Juan Diego Flórez festeggia 25 anni di carriera: "Mi tengo in forma per Rossini"
di Gregorio Moppi , di Gregorio MoppiMaestro Flórez, Rossini è il suo pane quotidiano...
"Anche se oggi tocco repertori al di fuori del belcanto - adesso interpreto anche Werther di Massenet, Traviata e Rigoletto, perfino Bohème), Rossini resta il mio punto di riferimento. Dal '96 ho partecipato al Rof quasi tutti gli anni, e tanto sono legato a Pesaro che ci ho perfino preso casa. Del resto fare Rossini serve a rimettermi in forma".
Cioè, cantarlo è come andare in palestra?
"Sì. È una scrittura atletica che nessun altro autore adopera. Richiede che sul palcoscenico si arrivi con voce elastica, ben esercitata. Ecco perché ogni volta che lo affronto è necessario mangiare meno e perdere un paio di chili di pancetta: altrimenti risultano difficoltosi quei movimenti muscolari che consentono alla voce di prorompere in fuochi d'artificio. D'altronde tenori rossiniani non se ne trovano a ogni angolo. Negli anni '80 c'erano gli americani Rockwell Blake e Chris Merritt, poi è arrivato Gregory Kunde, e ora un'onda nuova di giovani talentuosi sta emergendo, facendoci ben sperare per il futuro. Lo dico a ragion veduta: quando preparo una parte ascolto su Spotify o YouTube gli altri colleghi che l'hanno cantata. E così facendo penso non si rischi affatto di assumerne i vizi, come temevano i vecchi maestri; piuttosto, è un necessario arricchimento alla propria idea interpretativa".
Dunque c'è ancora qualcosa da scoprire nell'interpretazione rossiniana?
"Eccome. Più che altri operisti, Rossini è una rivelazione continua, un puzzle che non si completa mai. Perché ogni generazione mette in discussione i traguardi della precedente, indicando nuove vie riguardo a stile, tecnica, a tempi da prendere, al modo di variare una melodia e aggiungervi abbellimenti. Negli anni le esecuzioni rossiniane si perfezionano sempre più ed è il Rof a dettarne i canoni agli altri teatri".
Dal Rof, appunto, è partita la sua carriera internazionale. Ma alla musica di Rossini come ci è arrivato?
"Quando studiavo al Curtis Institute di Filadelfia non sapevo di avere un talento speciale per lui. Mi facevano cantare di tutto, dato che ero uno dei pochi tenori iscritti. È stato allora che ho conosciuto il mio connazionale Ernesto Palacio, grande tenore e oggi direttore artistico del Rof, con cui ho registrato i primi dischi. Mi ha indirizzato lui verso Rossini, facendomi conoscere e sperimentare ciò che di nuovo stava emergendo dalle ricerche sull'interpretazione delle sue opere. Così a ventitré anni sono approdato a Pesaro. Lì c'era il sovrintendente della Scala, che mi scritturò per il Sant'Ambrogio scaligero di quel '96: Armide di Gluck con Muti sul podio. Perdipiù qualche tempo dopo Luciano Pavarotti cominciò nelle interviste a lodare la mia voce".
A differenza di Pavarotti, dal pop e dal crossover lei non si è mai lasciato tentare. Come mai?
"Non è vero. Fino a diciassette anni il pop e la mia chitarra erano per me la musica. Di classica non conoscevo niente. Da qualche tempo sono tornato alle radici: presento canzoni latinoamericane in disco e in concerto, come bis o in intere serate, accompagnandomi da solo o con una band. Cose tipo Bésame mucho o Cucurrucucú paloma, un repertorio storico nato per voci educate a un'emissione di stampo quasi lirico".
Significa che non ha dimenticato le sue radici...