana sono le voci singole che cantano dal centro geometrico dell'ovale romano. Perfette, anche qui con una lieve migliore resa di quelle maschili e gravi. Ma in generale nessuno ha bisogno di forzare, i colori non si perdono, la differenza tra tecniche e scuole si capisce, e chi si fida della scrittura senza cercare effetti, fa arrivare parole e intenzioni come al chiuso.

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Ovviamente, nessuna graduatoria. Lodevole per tutti e venti i cantanti (due hanno dato forfait poche ore prima) la partecipazione, per "spirito di solidarietà e generosità", cioè rinunciando al cachet, e la voglia di testimoniare che Il cuore italiano della musica, e l'Arena che con questa serata s'è fatta carico di scaldarlo, può contare su di loro. Per alcuni dei protagonisti era la prima uscita ufficiale ma la ruggine e la malinconia dei mesi senza palcoscenico svanivano nel miracoloso della serata veronese all'aperto. Il "nuovo e irripetibile" assetto era anche sbalzato da un progetto di illuminazione, distribuito tra i faretti che attorniavano il palco e i fondali proiettati sulle gradinate, e variato per ogni numero musicale. Piuttosto ingenuo, in stile "Son et lumière" per turisti a caccia di facili scatti-souvenir da telefonino, ma in alcune occasioni verdiane (Don Carlos, coro di Macbeth, Vespri e Rigoletto) ha creato suggestive situazioni scenografiche "in tema" con la musica. Ma con un'Arena così, spoglia ma avvenente, ogni sguardo è di per sé spettacolo.


Così, anche senza scene costruite, o con la solo promessa di future stagioni normalizzate, non ha perso forza seduttiva e spunto nel marketing. Per il Requiem di Mozart (31 luglio), il Gala Puccini (22 agosto) e le due serate Domingo (28 e 29) la richiesta di biglietti è già oltre i duemila posti, quindi verrà aperta la vendita su altri mille. E le vicende attuali dell'antico anfiteatro spopolano anche sui social con una media di sei milioni di copertura. Ma soprattutto la fiducia è immutata: lo dicono le oltre 15 mila prelazioni (e 500 mila sono i biglietti già venduti) per la prossima stagione 2021 che si inaugurerà ufficialmente il 25 giugno con l'accoppiata Cavalleria rusticana/Pagliacci del debutto melodrammatico-registico di Gabriele Muccino.

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