Lo Sferisterio riparte con 'Aida', e l'oleodotto sostituisce le piramidi
di Angelo Foletto , di Angelo FolettoSchiava e diversa per etnia ai tempi d’un colonialismo che stava smarrendo il volto "umano" per indossare la livrea del padrone sfruttatore in nome dell’unico potere universale, la ricchezza. Quell’oro nero che in Egitto avrebbe sepolto e “bruttato” per sempre lo sfavillare degli ori dei faraoni. Aida, quella che Verdi pensava sarebbe stata la sua ultima opera, nasce tra il 1869 il 1871 per l’ambiziosa smodatezza filoeuropea di Isma’il Pascià kadivè d’Egitto che voleva lanciare internazionalmente il teatro d’opera del Cairo e ricordare che l’apertura recente del Canal di Suez aveva di fatto rivoluzionato il sistema economico e commerciale, quindi sociale, etico e ecologico del mondo. L’inizio della globalizzazione.
Il caso, ancora caldo, della Ever Given, il portacontainer che a marzo che ha tenuto in sospeso per quasi una s…
Schiava e diversa per etnia ai tempi d’un colonialismo che stava smarrendo il volto "umano" per indossare la livrea del padrone sfruttatore in nome dell’unico potere universale, la ricchezza. Quell’oro nero che in Egitto avrebbe sepolto e “bruttato” per sempre lo sfavillare degli ori dei faraoni. Aida, quella che Verdi pensava sarebbe stata la sua ultima opera, nasce tra il 1869 il 1871 per l’ambiziosa smodatezza filoeuropea di Isma’il Pascià kadivè d’Egitto che voleva lanciare internazionalmente il teatro d’opera del Cairo e ricordare che l’apertura recente del Canal di Suez aveva di fatto rivoluzionato il sistema economico e commerciale, quindi sociale, etico e ecologico del mondo. L’inizio della globalizzazione.
Il caso, ancora caldo, della Ever Given, il portacontainer che a marzo che ha tenuto in sospeso per quasi una settimana l’economia mondiale, ci dice che aveva visto giusto. La storia della musica lo ringrazia ancora. A lui si deve il progetto di Aida, opera-mito come poche. La sua storia compositiva, la qualità e bellezza, addirittura «smodata» e «superflua» secondo alcuni studiosi, della musica riflette a perfezione come Verdi pensava la sua partitura testamentaria. Altrettanto eminente la vicenda mercantile dell’opera più equivocata e quasi quotidianamente rappresentata in chiave turistico-più o meno kolossal. A partire dall’assegno ottenuto dal compositore, dai costi dell’allestimento e della campagna-stampa orchestrata da Ricordi, che ne fece il primo “evento” della storia dell’opera: mescolando arte e interesse. Specchiando nelle (s)proporzioni del disegno promozional-editoriale quel transito tra colonialismo e imperialismo, tra sfruttamento del territorio e capitalismo senza maschere che in quello scorcio di Ottocento e di Mediterrano aveva trovato la sua migliore (peggiore) espressione.
Evitando gli estremismi disumanizzanti dell’Aida andata in scena in aprile a Parigi con la regia di Lotte de Beer, ma non l’idea di mettere sotto processo la mentalità colonialista e imperialista, che alitava in qui decenni nei luoghi laici di Aida, la regista argentina Valentina Carrasco, ex-coreografa della Fura dels Baus – chi non ricorda le danze e la sfilate di mostri-animali creata nel 2013 all’Arena di Verona per il centenario dell’opera nell’anfiteatro romano? – ha ideato uno spettacolo in cui la denuncia storico-politica, aggiornata a mezzo secolo dopo nel guardaroba, non è volantinaggio banalmente provocatorio ma materia drammaturgica e teatrale. E non fa a pugni con la musica. Anzi, dialoga con efficacia con la concertazione di Francesco Lanzillotta, che per la sua prima Aida da direttore sceglie – non sappiamo se solo per necessità (la disposizione dell’orchestra segnata dagli scudi di plexiglass per i fiati e dai leggii ridotti, e l’acustica speciale del luogo) o per libera scelta – una linea musicale spoglia, fraseggiata per contrasti e segmentazioni di temi, per groppi di colore e di armonie, per respirazioni umanissime: audaci nel porre l’attenzione sulle strutture musicali importanti anche se non sembrano portanti, e a una libera interpretazione del rapporto tra atmosfere, sentimenti e tempi-respirazioni musicali.
Non è un’Aida monocromatica né banalmente antiretorica, la sua, ma un’Aida che fin dalla seconda frase del Preludio ci indica una strada d’ascolto impervia e moderna. Fondata sul dettaglio senza infingimenti, lascia a chi ascolta la responsabilità di metterne a fuoco l’idea musicale complessiva. Si arriva alla toccante morte dei due amanti sepolti vivi – facile immaginare che su questo palco si veda un’altra “tomba”, non meno inquietante: Radamès e Aida, rinchiusi in una sorta di sotterraneo industriale affogano suicidi nel petrolio – senza lacrime in tasca ma con la sensazione di aver ascoltato una lettura musicale ancora imperfetta quanto originale e profonda. Degna di essere riascoltata, e della ghiotta occasione.
Nell’anfiteatro neoclassico dello Sferisterio, luogo-simbolo di Macerata, si ricordava infatti il centenario della prima rappresentazione di un’opera lirica. Quest’Aida urticante è scarnificata di qualsiasi richiamo egittologico e orientale – se si esclude la presenza dominante di una landa desertica (scena di Carles Berga senza nemmeno un geroglifico né una testina di cane) che viene violentata, nel corso della “scena del trionfo”, coreografata senza compromessi ballettistici da Massimiliano Volpini, dalla costruzione e inaugurazione di un minaccioso oleodotto – mentre i costumi di Silvia Aymonino, che danno al potere politico divise colonialiste, meravigliosi mise aristocratico-turistico-borghesi alle dame dell’alta società che scortano Amneris, e quello religioso cappe da mullah, esplodono di colori etnici per il popolo. Senza distinguere tra etiopi e locali. Come a dire, gli schiavi sono tutti uguali e la loro storia cromatica è di resistenza all’omologazione.
Ci pensa la recitazione della Carrasco a dare incisività a ciò che da solo potrebbe rimanere didascalico, e a non confinare nello sfondo dell’ideologia il dramma dei personaggi. Mai vista a teatro così implacabile e vera la contesa amorosa e sociale tra la schiava Aida e la principessa Amneris. Nei costumi (la protagonista-cameriera che nella prima scena fa da caddy alla giovin signora occidentale: Amneris prima tutta in bianco poi un folgorante abito-pantalone da amazzone borghese, potente ma perdente), nel controllo dei gesti e delle posizioni sceniche.
La tensione narrativa collettivamente tumultuosa per i primi due atti – l’opera, in scena fino al 12 agosto, si esegue con un solo intervallo – come vuole la musica ripiega a mano a mano sul cuore dei protagonisti. E, qui qualche soluzione e posizione, condizionata dalla cattedrale al petrolio che domina il palcoscenico, finisce per rimanere da vecchio melodramma. Ma in questo modo la riflessione politica universale, così intensamente e con sincerità portata in scena, lascia progressivamente il campo al confronto tra le voci e la personalità di grande spessore drammatico tra Maria Teresa Leva e Veronica Simeoni, riproponendo l’eterno dilemma su chi tra le due donne innamorate, in musica vinca. Ma ribadendo che Aida è quell’opera lì, non solo l’opera dei grandi numeri: è la partitura che dà sfogo con minuzia e partecipazioni emotiva a una rivalità amorosa resa contorta dalle diversità e delle interferenze sociali, ma primaria. Formidabile.
Come solito, se ci sono le protagoniste, gli altri stingono. Va detto che Luciana Ganci ha cantato bene e Marco Caria, complice Lanzillotta e il suo accompagnamento orchestrale ossessivamente circostanziato, ha evitato il solito Amonasro brutto e cattivo. Bravi Alessio Cacciamani, Fabrizio Beggi, Francesca Fortes e Maritica Tampakopoulos e il coro di Martino Faggiani. Avevano capito, e hanno fatto capire, benissimo che quest’Aida del centenario – a cui in onore al progetto partecipato globale del festival hanno partecipato in scena «100 cittadini», come quattro anni fa nel Flauto magico di Graham Vick, grande assente e ricordato con commozione – doveva essere un momento verdiano da ricordare dall’estate musicale.