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L'impresa fantastica di Giorgio Colangeli: maratona Dante, sul palco con la Divina Commedia a memoria

Un palcoscenico nudo, una sedia e un asciugamano: così al teatro Argentina di Roma è iniziata la straordinaria prova dell'attore
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E’ entrato in scena con un costume da pompiere, Giorgio Colangeli, per dare al Teatro Argentina il "Benvenuti" e "Bentornati" agli spettatori che stamattina dalle 10.30 alle 13.30 hanno assistito alla prima parte dell’Inferno, da completarsi nel pomeriggio, per poi dar luogo domani alla bipartizione del Purgatorio e mercoledì e giovedì alla tripartizione del Paradiso, una somma complessiva di 16 ore di maratona integralmente a memoria della Divina Commedia di Dante. Un’impresa che l’attore, con la complicità di Marco Maltauro, e la musica di Diego Dall’Osto, ha realizzato per la prima volta con modalità così compatte, per il settecentesimo anniversario della morte del poeta, con una produzione del Teatro di Roma e un sostegno del Comitato dantesco.

E’ entrato in scena con un costume da pompiere, Giorgio Colangeli, per dare al Teatro Argentina il "Benvenuti" e "Bentornati" agli spettatori che stamattina dalle 10.30 alle 13.30 hanno assistito alla prima parte dell’Inferno, da completarsi nel pomeriggio, per poi dar luogo domani alla bipartizione del Purgatorio e mercoledì e giovedì alla tripartizione del Paradiso, una somma complessiva di 16 ore di maratona integralmente a memoria della Divina Commedia di Dante. Un’impresa che l’attore, con la complicità di Marco Maltauro, e la musica di Diego Dall’Osto, ha realizzato per la prima volta con modalità così compatte, per il settecentesimo anniversario della morte del poeta, con una produzione del Teatro di Roma e un sostegno del Comitato dantesco.

Il pubblico è stato munito di una Guida, una sorta di libretto sinottico riguardante per ora l’itinerario dell’Inferno, con luci di sala che si accendevano per seguire la dizione di Colangeli canto per canto. L’impianto è stato un palcoscenico nudo, una specie di ligneo campo da gioco con un’area centrale destinata al protagonista che a più riprese ha occupato una postazione sulla sinistra dotata di un microfono a stelo per variazioni di tono e di volume. Altrimenti la sua dizione è sempre stata pura, forte, non filtrata. Sulla destra della ribalta c’era l’unico arredo di scena, una sedia nera da regista con un asciugamano che l’attore ha utilizzato a ogni intervallo, proprio come un performer, un atleta in campo, non mancando anche di dissetarsi, di sedersi un attimo in panchina, per poi tornare all’agone della Commedia.

Ha messo in gioco tante voci, tante posture, tante mimesi, tanti gesti, tante illustrazioni figurali, Giorgio Colangeli, ma anche molte emozioni, molti spaesamenti, molti slanci, molte velocità del dire, molte commozioni del sentire, molte etiche del pensiero e della parola, molte paure dell’animo. Con un’austerità umana che ha reso questo poema un bellissimo racconto. E chissà se il calarsi nei panni di un civil servant quotidiano, un pompiere (cui poi per Purgatorio e Paradiso s’alterneranno le divise della protezione civile e egli infermieri), non abbia contribuito a rendere l’alta poesia una testimonianza, una cronaca, un riferire da coro, da corifeo dei nostri giorni. 

(ansa)

Fatto sta che Colangeli è naturalissimo, è sereno, è spontaneo come uno di noi. Lo è anche quando presta i suoi timbri alla normalità di Virgilio, mentre già i primi rumori di fondo campionati dietro le sue parole suggeriscono i rumori del mondo, o del mondo altro, magari con lontani suoni di pianoforte. Lui, con la sua barba, con la sua sagoma concreta, con la sua anatomia severa, acquista una leggerezza e una gentilezza incredibili nel pronunciare le espressioni di Beatrice. Poi, certo, con "Per me si va ne la città dolente" scatta la percezione infernale, arriva l’eco di rimbombi, e l’emissione si fa roca, e si tocca l’agitazione, e il "Guai a voi!" di Caronte è un grido, e nell’aria si materializza un concerto scuro. E alla fine del Canto III ecco il primo applauso scrosciante. Ne otterrà 13, di applausi intensi, Colangeli.

Nel canto successivo accetta anche un fulmineo suggerimento dall’alto del "complice" Maltauro alla consolle. Mi sembra che siano stati in totale tre, i piccoli sussidi di versi calati con un altoparlante dal cielo, qualcosa che ha reso ancora più improvvisato, più sensibile, più fraterno il ruolo dello straordinariamente memore protagonista. Che passa per Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, e che plasma con le mani il mugghiare dei lussuriosi per poi assumere la grazia amorosa e colpevole della Francesca che narra di lei e Paolo. Che applauso, qui. Poi il protagonista deve vedersela con le fiamme di Cerbero e con note tuonanti, e nel VI farà dei giri di campo, fino a dover fronteggiare le urla del "Pape Satàn" di Pluto.

Descrive tutto con le braccia, con empiti bollenti. Dopo s’alzano rulli selvaggi di tamburi, modalità sporche, e le musiche si fanno seriali. Per il canto XI si siede sulla scaletta sinistra del palcoscenico, acquistando una posa ancora più discorsiva, conciliante, di comunicativa incertezza dell’anima. E pian piano adotta qualunque dinamica del corpo: la testa che tentenna, le braccia allargate come ali, mentre il dettato dantesco evoca sangue. E poi ci sarà, per il XIII, l’unica gigantesca scenografia di rami di luce, tra guaiti, rumori gravi, e ancora suolo calpestato, alti gridi, bollori, fino all’incontro lirico con Brunetto Latino nel XV, fino alle corse in cerchio del XVI, fino all’occhio di bue nel XVII, ai ritmi estremi, alla fine della prima parte. Gli spettatori dell’Argentina gli riservano una lunga standing ovation, con vere ovazioni partecipate. Lui sorride, dà appuntamento al seguito. E’ fatto così.