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(foto di Brescia e Amisano - Teatro alla Scala) 

Luca Micheletti, l'attore girovago che grazie al cinema si scoprì baritono

A 35 anni, e senza gavetta nel canto, si ritrova protagonista alla Scala con le 'Nozze di Figaro'
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Nelle vene gli scorre sangue di teatrante girovago. E per lui, che come i suoi antenati sta sui palcoscenici da quando nemmeno era in grado di rendersene conto, il teatro è uno solo: recitare, firmare regie, cantare. Del resto, dice, "Verdi chiamava 'attori' i suoi cantanti, segno che un confine tra questi mestieri è difficile da tracciare". Dieci anni fa Luca Micheletti ha vinto un premio Ubu, il più prestigioso nella prosa, per una sua interpretazione in Brecht. Ora, trentacinquenne, dopo essersi scoperto baritono e quasi senza aver fatto gavetta nel canto, si ritrova alla Scala con le Nozze di Figaro di Mozart (dal 26 giugno al 1° luglio; il 24 giugno prova aperta agli under 30). È la prima messinscena scaligera del dopo-pandemia: ripresa d'attività per 760 spettatori a sera affidata a un allestimento leggendario, quello di Giorgio Strehler (ripreso da Marina Bianchi), che a Milano ha debuttato quattro decenni fa. Sul pod…
Nelle vene gli scorre sangue di teatrante girovago. E per lui, che come i suoi antenati sta sui palcoscenici da quando nemmeno era in grado di rendersene conto, il teatro è uno solo: recitare, firmare regie, cantare. Del resto, dice, "Verdi chiamava 'attori' i suoi cantanti, segno che un confine tra questi mestieri è difficile da tracciare". Dieci anni fa Luca Micheletti ha vinto un premio Ubu, il più prestigioso nella prosa, per una sua interpretazione in Brecht. Ora, trentacinquenne, dopo essersi scoperto baritono e quasi senza aver fatto gavetta nel canto, si ritrova alla Scala con le Nozze di Figaro di Mozart (dal 26 giugno al 1° luglio; il 24 giugno prova aperta agli under 30). È la prima messinscena scaligera del dopo-pandemia: ripresa d'attività per 760 spettatori a sera affidata a un allestimento leggendario, quello di Giorgio Strehler (ripreso da Marina Bianchi), che a Milano ha debuttato quattro decenni fa. Sul podio Daniel Harding; nel cast, con il Figaro di Micheletti, anche Rosa Feola, Simon Keenlyside, Julia Kleiter, Svetlina Stoyanova. Poi, tra fine luglio e agosto, il baritono sarà al Circo Massimo per la Bohème dell'Opera di Roma.
 
Micheletti, quanta adrenalina scatena esordire alla Scala?

"Penso soltanto alla fortuna che ho di trovarmi nello scrigno magico di Strehler. Spettacolo di passioni incredibilmente umane, non scolorito dal tempo. Vi si rappresenta la rivoluzione. Non quella francese, come si potrebbe credere, ma il sovvertimento del teatro settecentesco che rinuncia alle maschere stilizzate della commedia precedente così da consentire al pubblico di vedersi riflesso nello specchio d'amarezza e malinconia dei personaggi mozartiani".

Nel teatro lei sguazza da una vita.

"Eredità di una famiglia itinerante, una ventina di componenti stretti assieme da un groviglio inscindibile di legami personali e professionali, che dall'Ottocento fino alla guerra ha montato il suo padiglione mobile nelle piazze dei paesi del centro-nord. Titolo diverso ogni sera, dalla cinquantina che ne costituivano il repertorio: Ibsen, Giacosa, D'Annunzio, Pirandello, ma pure 'Le due orfanellè e 'I figli di nessuno'. Queste compagnie erano la spina dorsale dello spettacolo popolare italiano prima dell'avvento dei teatri stabili. Papà e mamma l'hanno rifondata negli anni '70. Lì mi sono formato, recitando con i miei fratelli, la nonna, gli zii".

Com'è che dalla prosa con Umberto Orsini e Ronconi finisce nel melodramma?

"Lo devo al cinema. Nel 2013 vengo scritturato da Marco Bellocchio per i suoi Pagliacci, cortometraggio presentato alla Mostra del cinema di Venezia. La mia voce l'ha colpito in Brecht, perciò chiede se non abbia voglia di prendermi un coach per svilupparla. Nella mia Brescia trovo come insegnante il tenore Mario Malagnini, e mi scopro baritono. All'inizio non assecondo quel talento: avevo troppo da fare come attore e regista. Cedo quando Cristina Muti, a Ravenna, mi offre la parte di Jago nella sua regia dell'Otello verdiano".

Prova di gran coraggio per un principiante.

"Già avevo fatto una Carmen a Cagliari. Ma certo Jago è tutt'altro. Comunque sperimento sempre un approccio attoriale al personaggio. Punto di partenza, la recitazione. D'altronde, venendo da un teatro di umili origini, non posso che pormi in maniera semplice e concreta verso l'opera. Non sono altro che un attore che canta".

Quali differenze tra i due mestieri?

"Nella prosa si lavora con un numero di persone pari a quelle di una cena di Natale. Con la lirica sembra di trovarsi dentro un presepe. E poi l'attore deve passare attraverso la distruzione della propria identità per acquisire una credibilità scenica. Cerca il rischio per generare l'altro da sé. Invece il cantante ha bisogno di autotutelarsi: di rischio ce n'è già tanto nell'andare in scena, entro i binari della partitura, davanti a platee competentissime. È un miracolo assoluto quando nell'opera tutto va a segno".

Rimpiange di aver lasciato la prosa?

"Non considero affatto conclusa la mia carriera d'attore".