Elena Sofia Ricci, in teatro con 'La dolce ala della giovinezza': "Come Alexandra, sono consapevole"
di Rodolfo di Giammarco , di Rodolfo di GiammarcoTorna in campo un testo di scandalo, depressioni e deliri di Tennessee WIlliams del 1959, La dolce ala della giovinezza. Con protagonista femminile Elena Sofia Ricci, nei panni di una diva al temuto tramonto, con un partner gigolò che qui è Gabriele Anagni, lo spettacolo è affidato alla regia di Pier Luigi Pizzi, è prodotto dal Teatro della Toscana e Best Live, e debutta il 30 settembre (fino al 3 ottobre) al Teatro Sperimentale di Pesaro.
Elena Sofia Ricci, è la terza volta che lei si misura con Tennessee Williams, dopo Estate e fumo e dopo I blues con tre testi tratti dagli American blues di Williams.
"È l’autore che più amo. Ho un rapporto d’amore e di senso col suo teatro. Ora affronto la quinta donna creata da lui. Sì, perché dopo l’Alma repressa che finisce per rimorchiare i commessi viaggiatori alla stazione in Estate e fumo, è successo che nel trittico dei Blues diretti ancora da Arma…
Torna in campo un testo di scandalo, depressioni e deliri di Tennessee WIlliams del 1959, La dolce ala della giovinezza. Con protagonista femminile Elena Sofia Ricci, nei panni di una diva al temuto tramonto, con un partner gigolò che qui è Gabriele Anagni, lo spettacolo è affidato alla regia di Pier Luigi Pizzi, è prodotto dal Teatro della Toscana e Best Live, e debutta il 30 settembre (fino al 3 ottobre) al Teatro Sperimentale di Pesaro.
Elena Sofia Ricci, è la terza volta che lei si misura con Tennessee Williams, dopo Estate e fumo e dopo I blues con tre testi tratti dagli American blues di Williams.
"È l’autore che più amo. Ho un rapporto d’amore e di senso col suo teatro. Ora affronto la quinta donna creata da lui. Sì, perché dopo l’Alma repressa che finisce per rimorchiare i commessi viaggiatori alla stazione in Estate e fumo, è successo che nel trittico dei Blues diretti ancora da Armando Pugliese immaginammo un percorso dall’adolescenza del femminile mutilato di Willie in Proibito, alla donna abusata di 27 vagoni di cotone, fino alla signorina Collins sulla strada della follia di Ritratto di Madonna. Tre personaggi in fuga da qualche inferno. E ora anche l’Alexandra Del Lago de La dolce ala della giovinezza scappa da qualcosa, dal pubblico, dall’insuccesso, e lo fa bevendo, fumando, trascinandosi appresso un giovanotto".
Che rapporto si instaura tra un’attrice di oggi e un repertorio americano degli anni 50?
"Io cerco i testi classici moderni meno indagati. Di questo copione si conoscono due sole edizioni italiane, di Rossella Falk e del Teatro dell’Elfo. Non mi sono spaventata per la mole della storia. Non tento di portare a me il dramma. Williams ti mette con le spalle al muro, devi assoggettarti a quei tormenti, e anche la più piccola piega del carattere è una frustrazione con cui devi fare i conti. D’altronde qui il tema è anche contemporaneo: c’è violenza alle donne lì dove un branco brutalizza la piccola Heavenly, c’è il partner trentenne che è narciso, fallito e già bruciato, e va in cerca inutilmente d’un riscatto in provincia, c’è il carcere per un festino, c’è il ricorso a un’infinità di alcool".
Come racconterebbe lei il lavoro? E come ha funzionato la sua adesione d’attrice a un ruolo d’attrice?
"Sono arrivata all’età di Alexandra. Mi sento fortemente legata alla sua consapevole maturità. Nel 2022 compirò 60 anni. A lei il cinema dell’epoca riserva primi piani senza pietà, percepisce di non essere più il mito di Hollywood, e preferisce sparire, isolarsi, prendendo con sé un uomo dotato che la aggancia e cerca di usarla per sfondare nel mondo delle major. Lei, all’opposto, usa lui per dimenticare tutto e tutti. Ognuno è in cerca d’una droga. Abbonda l’hashish, le scatolette di pillole stupefacenti. Io capisco lei per un fatto. In famiglia ho convissuto con chi era purtroppo affetto da alcolismo: dolori e problemi conosciuti da vicino, con alcune ombre che porto dentro di me. Per non dire di un’altra cicatrice: io sono stata abusata a dodici anni, e ho raccontato la cosa solo da poco, dopo la morte di mia madre, avendo portato sempre con me questa voragine di cui mi vergognavo, tra emotività e razionalità".
Il testo di Williams, tradotto da Masolino D’Amico, è proposto dalla regia di Pier Luigi Pizzi nella stesura invariata originaria?
"Pizzi ha curato un adattamento, alleggerendo il dramma, perché a lui non piaceva un eccesso di vittime e carnefici, e considera tutti quanti alla deriva. Si era da tempo assicurato i diritti, e sapeva che io lo volevo fare. Per il mio corrispettivo, per Chance Wayne, la scelta è caduta su Gabriele Anagni, che diventerà un primattore, e che prende il posto del Paul Newman ragazzo partner della Geraldine Page d’allora. La compagnia è formata da otto giovani più la sottoscritta. Sento un clima da Erano tutti miei figli, anche se Pizzi m’ha voluta avvenente, coi capelli sciolti".
Chi sono stati i maestri e i colleghi con cui lei è cresciuta?
"Ho avuto un avvio teatrale con Scaccia e Mattolini, poi ci sono stati Giancarlo Sepe, Armando Pugliese. In cinema ho incontrato Pupi Avati, Ozpetek, Sorrentino, Verdone. Ho fatto una tv popolare e seriale dove ha avuto molto peso il ruolo di Levi Montalcini".
Qui ne La dolce ala della giovinezza dove resta più coinvolta?
"Un punto molto bello è quando la mia Alexandra vede svanire un’abitudine, capisce che deve ritirarsi dalle scene, sente che l’ambiente è diventato per lei un pianeta morto: un concetto potente".
Lei conosce la parola abitudine?
"Ne percepisco la pericolosità sociale. Può voler dire essere assuefatti a qualcosa che perde il potere di farti del male: micidiale, per le donne maltrattate, che s’abituano all’orrore".
In questo Tennessee Williams ci sono le musiche di Stefano Mainetti, suo marito...
"Sono luoghi sonori dell’anima, echi jazzati di piano bar dell’albergo di Alexandra e del suo Chance, in un tempo poco realistico, degli anni 50 o di oggi".
È proprio con la musica che lei ha cominciato a stare sui palcoscenici, è vero?
"Sì, sono partita con la danza a sei anni e mezzo, con la scuola di Mimma Testa, e presi confidenza con la ribalta del Teatro Quirino grazie a quella palestra totale. Mi dispiace che ora non esista più. Era una scuola di vita".