Rigoletto, un dramma senza indulgenze
di Angelo Foletto , di Angelo FolettoVivere la tragedia, minuto per minuto. Da attore e spettatore inerme e stordito. Non raccontarla. Avviene alla Fenice di Venezia dov'è in scena il Rigoletto interpretato da Damiano Michieletto, al solito, in comunione visiva totale con l'impianto-spazio scenicomentale di Paolo Fantin. Lo spettacolo, costumi di Agostino Cavalca e luci di Alessandro Carletti, nato a Amsterdam e riprogettato per la stagione veneziana scorsa, ma rimandato causa Covid, è il primo realizzato del teatro senza compromessi logistici e con nuove, sostanziose, messe a fuoco, e qualche dettaglio obbligato come le mascherine sanitarie mimetizzate da altre maschere per il coro che diventano sottolineature grottesche forti.
Siamo sul versante opposto dello spettacolo tutto azione e "televisivo" che Michieletto firmò poco più di un anno fa al Circo Massimo. Rigoletto è sempre in palcoscenico. Tutto avviene in un ambiente vagamente sanitario e detentivo, …
Vivere la tragedia, minuto per minuto. Da attore e spettatore inerme e stordito. Non raccontarla. Avviene alla Fenice di Venezia dov'è in scena il Rigoletto interpretato da Damiano Michieletto, al solito, in comunione visiva totale con l'impianto-spazio scenicomentale di Paolo Fantin. Lo spettacolo, costumi di Agostino Cavalca e luci di Alessandro Carletti, nato a Amsterdam e riprogettato per la stagione veneziana scorsa, ma rimandato causa Covid, è il primo realizzato del teatro senza compromessi logistici e con nuove, sostanziose, messe a fuoco, e qualche dettaglio obbligato come le mascherine sanitarie mimetizzate da altre maschere per il coro che diventano sottolineature grottesche forti.
Siamo sul versante opposto dello spettacolo tutto azione e "televisivo" che Michieletto firmò poco più di un anno fa al Circo Massimo. Rigoletto è sempre in palcoscenico. Tutto avviene in un ambiente vagamente sanitario e detentivo, claustrofobicamente bianco, le cui pareti a volte si sfondano in "ferite" murarie inquietanti da cui entrano gli altri protagonisti; quando non salgono o scendono dal piano superiore in cui la scena è divisa. Dove entrano? Nella mente di Rigoletto: turbata dal ricordo e dal senso di colpa per aver "ucciso" la giovinezza della figlia Gilda - di cui le proiezioni video, come in flashback evocano la malinconia di bambina prigioniera nella sua stanza - prima di causarne la morte vera. Il tema della maledizione che rintocca già nella musica dell'Introduzione orchestrale e saetta lungo tutta la partitura, diventa il gesto fisico ossessivo e soffocante di Rigoletto che "vede", anzi continua rivedere, ogni attimo del suo dramma.
Con rabbia, senza alcuna indulgenza: anche nelle scene familiari domina l'incubo e l'orrore, tanto più velenoso calato nell'ambiente asettico di un palcoscenico raccolto come quello del teatro veneziano, cromaticamente neutro (che colpo di teatro le badilate di terra nera contro le pareti candide, quanto Rigoletto scava furiosamente la fossa che capisce non essere destinata al Duca come da libretto) momento senza condono né assoluzione. Follia. Doppia follia visto che appartiene a un padre e un "buffone" che canta da maestro, note e tragico disagio fisico-mentale, come Luca Salsi. Difficile stargli al passo, anche se Ivan Ayon Rivas, Claudia Pavone, Mattia Denti e Valeria Girardello hanno ben cantato. Danielle Callegari, sul podio, ha prosciugato e serrato tempi e colori un po' meccanicamente. Mancando la rabbiosa commozione che invece il Rigoletto senza condoni né assoluzione di Michieletto qua e là lasciava palpitare.