L’unico film che racconti dall’infanzia romagnola al pensiero contemporaneo l’esistenza di Romeo Castellucci, l’unico viaggio filmato dalle sue radici alle sue posizioni internazionali più intransigenti attraverso spettacoli sorti in tutto il mondo, testimonianze autorevoli, e rare sue dichiarazioni, l’unica biografia con scandalo d’immagini e parole di questo regista, autore e scenografo creatore di più di cento opere teatrali, performative e liriche, s’intitola Theatron. E il montaggio mozzafiato di 54 minuti sintesi di centinaia di ore girate e monitorate nel 2018 dallo studioso di arti visive Giulio Boato è un capolavoro annunciato ora su un canale culturale pubblico, su Rai 5, sabato 9 gennaio alle ore 22.45.
"Sono stato oggetto di un’indagine meticolosa e discreta - spiega Castellucci - e Boato mi ha seguito come un’ombra nel corso di mesi, perlustrando gli impegni tra Parigi, Anversa, Lione e altre città. Mi sono affidato a lui, e alla Compagnie Des Indes, convinto che Giulio avesse il giusto sguardo neutro sul mio modo di lavorare e di provare, sulla mia strategia scenica, sui contributi teorici delle persone che hanno avuto a che fare con me". A parlare fuori scena dell’infanzia di Romeo, già incline a plasmare figure con la creta del fiume d’un villaggio della Romagna, è la sorella Claudia Castellucci, memore di discussioni e vitalità. Per parlare del fondatore della Societas, ex Socìetas Raffaello Sanzio, intervengono anche Piersandra di Matteo, Pascal Rambert, Cindy Van Acker, la performer collaboratrice Silvia Costa, il protagonista de Il velo nero del Pastore Willem Defoe, il compositore Scott Gibbons, e gli studiosi Nicholas Ridout, Enrico Pitozzi, Joe Kelleher.
"Ho riflettuto ad alta voce, ma esprimersi è una debolezza, un artista dovrebbe tacere e fare, un sentimento avvalorato dall’apnea che c’è da un anno, da una caduta di senso verticale. La cosa strana è che questo focus sia trasmesso da una televisione di stato. Io la tv non la vedo da 40 anni, non ho l’oggetto, ma non per snobberia. Rispetto tutto. Solo non è il mio linguaggio".
Eppure le violenze della società, i corpi delle solitudini in cui non abbiamo scelto di trovarci, gli sguardi intesi come merci da consumare, tutto il teatro di Castellucci che è una ricerca della forma in grado di modificare la vita, dovrebbe servire da pratica dissuasiva contro le comunicazioni inculcate. Perché non diffondere il suo "vedere" su larga scala, in tv, tra i giovani? "Mi sto convincendo a far conoscere di più i miei dispositivi. Con camere che documentino il mio lavoro. Ne ho perso tanto, ed è un peccato. Voglio creare un progetto cinematografico parallelo alle mie opere".
Un mese fa Castellucci è stato nominato Grand Invité della Triennale Milano per un quadriennio. È l’atelier più congeniale ai suoi studi per una nuova percezione di immagine, di spazio e di linguaggio. "Io sono solo un artista associato, ho una casa dove ideare, discutere, rendere tangibile un percorso creativo. Condividerò l’impegno con i milanesi, e per un ritratto della città incontrerò anche persone lontane dall’esperienza teatrale. Siamo ammorbati da una quantità di scenari e di certezze, e l’iconografia ha perso autorevolezza. A rompere il cerchio deve provvedere l’arte. Non bisogna subire il ruolo di spettatori. Preferisco una comunità umana rituale". Castellucci ha riluttanze inesorabili verso le piattaforme internet. "Una cosa esangue, ineffettuale. Per me il teatro è solo gesto di presenza reciproca. Nei miei due prossimi progetti scenici il ruolo dello spettatore è visto da dentro, senza spontaneismi finto-democratici, senza giudizi positivi e negativi. Piuttosto, assumo lo sporco dei rapporti umani per trovarvi una luce".
Non vuole essere un maestro. Accetta di trasmettere, ma ne spiega i limiti, riferendosi ai suoi figli Teodora, Agata, Demetrio. "Deve essere un fardello, per loro, il nostro cognome. Non vogliono nulla, c’è la giusta distanza, non ho mai inflitto insegnamenti, la pratica artistica è un lavoro di rapina, io ho fatto così con chi mi ha preceduto. Non esistono metodi, sarebbero anacronistici. Mai invadente coi figli, c’è pudore reciproco, bello. La loro storia ha una base biologica comune alla mia, i loro linguaggi fanno la loro strada".