Rossini superstar: grandi nomi e giovani voci, ecco la rivoluzione dolce dell’opera
di Gregorio Moppi , di Gregorio Moppi"Il nostro compito è onorare Gioachino Rossini, cercando di far rivivere, nel presente, la verità della sua musica. Lo facciamo dando prevalenza a titoli meno frequentati, a cast capaci di valorizzarli e alla stretta collaborazione con la musicologia, ancora al lavoro per restituire in edizione moderna partiture fedeli alla volontà del compositore". Lo dice Ernesto Palacio - manager di cantanti e già tenore di rilievo internazionale - da cinque anni a capo del Rof, ovvero il Rossini Opera Festival di Pesaro, rassegna di culto per melomani da ogni parte del mondo, perfino in epoca Covid-19.
Qui viene presentato il Rossini più autentico, senza però tenerlo sotto vetro. "Perché puntiamo a dar voce a ogni possibile concezione interpretativa oggi su piazza, attraverso l'equilibrio tra grandi cantanti e giovani provenienti dalla nostra Accademia. Non vogliamo si crei un 'club di Pesaro', dove girano sempre i soliti…
"Il nostro compito è onorare Gioachino Rossini, cercando di far rivivere, nel presente, la verità della sua musica. Lo facciamo dando prevalenza a titoli meno frequentati, a cast capaci di valorizzarli e alla stretta collaborazione con la musicologia, ancora al lavoro per restituire in edizione moderna partiture fedeli alla volontà del compositore". Lo dice Ernesto Palacio - manager di cantanti e già tenore di rilievo internazionale - da cinque anni a capo del Rof, ovvero il Rossini Opera Festival di Pesaro, rassegna di culto per melomani da ogni parte del mondo, perfino in epoca Covid-19.
Qui viene presentato il Rossini più autentico, senza però tenerlo sotto vetro. "Perché puntiamo a dar voce a ogni possibile concezione interpretativa oggi su piazza, attraverso l'equilibrio tra grandi cantanti e giovani provenienti dalla nostra Accademia. Non vogliamo si crei un 'club di Pesaro', dove girano sempre i soliti nomi, come succedeva nei primi tempi della nostra attività, partita nel 1980".
Allora il Rof cominciò man mano a riscoprire partiture inaudite, e ormai non ce ne sono più da tirare fuori. Tranne una, Eduardo e Cristina. Il festival apre stasera con Moïse et Pharaon. Va avanti fino al 22 agosto, giorno del gala in piazza del Popolo alla presenza del presidente Mattarella, che celebra il quarto di secolo nei cartelloni Rof del belcantista ineguagliabile Juan Diego Flórez.
I pezzi forti della rassegna sono tre opere di differenti periodi rossiniani: Il Signor Bruschino, farsa del compositore di quando aveva appena vente'anni, il dramma serio Elisabetta, regina d'Inghilterra, con cui nel 1815, ventitreenne, conquistò Napoli, allora capitale del melodramma e, appunto, Moïse et Pharaon, scritto per Parigi nel 1827, alle soglie del ritiro dalla scene.
La sola cosa da rimproverare al Rof è la cautela nelle scelte registiche. "Non vogliamo stramberie", protesta Palacio. "Tant'è che certi progetti di messinscena li abbiamo rifiutati perché irrispettosi delle partiture". Comunque tra qualche estate è prevista Emma Dante, per sperimentare un po' di più. Intanto l'allestimento di punta è l'Elisabetta firmata Davide Livermore, che il 7 dicembre sarà impegnato per la quarta volta di seguito con un'inaugurazione scaligera in diretta Rai. "Non è un caso se mi chiamano, dato che le mie regie, pensate per agganciare l'attenzione anche di chi guarda da casa, hanno triplicato lo share, superando quello di X Factor", dice Livermore.
Che pure sul palcoscenico pesarese riversa il suo gusto televisivo. Infatti trasforma due dei protagonisti (Karine Deshayes e Barry Banks) nell'Elisabetta II e nel Churcill della serie The crown, e con effetti speciali ottenuti grazie all'uso invasivo delle proiezioni li immerge in uno spazio psichedelico tridimensionale da talent show postmoderno - ma con mobilio sghembo alla maniera ronconiana - che si allarga, restringe, allunga, sembra vetro, legno, marmo, cielo aperto, si allaga, prende fuoco, ribolle di sangue, si riempie di aerei da guerra. D'altronde, si giustifica il regista, "se Rossini può raccontare una vicenda inventata intorno a Elisabetta I, perché con il mio team di pirati dei Caraibi della tecnologia non posso giocare anch'io con la contaminazione storica?".
Si deve invece all'inventiva fru fru della coppia franco-canadese Barbe & Doucet un Signor Bruschino glassato, da confetteria dandy. Ambientato su una barchetta attraccata al molo, in una Marsiglia assolata di colori felici, si ispira al cinema di Jean Renoir, però il tenore innamorato trafficone (Jack Swanson) somiglia all'occhialuto Harold Lloyd del muto hollywoodiano.
Lo spettacolo che più rappresenta la linea di equilibrio tra i vari ingredienti musicali attualmente perseguita dal Rof è però il Moïse et Pharaon, asciutto e ieratico messo su dal novantunenne Pier Luigi Pizzi con la bacchetta di Giacomo Sagripanti, guida ottima di masse e solisti. Geometrico l'impianto visuale, sicura e intelligente la direzione, superbo senza ostentazioni messianiche il protagonista Roberto Tagliavini insieme a Vasilisa Berzhanskaya, Eleonora Buratto, Alexey Tatarintsev e a Erwin Schrott, faraone gigione. Quest'anno il Rof avrebbe dovuto inaugurare uno spazio teatrale da mille posti, in pieno centro, per rimpiazzare la Vitrifrigo Arena, piuttosto periferica. È il vecchio PalaFestival dismesso sedici anni fa e ora rimodernato. Ma il cantiere non è chiuso, dunque appuntamento all'anno venturo.