Spettacoli

'Orestea', l'impresa di Ronconi: in tv il capolavoro che ha segnato la storia del teatro

Su Rai 5, venerdì 18 dicembre, l'edizione integrale dell'opera che debuttò nel 1972, con un cast stellare. Un allestimento-monstre per un successo internazionale

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Le Teche Rai ci stanno per riservare, su Rai 5, la visione e l’ascolto di uno straordinario spettacolo che fu registrato 45 anni fa e che letteralmente cambiò il modo di rappresentare il teatro greco antico. In origine l’Orestea di Eschilo secondo Luca Ronconi venne alla luce nel 1972 al Bitef di Belgrado, e fin da subito era una monumentale impresa che accostava tre tragedie (Agamennone, Le coefore e Le eumenidi) in sette ore. Un capolavoro che potenziava lo scontro di culture orientali e occidentali in un viaggio tra il caos antropologico della preistoria, la casa borghese e oppressiva dei dettami ottocenteschi, e la proiezione in un inquietante futuro di science fiction. 

Del cast stellare (già per l’epoca) facevano parte tra gli altri Mariangela Melato nelle vesti d’una Cassandra fasciata di bianco producente alte modulazioni come sorgendo dal fondo della terra, Massimo Foschi in un Agamennone venuto da un passato remoto, Marisa Fabbri che plasmava una spezzata e aspra Clitemnestra, Glauco Mauri (cui poi s’alternò Umberto Orsini) nella figura di Oreste, Anna Nogara come Atena, Barbara Valmorin come Pizia, Claudia Giannotti come Elettra, e Anna Bonaiuto, Anita Laurenzi, Roberto Sturno, Attilio Corsini, Miriam Acevedo. Quell’allestimento fu il risultato di ben cinque mesi di prove, con un dispositivo scenico realizzato da Enrico Job che fu sperimentalissimo (per gli attori, per il pubblico, e per le forze dell’ordine), coniando un inedito impianto e un’odissea di rischi. 

 

Mariangela Melato nell''Orestea' di Ronconi, 1972. In alto, una scena dello spettacolo 

Gli universi di parole (la traduzione usata era di Mario Untersteiner) furono spalmati in una parabola che andava dall’origine del teatro a più stratificazioni di epoche fino a un disorientamento da domani l’altro. Ora questa saga di Eschilo assurta a pietra miliare del teatro contemporaneo grazie alla versione scenica di Ronconi (con allestimento televisivo di Marco Parodi) è appunto una proposta che Rai 5 mette in onda venerdì 18 (alle ore 15.45), dotandola anche di un’intervista separata a Ronconi sull’allestimento.

"Il rifiuto della pura e semplice interpretazione è il punto di partenza di questa Orestea - affermò il regista - che è stata concepita in tre momenti: quello più arcaico, quello più vicino a noi, e quello avveniristico, con sottoripartizioni tra mito, epoca di Eschilo, trasmissione del sapere, e ripensamento odierno dei contenuti. Si è ricorsi a una struttura scenica nella quale inglobare anche il pubblico: un vasto piano rettangolare di legno, con spettatori sui tre lati, in gallerie sovrapposte, e due montacarichi che calavano dall’alto per offrire spazi all’azione, mutando continuamente l’insieme". 

Una preziosa testimonianza di oggi ci viene offerta da Massimo Foschi, protagonista nel ruolo di Orlando nel 1969, nell’Orlando Furioso ariostesco di Ronconi che fece il giro del mondo, e qui, poco più tardi, in Orestea, impegnato a 34 anni nelle lunghissime prove, e in tutto l’avviamento europeo e italiano dello spettacolo, nella parte del titolo in Agamennone, come Pilade ne Le coefore, e come Apollo ne Le eumenidi. 

 

"Luca mi disse: tu sei, nei panni di Agamennone, uno che torna da Troia, dove hai vinto, ma quando rientri nella tua reggia e ti chini a baciare il suolo devi andare indietro e impersonare una figura di 5000 anni prima, un prototipo umano di Claude Lévi-Strauss. Un compito devastante. Però un certo giorno mi rialzai in piedi, e sentii d’aver perso la sensazione del tempo: i colleghi mi guardarono attoniti, e Luca si toccò la barba, sentenziando a bassa voce 'Sì, così'. Lavoravamo con un entusiasmo infinito, a paghe basse, ripagati totalmente da Luca. Mariangela Melato fece acrobazie di calendario, per le coincidenti chiamate del cinema. A Parigi replicammo con inaudito successo per tutti, all’Odéon: io in scena lanciavo grida da tenore che facevano tintinnare il lampadario". 

Da noi l’apparato ospitante attori e pubblico creò più di un problema. "La struttura della scena, che Luca aveva finanziato mettendo un’ipoteca su una sua casa di campagna, rese difficile il reperimento d’uno spazio a Venezia, e poi ci si risolse per l’Arsenale. A Roma, dopo una prima rappresentazione intensa al Centro Sperimentale di Cinematografia, lo spettacolo fu proibito per ragioni di sicurezza. Si riprese nel 1973 al Festival di Spoleto, per volere di Romolo Valli, nella Chiesa di San Nicolò: un trionfo. Poi non riuscii a partecipare alle successive repliche a Prato. Certo è che Ronconi resta un mio fondamentale maestro, assieme a Orazio Costa, Strehler e Squarzina".