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Peter Brook e il dialogo con Shakespeare: "La sua 'Tempesta', una lezione di umanità"

A 96 anni il grande regista porta in scena, in Italia, 'Tempest Project', nuova rilettura dell'opera del Bardo. "Ci dirà cose in sintonia col nostro esistere adesso"
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Un mondo di profonde consonanze lega a Shakespeare il regista Peter Brook, che lo frequenta assiduamente da decenni. Il loro dialogo è sfociato in capolavori scenici che hanno fatto la storia del teatro. Di volta in volta Brook viene sospinto da un sentimento che non è riduttivo definire amicizia. Si può essere amici di Shakespeare? Brook lo è. Non s’inginocchia di fronte a lui, ma punta al suo umanesimo di perenne attualità. “Shakespeare respira nel presente: ogni suo play ci riguarda”, afferma il massimo metteur en scène vivente, una leggenda senza confronti per ricchezza di percorso artistico e longevità creativa.

A 96 anni porta un suo spettacolo in Italia, Tempest Project, nuova lettura de La Tempesta shakespeariana che l’8 e il 9 novembre sarà al Teatro Cucinelli di Solomeo come appuntamento d’eccezione proposto dal Teatro Stabile dell’Umbria. Adattata e diretta da Brook a fianco di…

Un mondo di profonde consonanze lega a Shakespeare il regista Peter Brook, che lo frequenta assiduamente da decenni. Il loro dialogo è sfociato in capolavori scenici che hanno fatto la storia del teatro. Di volta in volta Brook viene sospinto da un sentimento che non è riduttivo definire amicizia. Si può essere amici di Shakespeare? Brook lo è. Non s’inginocchia di fronte a lui, ma punta al suo umanesimo di perenne attualità. “Shakespeare respira nel presente: ogni suo play ci riguarda”, afferma il massimo metteur en scène vivente, una leggenda senza confronti per ricchezza di percorso artistico e longevità creativa.

A 96 anni porta un suo spettacolo in Italia, Tempest Project, nuova lettura de La Tempesta shakespeariana che l’8 e il 9 novembre sarà al Teatro Cucinelli di Solomeo come appuntamento d’eccezione proposto dal Teatro Stabile dell’Umbria. Adattata e diretta da Brook a fianco di Marie-Hélène Estienne, questa Tempesta s’affida ad attori di origini e nazionalità diverse (Alex Lawther, Sylvain Levitte, Paula Luna, Fabio Maniglio, Luca Maniglio, Ery Nzaramba). Tutto avviene nel segno dell’indole “amalgamante” che caratterizza l’ultimo Brook, sapiente miscelatore di razze e culture.

Brook continua ad essere attivo all’interno del Théâtre des Bouffes du Nord, sede del Centre International de Créations Théâtrales che ha fondato a Parigi nei primi anni Settanta. Da tale fascinosa postazione (è una sorta di avvolgente teatro-tempio), il regista inglese rilascia al telefono quest’intervista esclusiva.

Lei, Brook, è un supremo portavoce della genialità del semplice: cerca il cuore essenziale dei testi. Anche stavolta ci attende un evento spoglio e depurato?

“Basta pochissimo. Gesti e corpi. Oggetti ridotti al minimo indispensabile. In Shakespeare ogni frase ha una risonanza che trova in sé la propria ragione d’essere. Nell’istante in cui si esprime sta parlando di noi come siamo oggi. Non servono orpelli né decorazioni. Né immagini proiettate o costumi fastosi o scenografie invadenti. Per lo stesso motivo, la modernizzazione dei suoi play non ha senso. Si può modernizzare la musica di Mozart? È sufficiente suonarla bene e ci dirà cose in sintonia col nostro esistere adesso”.   

Noi siamo anche dentro la fiaba misteriosa de “La Tempesta”?

“Certo. L’opera è piena di enigmi ma chiara nel nucleo della parola che la percorre di più: libertà. Questo genere di filo rosso in Shakespeare non è mai casuale. La Tempesta fu il suo addio alle scene e la commedia termina con l’aggettivo “libero”. Ultima parola scritta da Shakespeare in vita. Il suo messaggio”.

In quale prospettiva libertà è il termine-chiave della “Tempesta”?

“L’urgenza di liberazione appartiene a ogni figura del play e la soluzione sta nell’amarsi. Il duca Prospero ha subìto il tradimento del fratello, bramoso di potere. Shakespeare realizza miracolosamente l’intreccio tra politica e affetti. Con arti magiche Prospero scatena la tempesta per vendetta. Soltanto con un gesto della mano può muovere il vento e le onde. Ma la voglia di vendicarsi lo imprigiona ed è l’amore ad affrancarlo. Sua figlia Miranda, innamoratasi di un suo nemico, gli fa abbandonare la magia e lo guida al perdono degli usurpatori. Come può non evocare situazioni di sofferenza odierna l’umanità di una figlia che chiede al padre di pensare al patimento di vite che stanno sulle navi in mare? Quando lancia via per sempre la sua bacchetta magica, gettandola in acqua, Prospero torna ad essere una persona, come gli spettatori in platea. Narrando una storia buffa e straordinaria, Shakespeare commuove in quanto crea esseri umani. Così è il teatro: una comunione che affratella”.

Stanno nel nostro tempo anche il selvaggio e deforme Calibano e lo spiritello Ariel della “Tempesta”?

“Calibano non è un personaggio negativo, come si tende a raffigurarlo. Radicato nell’isola della Tempesta, s’infuria quando gli stranieri colonialisti occupano il suo territorio. Spesso i registi lo rendono grottesco, mentre Shakespeare lo intese come “lo sconosciuto” e colui che viene oppresso dagli invasori. Non un mostro ma una vittima. Ariel, che eccita altrettanto la smodata fantasia dei costumisti, è uno spirito dell’aria che non necessita di marchingegni per dimostrare al pubblico la sua natura”.

Cos’è il teatro per Peter Brook?

“Una dimensione che supera le bugie della politica permettendoci di specchiarci l’uno nell’altro come uguali. Un momento trascorso insieme. Essere uniti dentro un presente. Quest’idea contiene tutto”.