In questi nostri giorni del Covid e con le platee svuotate dal pubblico, la scena teatrale diventa un set cinematografico. Succede al Massimo di Palermo dove il regista tedesco Johannes Erath, celebrato in Germania per i suoi allestimenti visionari e ora al suo debutto in Italia, monta un originale lavoro “site specific”, scandito da proiezioni di film e immerso nella neve. Intitolato Il crepuscolo dei sogni, lo spettacolo scorre in un flusso eterogeneo di brani musicali (in ordine anti-storico vi si ascoltano, con l’orchestra, il coro e le voci bianche palermitani, frammenti di Verdi, Bernstein, Haydn, Boito, Beethoven, Schubert, Rossini, Wagner, Musorgskij...), affidati alla conduzione del maestro Omer Meir Wellber. Il trailer di quest’onirico Crepuscolo, che sarà visibile per intero in diretta streaming sul sito del teatro il 26 alle 20, fa presentire una sorta di gigantesco videoclip mélo che è un inno alla magnificenza empatica dell’opera lirica.
L’azione verte su due interpreti principali: il soprano Carmen Giannattasio e il baritono Markus Werba. A un terzo cantante, il basso Alexandros Stravakakis, «spettano sprazzi d’interventi mefistofelici, da spirito faustiano della vicenda» spiega l’artefice del progetto Johannes Erath, che definisce la messinscena «un paesaggio dell’anima o un viaggio d’inverno, costruito per simboleggiare l’odierno stato di smarrimento che ci costringe a separazioni, schermi e lontananze». Un uomo e una donna si trovano rinchiusi in un teatro dopo una catastrofe. «Vivono una quarantena lungo la quale le notizie mutano in continuazione, determinando una costante incertezza» racconta Erath. «Nell’isolamento ci si misura molto di più col proprio partner, e a tratti la coppia s’incrina e sprofonda, in un’atmosfera che rammenta quella di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman”.
C’è un manto di neve in palcoscenico, come se fosse crollato il soffitto facendo irrompere tempeste, e nella dimensione claustrofobica s’alternano nostalgie e riavvicinamenti. Intanto lo spazio risuona di memorie che avvolgono la coppia in brandelli lirici e lacerti musicali. Il preludio della Traviata è eseguito da Omer Meir Wellber alla fisarmonica, strumento scelto dal regista «per il suo suono soffiante, quasi respiratorio, sottilmente evocativo di mali polmonari che ci portano al pensiero della Violetta verdiana e delle patologie legate al Covid». Si susseguono la sofferta passione tra Didone ed Enea, gli struggimenti di Tristano e Isotta, il Dies Irae del Requiem di Verdi (affidato ai ballerini del Massimo coordinati da Davide Bombana) e molto altro.
Dal confronto fra i due protagonisti, spesso interrogativo e allarmante, affiora la luce nella chiusa ottimistica, e non a caso riempie questo finale la musica di Monteverdi, autore che coincide con la nascita dell’opera lirica: «Oltre a dare un messaggio di speranza e di rivendicazione del valore imprescindibile che ha il teatro per l’umana sopravvivenza» segnala Erath, «lo spettacolo traccia un percorso nella vitalità plurisecolare del melodramma, dove il termine e il principio si toccano. Pure nella vita gli estremi combaciano, oggi più che mai: il collasso delle attività di questi mesi può essere un invito a ricominciare in bellezza». L’emergenza sanitaria, nota Erath, «uccide le arti sceniche, socialmente necessarie. Da millenni individui anonimi si radunano in un posto pubblico per assistere a spettacoli. Abbiamo bisogno di un contenitore collettivo e condiviso da cui scaturiscano emozioni, sennò si cade nell’aggressività o si seppelliscono i sentimenti nel ghiaccio. Il teatro è un luogo di catarsi a cui non si può e non si deve rinunciare».