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'Fidelio', la Fenice di Venezia riparte con Beethoven

Il titolo inaugurale della nuova stagione diretto da Myung-Whun Chung in diretta streaming sulle testate Gedi sabato 20 novembre
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C'è una sorta di doppio filo, circostanziale e artistico, che contraddistingue e dà importanza preventiva alla scelta di Fidelio come titolo inaugurale della nuova stagione della Fenice di Venezia, a partire da sabato 20 novembre, e in diretta streaming sulle testate Gedi, con repliche fino al 30 novembre.

E rimane al di qua, a prescindere quasi dal contenuto altamente simbolico dell'unica, e tormentata, partitura teatrale portata a termine da Ludwig van Beethoven: portabandiera d'un messaggio di lotta contro ogni forma di limitazione alla libertà di pensiero e di celebrazione dell'ostinatezza e dell'eroismo femminile (più ancora del "coniugale", aggettivo impiegato nel sottotitolo) ogni…

C'è una sorta di doppio filo, circostanziale e artistico, che contraddistingue e dà importanza preventiva alla scelta di Fidelio come titolo inaugurale della nuova stagione della Fenice di Venezia, a partire da sabato 20 novembre, e in diretta streaming sulle testate Gedi, con repliche fino al 30 novembre.

E rimane al di qua, a prescindere quasi dal contenuto altamente simbolico dell'unica, e tormentata, partitura teatrale portata a termine da Ludwig van Beethoven: portabandiera d'un messaggio di lotta contro ogni forma di limitazione alla libertà di pensiero e di celebrazione dell'ostinatezza e dell'eroismo femminile (più ancora del "coniugale", aggettivo impiegato nel sottotitolo) ogni volta esaltante e toccante insieme.

La "circostanza" riguarda l'autore, il cui 250enario della nascita (2020) è stato sistematicamente castigato dalla pandemia che ha costretto alla cancellazione di buona parte delle esecuzioni programmate. Quindi ascoltare un Fidelio, opera problematica da mettere in scena e non agile per l'ascolto del pubblico italiano, ribadisce un impegno di programmazione che la scadenza dell'anniversario non ha fatto venir meno. Poi c'è il filo artistico, ovvero la continuità d'intenti beethoveniani col maestro Myung-Whun Chung che alla Fenice, proprio con un concerto a teatro chiuso il 27 novembre 2020 - orchestra in platea e coristi, uno a uno, nei palchi: era la prima volta che un teatro italiano ci provava - ben ripreso e su internet aveva firmato una lettura della Sinfonia n.9 "Corale" che vale ancora la pena di riascoltare. Tale continuità, e vicinanza di toni poetici e condivise audacie musicali (nella scrittura per le voci sole e il coro), è ribadita dalla decisione di riproporre la Nona dopo Fidelio, il 4 e 5 dicembre. Col teatro di nuovo aperto e a capienza piena.

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Ed è proprio la personalità beethoveniana di Chung a essere l'elemento forte e portante di questa produzione. La riconoscibile capacità di comunicare all'orchestra la sua idea di "suono beethoveniano" - da brivido l'avvio della "Leonore III" incongruamente eseguita in sostituzione dell'ouverture voluta da Beethoven - trova nell'orchestra non sempre inappuntabile della Fenice uno strumento comunque duttile, morbido ma al momento giusto spigoloso, capace di legati impressionanti e di cupezze (come nel preludio e nel funereo duetto del secondo atto) che evocano tenebrosità struggenti quasi espressioniste. Chung ama meno le sezioni da commedia del primo atto ma sfrutta bene la presenza vocale fresca di Ekaterina Bakanova e Leonardo Cortellazzi.

Per lui Fidelio è un racconto che non devia dal moralismo semplice ma saldo, seppure un po' pavido e paternalistico di Rocco (Tilmann Rönnebeck) accentuato nel contrasto con la violenza sorda e malvagia di don Pizarro (Oliver Zwarg; con Bongani Justice Kubheka, don Fernando il migliore del reparto maschile). Tanto è concentrato a dare conto della progressione verso la luce e la 'liberazione' (dei prigionieri, di Florestano e Eusebio ma anche dell'orchestra e delle voci) che considera l'autentica ragion d'essere della musica beethoveniana. Ci riesce in maniera sempre convincente, a tratti travolgente. Anche perché la sua concertazione profonda e persuasiva coincide con la passione direttoriale che pare non farsi impensierire dal fiato corto dimostrato in più momenti dai due protagonisti, il tenore Ian Koziara e il soprano Tamara Wilson, né da momentanei torpori di coro e orchestra.

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Quanto allo spettacolo, da un regista Joan Anton Rechi che in Faust qualche mese fa aveva puntato tutto su numero e varietà di idee, ci si sarebbe aspettato qualcosa di meno statico e monocorde. L'idea scenica portante di Gabriel Insignares, con i costumi novecenteschi e vagamente "minerari" di Sebastian Ellrich, è difficile da decifrare nella prima parte dove la regia non riesce a trovare gesti caratterizzanti (nemmeno per la meravigliosa uscita alla luce dei prigionieri). Funziona nella seconda ma è facile attribuire la maggior parte dei meriti alla tumultuosa crescita, anche teatrale della musica.