Andrea Farri, un autodidatta cresciuto in viaggio: "Che fortuna stare a sentire mio zio Paolo Poli"
di Rodolfo di Giammarco , di Rodolfo di Giammarco“Io parlo a vanvera poi tu rimedi”. Sfodera subito una citazione ‘paolesca’, Andrea Farri, trentanovenne, romano, compositore che sa il fatto suo nel cinema e anche nel teatro, figlio e nipote d’arte, perché sua madre è Lucia Poli, e suo zio era Paolo Poli. Si devono a lui le colonne sonore di film come 18 regali, Smetto quando voglio, Il primo re, serie come Imma Tataranni e Petra, spettacoli di Marco Tullio Giordana, e un suo tracciato sinfonico ha figurato ne Le Chateau du tarot, un quarto d’ora creato a gennaio da Matteo Garrone per Dior con 50 milioni di visualizzazioni.
“A sette anni scoprii da solo La carovana dei mormoni di John Ford: cowboy, cavalli, cieli infiniti, soundtrack avvolgente. Svezzato tra quinte e tournée, nacque una mia passione per il cinema. Iniziai a suonare malamente la chitarra, ideando brani ispirati a storie che leggevo o sentivo, e le partiture dovevano rievocarne i contenuti. Sono pas…
“Io parlo a vanvera poi tu rimedi”. Sfodera subito una citazione ‘paolesca’, Andrea Farri, trentanovenne, romano, compositore che sa il fatto suo nel cinema e anche nel teatro, figlio e nipote d’arte, perché sua madre è Lucia Poli, e suo zio era Paolo Poli. Si devono a lui le colonne sonore di film come 18 regali, Smetto quando voglio, Il primo re, serie come Imma Tataranni e Petra, spettacoli di Marco Tullio Giordana, e un suo tracciato sinfonico ha figurato ne Le Chateau du tarot, un quarto d’ora creato a gennaio da Matteo Garrone per Dior con 50 milioni di visualizzazioni.
“A sette anni scoprii da solo La carovana dei mormoni di John Ford: cowboy, cavalli, cieli infiniti, soundtrack avvolgente. Svezzato tra quinte e tournée, nacque una mia passione per il cinema. Iniziai a suonare malamente la chitarra, ideando brani ispirati a storie che leggevo o sentivo, e le partiture dovevano rievocarne i contenuti. Sono passato al pianoforte a 11 anni, e poi ai sintetizzatori a 18. Ho sempre ascoltato tutti i generi, dal pop all’ambientale, alla disco, alla concertistica, all’elettronica, al jazz. Restituisco una sintesi. La mia generazione è cresciuta studiando la classica la mattina, mordendo il rock il pomeriggio, e ballando l’elettronica la sera”.
Eppure nella sua famiglia ha primeggiato il culto del palcoscenico. Magari senza formalismi…
“È così. Io vengo dal teatro, ci ho lavorato tanto, è stata la mia scuola, la mia formazione. Ho fatto a 19 anni un musical femminista con mia madre, Le sorelle Bronte di Valeria Moretti, regia di mamma senza che fosse in scena, e un musical femminicida con Paolo, Barbablù, non interpretato da lui, con ballerini, per il teatro ragazzi, che però faceva paura ai bambini, perché più adatto agli adulti, poi senza seguito. Ci tengo molto al teatro. A me musicista ha insegnato a leggere i copioni, e a capire come un soggetto verrà messo in scena. Ho composto musiche per The Coast of Utopia di Stoppard con Giordana, per il Cyrano di Preziosi, per La donna leopardo di Moravia con Cescon, fino al Marat Sade di Weiss con Gioè”.
Però è il cinema ad aver un po’ più spesso fatto uso del suo linguaggio musicale…
“Tutto è iniziato quando a 26 anni, nel 2008, ho ideato la colonna sonora del primo film, Un gioco da ragazze di Matteo Rovere. Ho fatto quattro film suoi, tra i quali Il primo re in latino arcaico, dove si dà ruolo e spazio alla musica, e altri prodotti da lui. Marilyn ha gli occhi neri di Simone Godano uscirà il 14 ottobre con Stefano Accorsi e Miriam Leone. Una volta Ugo Chiti m’ha emozionato, dicendomi che la mia musica è drammaturgia vera e propria”.
In che momento della messa in cantiere d’un film lei interviene e compone?
“Io leggo la sceneggiatura e scrivo la musica. Dalle sensazioni e dai personaggi nascono i suoni. La prima impressione viene dal racconto. Quando il film è montato, lavoro sulle immagini per affinare eventualmente il tiro. È un grande privilegio essere il primo spettatore d’un film. Ho appreso da Piovani e da altri compositori che non è impossibile imparare a usare un computer e orchestrare. Il difficile è creare una narrazione con la musica. Speri sempre di non sentirti dire 'vorrei una musica veloce ma lenta, buffa ma seria…'. Meno indicazioni si hanno e meglio è. Essenziale è il rapporto di fiducia coi registi, il musicista deve poter dare una sua visione del film. Io sono sempre stato lasciato libero”.
Le regole non scritte del mestiere?
“A 26 anni, dopo Un gioco da ragazze, quando ero ancora sconosciuto, mi chiamò Pietro Valsecchi e mi fece fare le sue serie, Squadra antimafia, Rosy Abate, e con lui ho imparato a essere veloce e a mettere tutto in discussione. Lui amava cambiare repentinamente: qui rimontiamo, qui da commedia facciamo un thriller, e io facevo da capo e di corsa la musica. Ho imparato, tra insicurezza mia e complimentosità degli altri, a non farmi troppo toccare da critiche o acclamazioni. Confesso sottovoce di non essermi più sentito isolato quando la colonna sonora del primo film di Rovere fu la più venduta dell’anno in Italia”.
Domanda sottile: le sue musiche sono esplicite o implicite?
“Direi esplicite, con quote implicite di stati d’animo. Deve prendere per mano, la musica”.
Che differente ritorno ha la sua musica in cinema e in teatro?
“Nel film tutto è già stato fatto, e non puoi sbagliare, correggere. In palcoscenico la cosa si manifesta e s’esaurisce, e di fatto prende corpo a seconda del clima della serata”.
Un po’ di aneddotica legata a certe sue esperienze in una famiglia d’arte?
“Con Paolo facemmo 'spedizioni punitive' su Sandro Penna: io suonavo e lui leggeva, io amavo Penna, e Paolo gli era amico. La sola idea che Penna, squattrinato, potesse trovare un taxi per andare a vedere il tramonto sull’Aventino… Io sono cresciuto in ambienti di scena, cinema, arte e letteratura. I primi anni della mia vita li ho trascorsi in viaggio, seguendo mia madre e mio zio in tournée interminabili da settembre a giugno, in un mondo di capocomici, di teatri all’italiana, di provincia, o di teniture cittadine lunghissime (due mesi a Firenze, due mesi a Venezia), conoscendo in viaggio poeti, scenografi, pittori, cantanti lirici, macchinisti e sarte, un mondo surreale e reale. E io non andavo a scuola, andavo in tournée, ho recuperato più tardi, con invidia di mio figlio Leone, quasi 7 anni, allibito”.
E l’avventura bellissima delle sue musiche per Le Chateau du tarot di Matteo Garrone?
“A dicembre Matteo mi telefona e mi dice: è arrivato il momento di lavorare insieme. Mi impegno per una sinfonia unica in cui orchestra, soprano ed elettronica dialogano insieme. Lavorare con Garrone è un lusso per chi ami cinema e arte, perché t’accoglie in una dimensione di appunti, disegni, fotografie, racconti, mostri, maschere, e intravedi come il disordine sarà alla fine plasmato”.
Cosa consiglierebbe a chi intendesse fare il percorso di musicista per scena e schermo?
“È un momento d’oro per i giovani che vogliono creare col suono. Oggi c’è un proliferare di film per web, cellulari e sale, con richiesta di contenuti. Bisogna fare i conti con le contraddizioni e le battaglie delle epoche di cambiamento: le multinazionali del web non pagano tasse né i diritti d’autore, e spetterà ai governi e alla Siae condurre queste lotte, perché finora la tecnologia ha camminato più veloce delle leggi”.
Ricordi memorabili?
“Ho vissuto un periodo di incertezza, e ho fatto l’aiuto-regista dai 20 ai 23 anni. Quando ho lavorato per Roberto Benigni e per il suo La tigre e la neve ho accumulato le più strepitose cene con lui in Tunisia, cenando per due mesi a base di (suoi) ricordi di Bertolucci, di Fellini e del periodo del Teatro Alberico a Roma. Menù fisso di orata e riso. Persi 11 chili. Ma che roba fantastica”.
Paolo Poli?
“M’ha trasmesso amore per il cinema, per Caravaggio, per le canzonette italiane d’inizio secolo con autori che avevo orecchiato la grande opera italiana. Mi prendeva in giro chiamandomi dalle sue tournée, dicendomi 'farai 'la' musicista come Rossini, che non ha fatto conservatorio'. Sì, perché io sono autodidatta'. E mi parla ancora di Rovere, di Garrone, di Andrea De Sica, di Alessandro Genovesi, di Francesco Amato, di Simone Godano, di Cristina Comencini, di Marco Tullio Giordana, di Maria Sole Tognazzi, di Michele Soavi, di Marco Bellocchio. A vanvera, in modo ‘paolesco’. Una fortuna, starlo a sentire”.