"Abbiamo lavorato sette volte insieme, io e Franca Valeri, per più di quindici anni, fino al suo ultimo affaccio sulla scena" racconta l’attore Urbano Barberini.
Come cominciò?
"Giuseppe Patroni Griffi consigliò Franca di venirmi a vedere mentre recitavo Sulle spine, lei arrivò in sala, e poi mi comunicò “Mi piacerebbe lavorare con lei”. Un’artista come lei scrive questo a un teatrante semisconosciuto. Capirai. Le mandai un testo francese dove una signora che ha perso il figlio parla con uno psicanalista che ha perso la madre, con relativo transfert per entrambi, Mal di madre. Dopo due ore mi disse che lo stava già traducendo, e mi spinse a trovare un regista e un produttore. Da quel 1997 non ci siamo più staccati".
Come è proseguito, il sodalizio?
"All’inizio continuai a trovare io delle commedie, come Possesso di Yehoushua, con cui debuttammo in prima europea all’Argentina, una faccenda tra madre e figlio, ebrei, alle prese con l’elaborazione del lutto per la perdita del capofamiglia. Poi Patroni Griffi ci diresse ne Il giocatore di Goldoni, dove facevo un quasi-amante del personaggio di Franca, e seguì Oddio mamma di Daniele Falleri, quindi Franca firmò solo la regia per il mio inglese Blue Orange, e per fortuna io non riuscii più a trovare altre commedie".
Che significa: per fortuna?
"Significa che Franca cominciò a scrivere lei per noi, due copioni che prevedevano un fantastico ruolo materno per lei e un complicato ruolo filiale per me, Non tutto è risolto del 2011, e Il cambio dei cavalli del 2014. Poi ha smesso di fare l’interprete e ha scritto. I libri della sua maturità, una collezione imperdibile, sono Bugiarda no, reticente, La vacanza dei superstiti, Il secolo della noia, La stanza dei gatti".
Cose le manca, di un’amica-artista così?
"Il suo braccio che si appoggiava a me, e mi sosteneva. Il suo sguardo profondo e malizioso. Ha rappresentato l’incontro più importante della mia vita, a parte mia moglie e mio figlio. Civilmente mi è stata vicina nella battaglia contro la discarica attaccata a Villa Adriana, quando ero assessore alla Cultura di Tivoli, e nel 2011 il commissario sovrintendente a quel progetto dovette dare le dimissioni. E non è mai mancata al “Festival Tivoli chiama” che conducevo".
Che cosa vi ha accomunato in anni e anni di lavoro e di frequentazione?
"Quando ci incontravamo la sera a teatro, dalle 18,30 in poi, eravamo arrivati a casa, stando come volevamo essere e con chi volevamo essere. Le due ultime commedie scritte su misura per noi hanno approfondito ogni aspetto della nostra indole, e hanno anche scavato e scherzato con due generazioni di prototipi di madri e di figli".
Solo alleanze e nessuna allergia, tra voi?
"Difficile contestare un genio inarrivabile. Le uniche divergenze nelle lunghe traversate per le tournée in auto in Italia consistevano nel fatto che io volevo mettere la musica viaggiando, e lei aborriva la cosa perché considerava la musica molto importante, da non potersi sentire in macchina. Piena sintonia politicamente, e attorialmente. Ci si intendeva in un attimo. Una volta mi chiese d’andare a vedere con lei uno spettacolo d’un amico, alla fine le dissi 'Ti è piaciuto?', lei rispose 'Cosa?', e io replicai 'Appunto'".
Il carattere di Franca Valeri?
"Era rigorosa, non faceva sconti. Una coerenza impressionante".
Quando le ha trasmesso emozioni?
"Almeno due volte. Quando pronunciava una battuta del Cambio dei cavalli, e diceva 'La storia ovunque metti le mani vedi che anche tu eri in progetto', parlando a me che impersonavo il suo figlio adottivo. Poi mi commossi quando un anno fa, per il battesimo di mio figlio Maffeo, scrisse in meno di un giorno una dedica, 'Per fortuna non t’hanno fregiato d’un nome comune' e 'Ricorda che sei stato aspettato, così bello, spiritoso, con le tue risate sempre opportune'".
Come cominciò?
"Giuseppe Patroni Griffi consigliò Franca di venirmi a vedere mentre recitavo Sulle spine, lei arrivò in sala, e poi mi comunicò “Mi piacerebbe lavorare con lei”. Un’artista come lei scrive questo a un teatrante semisconosciuto. Capirai. Le mandai un testo francese dove una signora che ha perso il figlio parla con uno psicanalista che ha perso la madre, con relativo transfert per entrambi, Mal di madre. Dopo due ore mi disse che lo stava già traducendo, e mi spinse a trovare un regista e un produttore. Da quel 1997 non ci siamo più staccati".
Come è proseguito, il sodalizio?
"All’inizio continuai a trovare io delle commedie, come Possesso di Yehoushua, con cui debuttammo in prima europea all’Argentina, una faccenda tra madre e figlio, ebrei, alle prese con l’elaborazione del lutto per la perdita del capofamiglia. Poi Patroni Griffi ci diresse ne Il giocatore di Goldoni, dove facevo un quasi-amante del personaggio di Franca, e seguì Oddio mamma di Daniele Falleri, quindi Franca firmò solo la regia per il mio inglese Blue Orange, e per fortuna io non riuscii più a trovare altre commedie".
Che significa: per fortuna?
"Significa che Franca cominciò a scrivere lei per noi, due copioni che prevedevano un fantastico ruolo materno per lei e un complicato ruolo filiale per me, Non tutto è risolto del 2011, e Il cambio dei cavalli del 2014. Poi ha smesso di fare l’interprete e ha scritto. I libri della sua maturità, una collezione imperdibile, sono Bugiarda no, reticente, La vacanza dei superstiti, Il secolo della noia, La stanza dei gatti".
Cose le manca, di un’amica-artista così?
"Il suo braccio che si appoggiava a me, e mi sosteneva. Il suo sguardo profondo e malizioso. Ha rappresentato l’incontro più importante della mia vita, a parte mia moglie e mio figlio. Civilmente mi è stata vicina nella battaglia contro la discarica attaccata a Villa Adriana, quando ero assessore alla Cultura di Tivoli, e nel 2011 il commissario sovrintendente a quel progetto dovette dare le dimissioni. E non è mai mancata al “Festival Tivoli chiama” che conducevo".
Che cosa vi ha accomunato in anni e anni di lavoro e di frequentazione?
"Quando ci incontravamo la sera a teatro, dalle 18,30 in poi, eravamo arrivati a casa, stando come volevamo essere e con chi volevamo essere. Le due ultime commedie scritte su misura per noi hanno approfondito ogni aspetto della nostra indole, e hanno anche scavato e scherzato con due generazioni di prototipi di madri e di figli".
Solo alleanze e nessuna allergia, tra voi?
"Difficile contestare un genio inarrivabile. Le uniche divergenze nelle lunghe traversate per le tournée in auto in Italia consistevano nel fatto che io volevo mettere la musica viaggiando, e lei aborriva la cosa perché considerava la musica molto importante, da non potersi sentire in macchina. Piena sintonia politicamente, e attorialmente. Ci si intendeva in un attimo. Una volta mi chiese d’andare a vedere con lei uno spettacolo d’un amico, alla fine le dissi 'Ti è piaciuto?', lei rispose 'Cosa?', e io replicai 'Appunto'".
Il carattere di Franca Valeri?
"Era rigorosa, non faceva sconti. Una coerenza impressionante".
Quando le ha trasmesso emozioni?
"Almeno due volte. Quando pronunciava una battuta del Cambio dei cavalli, e diceva 'La storia ovunque metti le mani vedi che anche tu eri in progetto', parlando a me che impersonavo il suo figlio adottivo. Poi mi commossi quando un anno fa, per il battesimo di mio figlio Maffeo, scrisse in meno di un giorno una dedica, 'Per fortuna non t’hanno fregiato d’un nome comune' e 'Ricorda che sei stato aspettato, così bello, spiritoso, con le tue risate sempre opportune'".