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Juan Diego Flórez festeggia 25 anni di carriera: "Mi tengo in forma per Rossini"

Il tenore domenica al gala conclusivo del Rossini Opera Festival alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
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Venticinque anni fa Juan Diego Flórez era poco più di un ragazzo. Tenore alle prime armi. Minuto. Voce argentea. Il Rof, il Rossini Opera Festival di Pesaro, l'aveva scritturato per un piccolo ruolo. "Però, a un certo punto, dà forfait il protagonista dell'opera di punta, Matilde di Shabran. Mancavano pochi giorni al debutto e non c'era un sostituto pronto per via della rarità del titolo. Chiesero a me se mi sentissi di accettare quella parte impervia. 'Datemi lo spartito, vado a pranzo, me lo sfoglio e vi do la risposta', proposi. Ma non lo aprii neppure. Sapevo di possedere ugola agile, acuti facili, capacità di memorizzazione rapida, e da incosciente qual ero, accettai. Tanto, anche fosse andata male, non avevo nulla da perdere". Invece quell'estate del 1996 è nata una stella: un cantante raggiante che si muove con grazia, slancio virile, astrazione poetica, virtuosismi stellari nel repertorio di R…
Venticinque anni fa Juan Diego Flórez era poco più di un ragazzo. Tenore alle prime armi. Minuto. Voce argentea. Il Rof, il Rossini Opera Festival di Pesaro, l'aveva scritturato per un piccolo ruolo. "Però, a un certo punto, dà forfait il protagonista dell'opera di punta, Matilde di Shabran. Mancavano pochi giorni al debutto e non c'era un sostituto pronto per via della rarità del titolo. Chiesero a me se mi sentissi di accettare quella parte impervia. 'Datemi lo spartito, vado a pranzo, me lo sfoglio e vi do la risposta', proposi. Ma non lo aprii neppure. Sapevo di possedere ugola agile, acuti facili, capacità di memorizzazione rapida, e da incosciente qual ero, accettai. Tanto, anche fosse andata male, non avevo nulla da perdere". Invece quell'estate del 1996 è nata una stella: un cantante raggiante che si muove con grazia, slancio virile, astrazione poetica, virtuosismi stellari nel repertorio di Rossini, di cui lui - peruviano di nascita, statunitense di studi, italiano d'adozione - è diventato interprete di riferimento. Domenica 22 un galà del Rof in piazza del Popolo festeggia questo quarto di secolo di collaborazione con Flórez. Assieme a lui e a tante altre voci rossiniane giovani o affermate, l'Orchestra sinfonica nazionale della Rai diretta da Michele Spotti. Tra il pubblico, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Maestro Flórez, Rossini è il suo pane quotidiano...

"Anche se oggi tocco repertori al di fuori del belcanto - adesso interpreto anche Werther di Massenet, Traviata e Rigoletto, perfino Bohème), Rossini resta il mio punto di riferimento. Dal '96 ho partecipato al Rof quasi tutti gli anni, e tanto sono legato a Pesaro che ci ho perfino preso casa. Del resto fare Rossini serve a rimettermi in forma".

Cioè, cantarlo è come andare in palestra?

"Sì. È una scrittura atletica che nessun altro autore adopera. Richiede che sul palcoscenico si arrivi con voce elastica, ben esercitata. Ecco perché ogni volta che lo affronto è necessario mangiare meno e perdere un paio di chili di pancetta: altrimenti risultano difficoltosi quei movimenti muscolari che consentono alla voce di prorompere in fuochi d'artificio. D'altronde tenori rossiniani non se ne trovano a ogni angolo. Negli anni '80 c'erano gli americani Rockwell Blake e Chris Merritt, poi è arrivato Gregory Kunde, e ora un'onda nuova di giovani talentuosi sta emergendo, facendoci ben sperare per il futuro. Lo dico a ragion veduta: quando preparo una parte ascolto su Spotify o YouTube gli altri colleghi che l'hanno cantata. E così facendo penso non si rischi affatto di assumerne i vizi, come temevano i vecchi maestri; piuttosto, è un necessario arricchimento alla propria idea interpretativa".

Dunque c'è ancora qualcosa da scoprire nell'interpretazione rossiniana?

"Eccome. Più che altri operisti, Rossini è una rivelazione continua, un puzzle che non si completa mai. Perché ogni generazione mette in discussione i traguardi della precedente, indicando nuove vie riguardo a stile, tecnica, a tempi da prendere, al modo di variare una melodia e aggiungervi abbellimenti. Negli anni le esecuzioni rossiniane si perfezionano sempre più ed è il Rof a dettarne i canoni agli altri teatri".

Dal Rof, appunto, è partita la sua carriera internazionale. Ma alla musica di Rossini come ci è arrivato?

"Quando studiavo al Curtis Institute di Filadelfia non sapevo di avere un talento speciale per lui. Mi facevano cantare di tutto, dato che ero uno dei pochi tenori iscritti. È stato allora che ho conosciuto il mio connazionale Ernesto Palacio, grande tenore e oggi direttore artistico del Rof, con cui ho registrato i primi dischi. Mi ha indirizzato lui verso Rossini, facendomi conoscere e sperimentare ciò che di nuovo stava emergendo dalle ricerche sull'interpretazione delle sue opere. Così a ventitré anni sono approdato a Pesaro. Lì c'era il sovrintendente della Scala, che mi scritturò per il Sant'Ambrogio scaligero di quel '96: Armide di Gluck con Muti sul podio. Perdipiù qualche tempo dopo Luciano Pavarotti cominciò nelle interviste a lodare la mia voce".

A differenza di Pavarotti, dal pop e dal crossover lei non si è mai lasciato tentare. Come mai?

"Non è vero. Fino a diciassette anni il pop e la mia chitarra erano per me la musica. Di classica non conoscevo niente. Da qualche tempo sono tornato alle radici: presento canzoni latinoamericane in disco e in concerto, come bis o in intere serate, accompagnandomi da solo o con una band. Cose tipo Bésame mucho o Cucurrucucú paloma, un repertorio storico nato per voci educate a un'emissione di stampo quasi lirico".

Significa che non ha dimenticato le sue radici...

"Come potrei? Tant'è che dieci anni fa ho creato la fondazione 'Sinfonía por el Perù' allo scopo di offrire una luce, attraverso la pratica della musica, a bambini e ragazzi cresciuti tra povertà, disuguaglianze sociali, criminalità, droga, prostituzione. Ne hanno beneficiato finora 35 mila bambini. Suonare in orchestra e cantare in coro ispira loro nuovi valori, ne cambia il modo di pensare, di vivere. Basti dire che, secondo uno studio recente, la percentuale di adolescenti peruviane che restano incinte diminuisce del 75% fra chi partecipa al progetto".