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Danza e arti visive, un intreccio imprevedibile pieno di sorprese

"La visita" 
Michele Di Stefano, Leone d'Argento alla Biennale di Venezia e talento della coreografia, racconta le odierne commistioni tra le arti: "Non parliamo di musei che diventano semplici scenografie ma di un dialogo vero e proprio, qualcosa per cui il performer è una complicazione benigna per l'opera"
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C'è la memoria delle conferenze-spettacolo di Isadora Duncan negli atelier degli artisti, o l'interesse di Diaghilev, il padre dei Balletti russi, per le avanguardie storiche. Ma anche a risalire a periodi meno remoti, ci sono le incursioni di Jérôme Bel nelle gallerie d'arte, l'esperienza di Xavier Le Roy alla Fondatió Antoni Tàpies di Barcellona, una danzatrice di culto come Anne Teresa De Keersmaeker che balla Dark red tra le sculture di Auguste Rodin e Hans Arp, o Boris Charmatz che lo scorso settembre alla Triennale di Milano ha proposto in contemporanea venti coreografie di vari coreografi tra gli oggetti di design esposti nelle maestose stanze di Muzio, per l'occasione, zeppe di spettatori.

L'elenco è sicuramente incompleto, ma indica una tendenza, solida e affermata, nel panorama della scena contemporanea: l'intreccio tra danza e arti visive. Non nuovo, certo, se si torna alla cultura greca dove la danza era…

C'è la memoria delle conferenze-spettacolo di Isadora Duncan negli atelier degli artisti, o l'interesse di Diaghilev, il padre dei Balletti russi, per le avanguardie storiche. Ma anche a risalire a periodi meno remoti, ci sono le incursioni di Jérôme Bel nelle gallerie d'arte, l'esperienza di Xavier Le Roy alla Fondatió Antoni Tàpies di Barcellona, una danzatrice di culto come Anne Teresa De Keersmaeker che balla Dark red tra le sculture di Auguste Rodin e Hans Arp, o Boris Charmatz che lo scorso settembre alla Triennale di Milano ha proposto in contemporanea venti coreografie di vari coreografi tra gli oggetti di design esposti nelle maestose stanze di Muzio, per l'occasione, zeppe di spettatori.

L'elenco è sicuramente incompleto, ma indica una tendenza, solida e affermata, nel panorama della scena contemporanea: l'intreccio tra danza e arti visive. Non nuovo, certo, se si torna alla cultura greca dove la danza era raffigurata su vasi e dipinti, a certe sculture del Canova, a Degas "il pittore delle ballerine"... Ma ora la relazione tra arti visive e performative diventa sempre più creazione autonoma e dà vita a processi artistici e estetiche nuove.

"Qui non si parla di musei che diventano semplici scenografie della danza, ma di un dialogo vero e proprio, qualcosa per cui il performer è una complicazione benigna per l'opera d'arte, che a sua volta dà al danzatore una qualità diversa, un riverbero dentro il corpo che torna nella sua esibizione, creando una intensità differente per la danza, per l'opera d'arte e per il visitatore", dice Michele Di Stefano, Leone d'Argento alla Biennale di Venezia 2014, talento della nuova coreografia italiana, protagonista di questo fenomeno che vede un dialogo fecondo tra i linguaggi della danza e dell'arte, dove  si muovono, con risultati diversi, anche Virgilio Sieni, che ha presentato una performance tra le opere della Fondazione Merz di Torino per il festival delle Colline, ma anche altri coreografi e performer della scena italiana, come il Collettivo Cinetico, Marco D'Agostin, Alessandro Sciarroni...

"Microdanze" di Aterballetto 

Quanto a Di Stefano, ha lavorato a una coreografia 'ad hoc' sulla scultura Côté cour/côté jardin che Eva Jospin, l'artista francese famosa per le gigantesche creazioni immersive (sua la scenografia della sfilata autunno inverno 2021 di Dior), ha realizzato nel ridotto del Teatro Valli di Reggio Emilia. Il risultato si vedrà dal 12 novembre nel Festival Aperto che di questi incroci 'arte-danza' ne frequenta parecchi. Fino a domenica, invece, i mitici Peeping Tom, acclamato collettivo di danzatori-performer dalle surreali invenzioni che al festival di Reggio Emilia hanno presentato anche  il nuovissimo Tryptich, hanno creato La visita una ideazione pensata per le sale della Collezione Maramotti e la sua raccolta di arte contemporanea. "L'idea è di ricollocare in quel luogo i personaggi di Moeder, un nostro precedente lavoro che era ambientato a sua volta in un museo - spiega  Gabriela Carrizo, regista dei Peeping Tom - Sarà interessante giocare sul rispecchiamento tra realtà e finzione, perché ai veri visitatori, ai veri custodi, alle vere donne delle pulizie si sovrappongono quelli della performance. Lo spazio museale  innesca, quindi, una relazione nuova anche con quello che si vede".

"Eden" (foto Andrea Mazzoni) 

"È vero. Dal punto di vista creativo uscire dalla scena del teatro è bellissimo. Per i coreografi è l'occasione non solo di ampliare il proprio pubblico ma di arricchire il proprio senso dello spazio e per gli spettatori diventa una esperienza completamente diversa", dice Gigi Cristoforetti, direttore della Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto, ideatore di un più articolato e complesso scambio tra arte e performance con il progetto MicroDanze. Si tratta di una vera e propria esposizione di brevi performance firmate da coreografi internazionali, che dopo uno straordinario debutto al Museo dell'Acropoli di Atene, si vedrà dal 12 novembre in un contesto altrettanto inconsueto, all'interno della mostra Orizzonti del corpo, curata da Marina Dacci a Palazzo da Mosto, sempre a Reggio Emilia, da eleggere ormai vera capitale della danza. Le opere dei tredici artisti contemporanei esposte - da Leonardo Ankel Vandal, a Silvia Giambrone, Gianluca Malgeri, Matteo Montani, Mustafa Sabbagh, Vincenzo Schillaci - accolgono le micro-coreografie di Saul Daniele Ardillo, Ina Lesnanowski, Philippe Kratz, Angelin Preljocai, Diego Tortelli. "La particolarità  di questo progetto è che le opere d'arte non sono una decorazione scenografica per la danza - spiega Cristoforetti - Semmai parlerei di una manipolazione della danza spinta dal contesto a 'fingersi' arte visiva, cambiando completamente la percezione dello spettatore. Arte e danza diventano cioè l'uno una ricchezza per l'altro" .

È "quell'intensità" di cui parla Michele Di Stefano che nel lavoro intorno alla scultura di Eva Jospin Côté cour/côté jardin, intitolato Eden # uno stato eternamente nascente, dall'esperienza di un altro progetto realizzato un anno fa con Bolzano Danza, ha voluto un solo performer e un solo spettatore a volta. "La mia suggestione - spiega il coreografo che confessa di aver imparato tanto dal lavoro di artisti visivi come Rebecca Horn, Paul Klee, Osvaldo Licini, Matthew Barney - è che l'opera d'arte sia qualcosa con un respiro a sé, ma nel momento in cui interviene il movimento del danzatore, si crea una intensità differente. Personalmente sono molto interessato alla comunicazione che ti arriva senza messaggio, direi in modo misterioso, e in questo caso da ciò che opera, performer e visitatore generano insieme nello spazio". Una moltiplicazione immersiva che non dispiace all'arte visiva. "La mia è un'opera che prevede già il movimento, perché se vuoi vederla tutta devi girarle intorno - commenta Eva Jospin - Ma sono curiosa perché  il performer è come uno spettatore aumentato, apre la possibilità di confronto con spazi immaginari". Che è molto meglio. E molto di più.