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Nino Machaidze in 'Giovanna d'Arco' (foto di Fabrizio Sansoni) 

Guerra e amore: Giovanna d'Arco al Teatro dell'Opera di Roma si fa in due

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Angeli e demoni sul palcoscenico dell’Opera di Roma, dove si torna ad allestire il melodramma dopo un anno di silenzio. Perciò, dal podio, Daniele Gatti accoglie gli spettatori con un “bentornati”. La ridda coreografica di diavoli velati di nero e angeli a petto nudo, ali d’argento, è quella che accerchia Giovanna d’Arco: prodotto della sua immaginazione folle, di guerriera salvatrice della patria che tuttavia non riesce a rinunciare alla propria femminilità e si sente in colpa di trovarsi innamorata invece di imbracciare soltanto armi come comanda il Cielo.


Così la raffigura Giuseppe Verdi nella partitura che della pulzella porta il nome: lavoro di pieno Risorgimento scombiccherato e sperimentale nel quale la donna che libera il popolo dall’oppressore straniero non poteva che toccare il cuore degli italiani. Il compositore si confronta per la prima volta con il soprannaturale e l’inconscio, ingredienti inconsueti…

Angeli e demoni sul palcoscenico dell’Opera di Roma, dove si torna ad allestire il melodramma dopo un anno di silenzio. Perciò, dal podio, Daniele Gatti accoglie gli spettatori con un “bentornati”. La ridda coreografica di diavoli velati di nero e angeli a petto nudo, ali d’argento, è quella che accerchia Giovanna d’Arco: prodotto della sua immaginazione folle, di guerriera salvatrice della patria che tuttavia non riesce a rinunciare alla propria femminilità e si sente in colpa di trovarsi innamorata invece di imbracciare soltanto armi come comanda il Cielo.


Così la raffigura Giuseppe Verdi nella partitura che della pulzella porta il nome: lavoro di pieno Risorgimento scombiccherato e sperimentale nel quale la donna che libera il popolo dall’oppressore straniero non poteva che toccare il cuore degli italiani. Il compositore si confronta per la prima volta con il soprannaturale e l’inconscio, ingredienti inconsueti nel nostro romanticismo. Deve farci i conti anche il regista Davide Livermore, specie in un’opera tanto statica. E lui, che colloca i personaggi sui gradoni sdruccioli di una cavea, grazie ai ballerini dell’Opera la risolve dando corpo alle allucinazioni paradisiache o infernali della protagonista, cui fornisce una sosia (la danzatrice Susanna Salvi) che l’accompagna ovunque per rappresentarne le pulsioni indicibili. Quando l’una ama, l’altra vorrebbe far guerra, e viceversa. Inoltre, per movimentare ancor più l’insieme, sopra il capo di tutti fa gravitare un globo che, come un fumettone, offre una miriade di immagini a commento della storia: fiamme, spade, corone, rosoni, mani su carni voluttuose, eserciti, gigli di Francia, foreste, nubi. Chi lascia davvero la firma su questa Giovanna d’Arco, in scena fino al 24, è però Gatti. Direttore sicuro, incisivo, a tratti giustamente garibaldino, perché Verdi tollera poco gli indugi, eppure sottile nel modellare l’orchestra (il coro meno, che fa acqua negli attacchi). Con impeto sottolinea gli accenti veementi, ma alleggerisce il peso degli strumenti quando serve che sul tessuto sinfonico prevalgano le voci. Quelle del soprano Nino Machaidze, che disegna una Giovanna belcantista, più cerulea che virago, di Roberto Frontali, padre antagonista testardo, sassoso, e del tenore Francesco Meli, capace di sbalzare la parola con la potenza d’intenti di uno scultore rinascimentale.