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Dada Masilo: “Per la danza della vita ho scelto l’Africa”

La coreografa di Johannesburg dall’11 a Romaeuropa Festival con 'The Sacrifice'
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Non è blasfemo confessare di aver usato La sagra della primavera di Stravinsky per interrogare se stessa e metterla a confronto con la propria origine sudafricana e i rituali di quella cultura. «All’inizio avevo anche pensato di usarne la musica, ma poi mi hanno fatto notare che con tutta la partitura originale avrei dovuto pagare un mucchio di soldi in diritti d’autore, che non avevo. Così ho deciso una cosa nuova per me, una sfida: lavorare con musicisti live e sulla musica africana. E di raccontare, a partire da Stravinsky, un’altra cosa».

È anche per questa schiettezza, passione, sincerità che Dada Masilo ha conquistato mezzo mondo. Coreografa e ballerina di Johannesburg, minuta e tutta energia, 36 anni ringiovaniti dalla testa rasata e il sorriso sempre sulle labbra, Masilo è stata una delle più belle novità dell’ultimo decennio per la fusione di vocabolari della danza — classico e contemp…

Non è blasfemo confessare di aver usato La sagra della primavera di Stravinsky per interrogare se stessa e metterla a confronto con la propria origine sudafricana e i rituali di quella cultura. «All’inizio avevo anche pensato di usarne la musica, ma poi mi hanno fatto notare che con tutta la partitura originale avrei dovuto pagare un mucchio di soldi in diritti d’autore, che non avevo. Così ho deciso una cosa nuova per me, una sfida: lavorare con musicisti live e sulla musica africana. E di raccontare, a partire da Stravinsky, un’altra cosa».

È anche per questa schiettezza, passione, sincerità che Dada Masilo ha conquistato mezzo mondo. Coreografa e ballerina di Johannesburg, minuta e tutta energia, 36 anni ringiovaniti dalla testa rasata e il sorriso sempre sulle labbra, Masilo è stata una delle più belle novità dell’ultimo decennio per la fusione di vocabolari della danza — classico e contemporaneo, occidente e Africa — che ha ispirato tutti i suoi lavori, Swan Lake, Carmen, Giselle, Romeo and Juliet... «Ho ballato flamenco, danza classica, contemporaneo, ho pensato fosse l’ora di affrontare ciò che ho ereditato», spiega Dada Masilo che ha trasferito un grande titolo del balletto come la partitura di Stravinsky nella sua prima avventura nel labirinto della danza africana. Lo spettacolo è The Sacrifice, attesissimo dall’11 novembre al Romaeuropa Festival (all’Auditorium Parco della Musica), il 17 al Teatro Ariosto di Reggio Emilia e il 23 al Teatro Grande di Brescia, ed espande La sagra della primavera verso i ritmi della danza Tswana, originaria del Sudafrica e del Botswana, in un lavoro intenso con quindici danzatori e tre musicisti dal vivo che trasportano l’originale rito propiziatorio stravinskyano da una ideale Russia arcaica all’Africa.


Uno Stravinsky tribale?
«È colpa di Pina Baush — scherza Dada Masilo — Mentre studiavo a Bruxelles, al P.A.R.T.S. (Performing Arts Research and Training Studios, ndr) mi sono innamorata del suo Le Sacre du printemps, la sua lettura di Stravinsky. Mi ha segnato. L’idea di farla anche io è coincisa col desiderio di pormi delle domande sulla cultura sudafricana».

Cosa sono i rituali Tswana che l’hanno ispirata?
«Tswana è una etnia del Sudafrica meridionale e del Botswana. È anche il gruppo originario di Rustenburg, la città da cui viene la mia famiglia, ecco perché dico che per me è stato come un ritorno alle origini. La danza Tswana è utilizzata nei rituali per le affabulazioni, per le guarigioni... È molto elegante anche se sembra disordinata, è un po’ un mettersi in mostra. È fatta di passi piccoli e intricati, ispirata ai movimenti dei piccoli animali, veloci. È molto ritmica e espressiva».

La conosceva da quando era bambina?
«No no, io ho studiato danza contemporanea. La Tswana ho cominciato a danzarla l’anno scorso insieme alla compagnia, dove ci sono ballerini zulu, bianchi... una grande contaminazione culturale. Abbiamo imparato tutti qualcosa che non era familiare ai nostri corpi, con grande rispetto, verso un rituale che è anche forma d’arte. Ed è stata fondamentale per creare una storia che sia più di quella di una fanciulla che balla fino alla morte».

Il sacrificio è il tema del suo lavoro: perché?
«Ho pensato alla mia vita dove c’è stato molto sacrificio, quel sacrificio che le persone fanno per affrontare la vita di tutti i giorni. Mia madre non poteva prendersi cura di me. E quando avevo dodici anni mi ha dovuto lasciare per lavorare, perché io potessi avere una vita migliore, così che io non dovessi avere le difficoltà che aveva avuto lei. Quella compassione di una madre per una figlia ha voluto dire rinunciare alla famiglia, agli affetti, a ciò che ami, ed è un sentimento complesso, che ti colpisce dopo, quando ti dici “avrei potuto passare più tempo con lei”. The Sacrifice è un lavoro di amore che ho fatto per mia nonna».

In scena racconta questa sua storia?
«È più un’esplorazione del dolore e della sofferenza che gli umani possono infliggersi. Cosa dobbiamo sacrificare per cambiare la nostra vita? Il lavoro è nato con i danzatori e i cantanti: ci siamo dati una serie di esercizi del tipo “scrivi 5 cose che potresti sacrificare” o “5 cose che ti piacciono o non ti piacciono di te”. Da questo percorso abbiamo creato una storia dove volevo che nella pietà e compassione del sacrificio ci fosse anche bellezza. E non è stato facile, perché lo spettacolo è nato durante il lockdown quando tante persone hanno perso gli affetti. Ma mi sono detta “questo è il momento di celebrare la vita”».