Elio porta in scena Jannacci: "Era comico e ti spezzava il cuore. Anche lui imperfetto, come la vita"
di Anna Bandettini , di Anna Bandettini“Sono un timido. Mai avrei avuto il coraggio di dirgli ‘sono un tuo fan’. Una volta ci siamo anche incrociati negli studi della Rai. Lui ha bofonchiato qualcosa, io pure, lui non ha capito, io nemmeno. E questo è il solo contatto che ho avuto con Enzo Jannacci”. Elio, di Elio e le Storie Tese (Elst), è del 1961, troppo giovane per quella Milano degli anni Sessanta-Settanta, allegra e irrequieta, dove regnavano Jannacci e Fo, i Gufi e Cochi e Renato, ma a quella genìa di formidabili artisti, dice, si sente legato: stesso modo di raccontare lietamente le bruttezze, stesso sorriso iconoclasta.
Col piacere di rispecchiarvisi, sta dunque preparando uno spettacolo su Enzo Jannacci: non un omaggio, ma “una ricostruzione di quel suo mondo di nonsense, comico e struggente”, spiega Elio, aria eterna da ragazzo anche per via della felpa blu e un colorato quadro appeso dietro le spalle, coi Pokemon (“ma è dei miei figli”…
“Sono un timido. Mai avrei avuto il coraggio di dirgli ‘sono un tuo fan’. Una volta ci siamo anche incrociati negli studi della Rai. Lui ha bofonchiato qualcosa, io pure, lui non ha capito, io nemmeno. E questo è il solo contatto che ho avuto con Enzo Jannacci”. Elio, di Elio e le Storie Tese (Elst), è del 1961, troppo giovane per quella Milano degli anni Sessanta-Settanta, allegra e irrequieta, dove regnavano Jannacci e Fo, i Gufi e Cochi e Renato, ma a quella genìa di formidabili artisti, dice, si sente legato: stesso modo di raccontare lietamente le bruttezze, stesso sorriso iconoclasta.
Col piacere di rispecchiarvisi, sta dunque preparando uno spettacolo su Enzo Jannacci: non un omaggio, ma “una ricostruzione di quel suo mondo di nonsense, comico e struggente”, spiega Elio, aria eterna da ragazzo anche per via della felpa blu e un colorato quadro appeso dietro le spalle, coi Pokemon (“ma è dei miei figli”, rassicura).
Lo spettacolo, dal 18 giugno a Pesaro al Parco Miralfiore poi - tra le tante tappe - a Como il 15 luglio, a Vercelli il 17 luglio, il 31 a Cervia per il Ravenna festival e la Milanesiana, con cinque giovani musicisti - Seby Burgio, Martino Malacrida, Pietro Martinelli, Giulio Tullio e al sax Sophie Tomelleri, figlia di Paolo, storico musicista di Jannacci - sarà stile teatro-canzone, con una quindicina di cult jannaceschi, vari mashup arrangiati da Paolo Silvestri e monologhi, scelti per assonanza, di Michele Serra, Francesco Piccolo, Umberto Eco, Beppe Viola. “Un varietà dell’anima”, lo definisce il regista Giorgio Gallione, lo stesso di Il grigio, altro spettacolo di Elio che riprenderà da novembre, altra perlustrazione dei propri confini biografici artistici, lì con Gaber, ora con Jannacci. Già il titolo la dice lunga: Ci vuole orecchio, come l’album, tra i più venduti di Enzo, prodotto da Agidì come lo spettacolo di oggi e datato 1980, che è l’anno di nascita di Elio e le storie Tese.
Vogliono dire qualcosa tutte queste coincidenze?
“In verità non ho certezza che il 1980 sia la nascita di Elst, bisognava scrivere una data ed è venuta fuori quella. Però una curiosità c’è: mio papà era stato compagno di classe di Jannacci, me ne parlava, me lo faceva ascoltare e mi faceva già ridere. Poi da adulto mi ha affascinato la dignità del comico che lui ha portato nella canzone d’autore e lo stile surreale della sua risata, che poi era il clima del Derby, il cabaret di Milano, che sempre per ragioni anagrafiche ho mancato, ma non ho mai incontrato neanche Paul McCartney”.
Rimpianti?
“Col senno di poi rimpiango non avere avuto dieci anni di più. Gli anni Settanta, dilaniati dal terrorismo, artisticamente parlando sono stati tra i più liberi e rivoluzionari. Una trasmissione radiofonica come Alto gradimento sarebbe avanti anche oggi. In quegli anni ci sono tutti i miei dei”.
E chi sono questi dei?
“Dario Fo, Jannacci, Gaber, Cochi e Renato, Boldi prima dei cinepanettoni, Teocoli, Abatantuono, Battiato, Gino e Michele autori di Ci vuole orecchio ma anche gli Skiantos, Gazzè, Silvestri e Fabi. Artisti che cercano ma in senso contrario, scorretti, candidamente blasfemi tanto più con questa faccenda di internet”
Che faccenda?
“Invece di essere il posto più libero, internet è diventato il posto più conformista, bacchettone, violento. Non è possibile fare una battuta che ti rovinano. Internet è contro la risata”.
Come mai non ha coinvolto gli Elii nello spettacolo?
“Siamo amici da più di quarant'anni, la nostra forza è che restiamo in contatto anche se ognuno fa le proprie esperienze. Lavorare troppo assieme vuol dire routine, pericolo che noi abbiamo corso e esorcizzato sospendendo l’attività, ma i giornalisti hanno decretato che la sospensione è uno scioglimento. Così, ci frequentiamo senza dirlo. Abbiamo lo studio, suoniamo, facciamo anche qualche post sui social...”.
Come sarà lo spettacolo?
“E’ un viaggio dentro le varie epoche di Jannacci, perché non è stato sempre uguale: tra i brani ci sono La luna è una lampadina, L’Armando, El portava i scarp del tennis, Vengo anch’io, canzoni che rido mentre le canto come Sopra i vetri o Taxi nero, il tassista con la mamma vedova. Tra le ultime ne farò alcune snobbate, Parlare con i limoni, Quando il sipario calerà. Perché c’è Jannacci comico e quello che ti spezza il cuore di Vincenzina o Giovanni telegrafista, il saltimbanco e il clown, risate e drammi: come è la vita, imperfetta. E nessuno meglio di chi abita nel nostro paese lo sa”.
E’ per questo che ha parlato di autismo in tv, a Propaganda Live qualche sera fa.
“Non lo avrei mai fatto, non voglio mettere in mostra me o la mia famiglia, se non fosse che dopo più di dieci anni e un figlio autistico, non sai dove sbattere la testa. Non ci sono cure, non sai dove e a chi rivolgerti. Ma i casi aumentano, sono ormai qualche milione. Dopo la tv, mi ha convocato il ministro. Ci andrò, anche se scardinare questa indifferenza... non ci credo più. Mi creda, sarebbe già una vittoria passare dal dramma in cui pensi di ammazzarti, a una vita magari difficile, ma in cui almeno tuo figlio può scrivere e parlare”.