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Romaeuropa Festival, a settembre si riparte: "Le arti cercano oltre i confini le mutazioni del nostro tempo"

Intervista a Fabrizio Grifasi che dal 2009 è direttore artistico della rassegna internazionale. Al via il 14 settembre, ospiterà 83 compagnie da 15 Paesi
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Il Covid ha convinto il mondo dello spettacolo dal vivo a ripensare il lavoro, a sperimentare nuove pratiche, temi più inclusivi, tecnologie e una logica internazionale che cambierà. Ne parliamo con Fabrizio Grifasi, dal 2009 direttore artistico del Romaeuropa Festival: è da anni un cultural traveller e s’avvale di una mappatura globale delle performing arts, da viaggi e monitoraggi nei continenti.

Per il 36mo Romaeuropa, dal 14 settembre al 21 novembre, con 83 compagnie di 15 Paesi, quali criteri ha seguito, prima e durante la pandemia?
«Ho sempre considerato l’orizzonte internazionale uno spazio di opportunità. Il nostro tempo ci impone di guardare fuori dai confini, di connetterci col mondo. Oltre ad Avignone c’è la danza di Montpellier o il Julydans di Amsterdam, il MaerzMusik e il Transmediale di Berlino, il Grec e il Sonar di Barcellona. Qui gli appuntamenti pre-Covid e di oggi raccontano le mutazioni del nostro tempo. …

Il Covid ha convinto il mondo dello spettacolo dal vivo a ripensare il lavoro, a sperimentare nuove pratiche, temi più inclusivi, tecnologie e una logica internazionale che cambierà. Ne parliamo con Fabrizio Grifasi, dal 2009 direttore artistico del Romaeuropa Festival: è da anni un cultural traveller e s’avvale di una mappatura globale delle performing arts, da viaggi e monitoraggi nei continenti.

Per il 36mo Romaeuropa, dal 14 settembre al 21 novembre, con 83 compagnie di 15 Paesi, quali criteri ha seguito, prima e durante la pandemia?
«Ho sempre considerato l’orizzonte internazionale uno spazio di opportunità. Il nostro tempo ci impone di guardare fuori dai confini, di connetterci col mondo. Oltre ad Avignone c’è la danza di Montpellier o il Julydans di Amsterdam, il MaerzMusik e il Transmediale di Berlino, il Grec e il Sonar di Barcellona. Qui gli appuntamenti pre-Covid e di oggi raccontano le mutazioni del nostro tempo. C’è una rete di luoghi dove bisogna essere: il 104 di Parigi per le ricerche performative, il Festwochen di Vienna col suo rinnovato orientamento, il Manchester International Festival, molto pop».

E la geografia artistica fuori dall’Europa?
«Ci sono nuovi sguardi che da lontano arricchiscono le nostre discipline, penso allo Yamaguchi Center giapponese, al Cinars a Montreal, agli Arts Market in Australia, Nuova Zelanda e Singapore, alla danza del Bipod di Beirut o alla piattaforma di Tel Aviv e all’esperienza del QCenter a Lagos. Per l’Est ci sono San Pietroburgo, Vilnius, Cracovia. Alcune mete, quando tornerà la mobilità, le consiglio agli spettatori nomadi».


Quali contenuti si fanno largo negli spettacoli mondiali, e nei titoli di Romaeuropa?
«Emerge un’attenzione forte all’accoglienza di genere e ai flussi migratori, un appello ai diritti, una rilettura anticoloniale del passato, un monito contro le diseguaglianze economiche, un deciso allarme ecologico per preservare il pianeta. Queste esigenze trovano risonanza anche da noi, in un clima che non s’è ancora liberato dal Covid, con artisti e lavoratori dello spettacolo messi a terra, a parte alcuni sostegni pubblici in Italia e in pochi altri Paesi. Si sono però interrotte varie collaborazioni internazionali, è una perdita».

Fabrizio Grifasi, direttore artistico del Romaeuropa Festival; nelle altre immagini, alcuni artisti e momenti degli spettacoli in programma all'edizione 2021, al via il 14 settembre 

Come pensa che si porrà un riparo ai danni? Con quali rimedi generalizzati, e quali iniziative del Romaeuropa?
«Dobbiamo ricostruire, rivedendo i modelli abituali, facendo ricorso a nuove politiche. Un toccasana è suggerito dalle tecnologie cui il settore è stato indotto per la mancanza di rapporti col pubblico: lo spettacolo dal vivo giustamente difende il contatto ma dobbiamo imparare a usare meglio i linguaggi dell’informatica per raggiungere spettatori giovani e più globalizzati. Adottiamo un sistema green piantumando 700 alberi a Santa Severa d’accordo con la Regione Lazio, compensando le emissioni di CO2 per gli spostamenti aerei festivalieri. Ora serve un cambio di marcia generazionale sui palcoscenici per immettere altre estetiche e anagrafi: la metà degli artisti del Romauropa 2021 non sono mai venuti al festival e i giovani sono portatori di sensibilità di cui abbiamo bisogno. Negli sdoganamenti in corso cito il format “Le parole delle canzoni” condiviso con Treccani, con Amir Issaa e Giulia Caminito, Mahmood e Ciabatti, Fulminacci e Urciuolo...».

E la contemporaneità attraverso artisti già affermati?
«Ci sono figure che sono punti di riferimento. Gus Van Sant si cimenta col teatro musicale e ricostruisce il tempo di Andy Warhol. Kornél Mundruczò e Katia Wéber propongono col Teatro di Varsavia Pieces of a Woman (da cui è stato girato il film). Arriva a Roma Max Richter, colosso della musica. E Alexander Zeldin, Dorothée Munyaneza, Christos Papadopoulos, Rachid Ouramdane con cui apriamo. Lo scenario dell’Italia fa leva su Deflorian e Tagliarini, Elio Germano, Carlotta Corradi».

Le sezioni del festival testimoniano molto lavoro di squadra al femminile.
«A marcare il confronto c’è Francesca Manica per “Dancing Days”, Stefania Lo Giudice per “REF Kids & Family”, Federica Patti per “Digitalive”, Maura Teofili per “Anni Luce”. Idee eco-friendly, contaminazioni, pluralità. Ripartiremo così».