È nata una stella, si chiama Ferzan Özpetek: il regista si racconta a teatro, ed è un successo
di Rodolfo di Giammarco , di Rodolfo di GiammarcoCi sono frammenti di un discorso umano e intimo di André Aciman, Christopher Isherwood, Edmund White e Michael Cunningham, ci sono le spinte emotive della cultura a pelle di Genet, Penna e Tondelli, e qua e là ricorre il profondo amore filiale di Pasolini per la madre, così come ovunque c’è la franchezza e la scherzosità dell’improvvisazione dei grandi artisti che si autoritraggono in proscenio senza distinguere il privato e il pubblico o l’ordinario e lo straordinario: c’è tutto questo, e molto altro, nel primo captante affaccio di Ferzan Ozpetek davanti a un pubblico di teatro, autore e interprete solista di Ferzaneide all’Ambra Jovinelli di Roma fino a sabato 9 ottobre. Su tenace richiesta del produttore Marco Balsamo. Uno spettacolo che muterà abbastanza di contenuti e struttura a ogni rappresentazione, con repliche qua e là già fissate in Italia fino a dicembre, e prospettive di…
Ci sono frammenti di un discorso umano e intimo di André Aciman, Christopher Isherwood, Edmund White e Michael Cunningham, ci sono le spinte emotive della cultura a pelle di Genet, Penna e Tondelli, e qua e là ricorre il profondo amore filiale di Pasolini per la madre, così come ovunque c’è la franchezza e la scherzosità dell’improvvisazione dei grandi artisti che si autoritraggono in proscenio senza distinguere il privato e il pubblico o l’ordinario e lo straordinario: c’è tutto questo, e molto altro, nel primo captante affaccio di Ferzan Ozpetek davanti a un pubblico di teatro, autore e interprete solista di Ferzaneide all’Ambra Jovinelli di Roma fino a sabato 9 ottobre. Su tenace richiesta del produttore Marco Balsamo. Uno spettacolo che muterà abbastanza di contenuti e struttura a ogni rappresentazione, con repliche qua e là già fissate in Italia fino a dicembre, e prospettive di tournée in grandi città da gennaio in poi.
Lui, al debutto, si dice molto emozionato, ma conserva quella naturalezza sorridente che gli conosciamo, nel set organizzato in palcoscenico, con due fari, due sedie, un tavolo, un vassoio con mele rosse, e sul retro la possibilità di far proiettare foto sue dell’infanzia o immagini di famiglia. Dalla tasca tira fuori un’oggetteria varia dove risalta un sacchetto di sale portafortuna avuto da Isa Danieli. Parla anche di altri amuleti: non si separa mai dai suoi calzini arancione, che lava la mattina e reindossa la sera. Saluta, in platea, il cosiddetto gruppo delle "mummie", sette amici che sono in contatto da quarant’anni, e che ogni mattina si whatsappano. Noi lo riconosciamo presto a suo agio come quando abbiamo avuto modo di discorrere con lui nella sua storica cucina di Roma, nella storica via Ostiense dove abita da storici 43 anni, uno storico palazzo con 11 abitazioni (tiene a dire che 7 sono abitate da inquilini gay, e 4 da vicini etero).
Per darsi una scaletta, ricorre alla sua carriera. Cita i primi tempi, quando lasciandosi alle spalle la Turchia nell’insediamento italiano faceva il giornalista, chiedendo ai suoi intervistati (Bertolucci, Petri, fratelli Taviani, Verdone...) se lui poteva rendersi utile durante le loro riprese, finché Troisi si divertì alla proposta e lo scritturò come assistente. Ozpetek riferisce che fece l’aiuto per vari anni, e intanto un’idea forte gli venne, a 19 anni, durante un ritorno in patria, accompagnando un amico ai bagni turchi di Istanbul, in un quartiere malfamato. Sa raccontare benissimo l’ingresso in una sauna-salotto con un’enorme signora, una madame che guardava tutti, con la quale lui parlò, mentre tanti uomini andavano e venivano nudi, e lui sentiva gli ormoni a mille, e ci fu attrazione per un cliente, un dialogare fitto, un darsi appuntamento fuori senza trovarsi per un equivoco. Qui il regista, evocando le sue inutili ricerche di quel tizio (lo reincontrò solo anni dopo, sposato, capendo che entrambi s’erano reciprocamente pensati) svela una sua vocazione che definisce anche il suo cinema: guardare la gente, fissarne i volti, le abitudini di vita. Sta di fatto che il suggerimento per il primo film, Il bagno turco, l’aveva tutto in mente. E quando consegnò il soggetto all’agente Moira Mazzantini, il soggetto già fece sfoggio di sé perché era redatto in carta rosa. E’ capace di ricavare un acuto monologo senza fine, dal film che ne riuscì a fare: ci fu l’offerta di 100.000 lire in una bellissima chiesa vicino a Ponte Sisto per poter concorrere con l’opera a Cannes, riuscendo a entrare nella Quinzane, iniziando uno strepitoso percorso, con Fofi che da noi scrisse “Una luce sul Bosforo”.
Il nostro protagonista ha le sue carte vincenti nei rapporti umani, comunitari, condominiali. Riscuote sonore risate con l’aneddoto vero di un rapporto scottante tra suoi conoscenti a contatto con un termosifone di ghisa. Ma s’avvale anche di un’osservazione molto sensibile per le sfortune sociali, come quando riferisce d’aver dato una mano a un signore con Alzheimer sperso per strada (lo ritroveremo in La finestra di fronte), che non usciva di casa da anni. Poi ci sono i capitoli dedicati alla madre, stupendi: mentre il padre lo riprese con foga per una confidenza adolescenziale con un coetaneo, lei gli raccomandò la clandestinità, e a 82 anni, sul mare di Sabaudia, riferendosi al suo compagno Simone, gli disse che quel ragazzo lui, Ferzan, non lo doveva perdere, perché era meraviglioso.
Poi, la vecchiaia della genitrice dà luogo pure a toccanti paradossi: lei che vegliarda s’innamora del giovane badante (che storia da sentire). E qui il regista-attore espone un’intuizione che è dietro le più profonde drammaturgie e sceneggiature: spiega come e perché è arrivato a considerare sempre vive le persone scomparse, come la mamma, il fratello, l’amico Walter, o la giornalaia sotto casa. Un concetto che commuove, incanta. E questa serata ci mette in chiaro gli avvenimenti omo-etero newyorkesi d’un suo amico (costretto a sposarsi per "pareggiare i conti" col disagio che procurava un fratello gay), da cui nacque Mine vaganti. Ma è trasognante, da non perdere in ogni dettaglio, anche la ricostruzione di Napoli velata, col Principe Caracciolo, Capodimonte, la Farmacia degli Incurabili, il Cristo Velato, la sensualità partenopea.
Ha voluto quasi sempre le luci accese in platea, Ozpetek, ci ha fatto sapere che la morte lo scoccia molto, ha padroneggiato con umorismo e piccole liete malinconie, la ribalta, forse potrebbe anche inserirsi con risorse impensabili in un suo futuro teatro-cinema. Comunque è nata una stella a Roma, dopo l’inizio di una luce sul Bosforo.