Lino Musella porta in scena Eduardo, artigiano del palco e della parola
di Rodolfo di Giammarco , di Rodolfo di GiammarcoSolo un serio attore di culto come Lino Musella, cresciuto da mastro operaio del teatro, poteva plasmare e rappresentare la vita di Eduardo attraverso un artigianato di oggetti scenici, architetture di parole, e impianti di emozioni e sconforti. Lo fa con esemplare stoicismo d'artista e slancio umano e civile, riattivando nello splendido Comunale di Cagli Tavola tavola, chiodo chiodo, sua drammaturgia da appunti, interviste e carteggi eduardiani, progetto condiviso con Tommaso De Filippo, con musiche dal vivo di Marco Vidino.
È come se s'aprisse una finestra sull'attrezzeria, sul laboratorio, sull'officina di idee e scritture (a volte inedite) del Maestro impresario di compagnia, restauratore del San Ferdinando, portavoce di una cultura mai ben considerata, beniamino del pubblico e tuttavia preda di non dette infelicità. Lino Musella coglie la verità di un genio che col teatro reagisce all'ingiustizia, che ama gli scugnizzi di Viviani e che ci…
Solo un serio attore di culto come Lino Musella, cresciuto da mastro operaio del teatro, poteva plasmare e rappresentare la vita di Eduardo attraverso un artigianato di oggetti scenici, architetture di parole, e impianti di emozioni e sconforti. Lo fa con esemplare stoicismo d'artista e slancio umano e civile, riattivando nello splendido Comunale di Cagli Tavola tavola, chiodo chiodo, sua drammaturgia da appunti, interviste e carteggi eduardiani, progetto condiviso con Tommaso De Filippo, con musiche dal vivo di Marco Vidino.
È come se s'aprisse una finestra sull'attrezzeria, sul laboratorio, sull'officina di idee e scritture (a volte inedite) del Maestro impresario di compagnia, restauratore del San Ferdinando, portavoce di una cultura mai ben considerata, beniamino del pubblico e tuttavia preda di non dette infelicità. Lino Musella coglie la verità di un genio che col teatro reagisce all'ingiustizia, che ama gli scugnizzi di Viviani e che citerà ancora Viviani commemorandolo come 'pietra lavica di Napoli', evocandolo in panni di senatore (ascoltiamo i suoi strenui accenti), occupandosi di ragazzi di strada nei suoi dialoghi coi detenuti dell'istituto Filangieri. Altro merito del protagonista: non c'è un filo di retorica in questa lectio caparbia, fatta di lettere dilatorie alle banche, e di franchi epistolari famigliari con Peppino o Titina, non senza un'intimità a vuoto di Eduardo Scarpetta.
Se cattura la sua epigrammaticità ferale nell'intervista fattagli da Gervaso (un capitolo bifronte che è una perla di accenti dialettici gestiti da Musella), diremmo che l'apice eloquente, polemico e protestatario sullo stato di salute del teatro, con paragrafi per gli autori e per gli attori, è nel messaggio del 1959 al ministro dello spettacolo Tupini: se ne percepisce molta drammaticità odierna del settore. La progressiva foga dell'interprete è una delle punte più rispettabili di scandalo e di intolleranza di quest'impresa di Elledieffe e del Teatro di Napoli, attesa dal 3 al Piccolo Teatro Grassi, poi per adesso a Napoli, Roma e Pordenone. Da segnalare, nell'impianto di Paola Castrignanò, che la scrivania di scena apparteneva a Eduardo, le ricerche storiche sono di Maria Procino, e al testo ha collaborato Antonio Piccolo. Un vero grande evento di oggi, e di Lino Musella.