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Dimitris Papaioannou, 'Transverse orientation', una moltitudine di corpi zoomorfi più umani che mai

Dopo Lione e il Campania Teatro Festival, lo spettacolo del fabbro-coreografo arriva in replica da oggi a domenica al Festival Aperto di Reggio Emilia, al Teatro Municipale Valli

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Lascia esterrefatti, l’immenso innesto di generi, di creature anfibie e ermafrodite, di incubi mitici e metafisici, con maratona di sembianze zoomorfiche e umanoidi, vertigini pittoriche, e traumi remoti e contemporanei di cui è densissima, per due ore, Transverse orientation, ultima opera su corpi e materie del fabbro-coreografo greco Dimitris Papaioannou.

Una vera biblioteca alessandrina battezzata, dopo Lione, al Campania Teatro Festival, in replica da oggi a domenica al Festival Aperto di Reggio Emilia al Teatro Municipale Valli. La strepitosa intelligenza che emerge da questo post-wilsoniano artefice di quadri qui rinnovanti Botticelli e Bosch, Füssli e Magritte, arte povera e guizzi alla Alberto Savinio, fa dire che il lavoro è un traguardo assoluto di senso e di forma. Stupisce il preludio con sagome nere velate e ‘microcefale’ surrealmente alle prese con scale a pioli a ridosso d’un neon crepitante. Ma Papaioannou vuole aggiornare il mito del Minotauro: nello spazio bianco s’insedia il robusto toro nero di Creta, manovrato da sei rigorosi performer, e uno di loro s’offre all’animale, gli porge acqua, finché il toro sarà montato da una formidabile donna svestita, Pasifae, e ne nascerà qualcuno. Entra in campo il Minotauro.

Gravitano ovunque degli esseri ambigui, magnifici incastri di sessi che circolano come bipedi. Gimnopedie fascinose, anche d’un uomo/sirena. Ma sgraneremo gli occhi di più per una porta da cui passeranno smisurate rovine di muraglia, per una ninfa che schizza acqua di fontana, per una madonna che dall’interno d’una vulva concepisce un bambino, finché i sette smonteranno integralmente la scenografia, rivelando un’acqua mediterranea, acqua della nostra esistenza. Ascoltando Vivaldi. Che meraviglia. Memorabile.