Spettacoli

Teatro povero di Monticchiello, in scena gli 'Inneschi' degli esseri umani

Teatro povero di Monticchiello, un momento delll’Autodramma 'Inneschi' 
E nel Castello di Sorci, ad Anghiari, torna la manifestazione Tovaglia a Quadri con 'Filocrazia': quattro minidrammi e quattro pietanze, perché il pubblico possa tornare a una normalità diversa
3 minuti di lettura

Due borghi storici della Toscana diventano ogni estate teatri di comunità, scenari dove gli abitanti assumono ruoli di attori, e questo fenomeno dà luogo a stagioni, a tematiche recitative, a contributi sociali, a riflessioni territoriali, e a cicli della storia passata e presente, con memorie di tradizioni contadine e piccolo borghesi evocate a stretto contatto con realtà problematiche e traumatiche dei nostri giorni.

È giunto alla sua 55esima edizione, l'Autodramma della gente di Monticchiello, frazione di Pienza, in provincia di Siena, che col titolo Inneschi si sta tenendo come di consueto in piazza della Commenda, in programma dal 31 luglio al 15 agosto, e che si conferma a cura di Giampiero Giglioni e Manfredi Rutelli, artefici e garanti del risultato collettivo degli interpreti naturali monticchiellesi, entrambi da qualche tempo continuatori del filone etico e localistico a lungo assecondato dal regista-drammaturgo recentemente scomparso Andrea Cresti.

Ed è giunta al suo 26esimo anno, la manifestazione Tovaglia a Quadri, cena toscana con una storia da raccontare in quattro portate, neo-collocazione attuale (per meglio favorire distanziamenti) dal 10 al 19 agosto nel Castello di Sorci, ad Anghiari, in provincia di Arezzo, con drammaturgia di Paolo Pennacchini e Andrea Merendelli (anche regista), e il claim d'adesso, "Filocrazia", è ad uso di un cast esclusivamente formato da abitanti della Valtiberina.

Abbiamo avuto modo di assistere allo spettacolo del Teatro Povero di Monticchiello, che già nel titolo, Inneschi, allude ai malesseri, ai pericoli, alle tossicità, e alle inquinazioni belliche, economiche e di spregiudicato nuovo cinismo del pensiero cui sono sottoposte le sorti del nostro pianeta e degli esseri umani con ricordi difficili e con prospettive odierne difficilissime (non solo a causa della pandemia). Come sempre la narrazione è plurale, nell'accogliente slargo in declivio nel centro del paese, come a dire che il dialogo anche provocatorio è distribuito tra generazioni e ceti a confronto, ma una spiazzante formula assertiva e rappresentativa nasce, direi, dai momenti assembleari.

Il casus belli è offerto dal rinvenimento di una bomba (non catalogata) dell'ultima guerra mondiale, dal clamore che ne nasce, dall'obbligo di sgombero della casa a ridosso dell'oggetto ogivale inesploso, dall'attesa di un artificiere al cui posto si presenta un apicoltore in tuta d'astronauta, ma al di là del tran tran creato da un sindaco che vuole tesaurizzare l'evento a fini pubblicitari, della caratterizzazione di un ospite statunitense che prova inutilmente a vendere un colpaccio industriale fondato sulla bomba, e del cenno di cronaca rinviante a due medici di un'unità sanitaria anti-Covid, ecco che emerge verso il finale, con l'involontario aiuto di messa a fuoco di un vecchio prete (il più maturo degli impersonatori del posto), una figura-chiave che porta il racconto altrove.

Un giovanotto della famiglia destinata allo sfollamento, già affetto da patologie solitarie, si manifesta a tutti come un naufrago del mondo vicino alla catastrofe, e con la faccia e la figura del cristologico Enrique Irazoqui di Vangelo secondo Matteo di Pasolini minaccia futuri sbarrati da angelo sterminatore. Una metafora che scombina la vita di provincia. Senonché l'epilogo è un flashback che porta indietro ai bombardamenti del 1944, a partigiani del CLN rintanati in casa, con una bambina che è l'identità infantile di una nonna che ha battezzato il testo. Gli "Inneschi" sono tanti, come i fervori, i sensi, le partecipazioni.

Sta intanto registrando il tutto esaurito, con lunga lista d'attesa, il capitolo di quest'anno di Tovaglia a Quadri che s'è trasferito dal cuore di Anghiari all'area antistante al Castello di Sorci, e ieri sera si contava tra gli spettatori Ralph Fiennes, che ha una residenza tra l'Umbria e la Toscana. Filocrazia vuole alludere alla forza di un filo che sembrava smarrito, un filo di antica canapa per cucire una tovaglia in un luogo pieno di storia. Quattro paragrafi, quattro minidrammi, quattro pagine di teatro come esattamente quattro sono le portate della cena-guida per il pubblico.

Un momento della manifestazione 'Tovaglia a Quadri' ad Anghiari 
Non c'è ancora riuscito di presenziare allo spettacolo in corso, ma sappiamo che c'è la realtà vissuta da un gruppo di sfollati del paese, accampati qui mentre s'era rafforzata una zona franca di un comando tedesco nel 1944. Concorrono mistero e magia, nelle testimonianze di questo luogo di elezione, buen retiro di Alberto Burri, e di vari altri artisti, tra i quali Roberto Benigni e Massimo Troisi che trascorsero in questi paraggi i cinque mesi di residenza per Non ci resta che piangere.

Quattro interazioni tra pietanze e riti di restituzione, perché poi il pubblico possa tornare a una normalità diversa, ricucendo. E si fa ricorso a un libro bianco d'antica tipografia, un'opera del futuro, costituita solo da frontespizio e pagine bianche, perché le pagine siano scritte e definite da noi tutti, azzerando convenzioni. Protagonisti quindici interpreti non professionisti della zona, più l'attrice Monica Bauco.